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Un Daruma nel cuore

Ohayo tomodachi,

Scusate questa mia lontananza ma ho avuto bisogno di pensare, di respirare, di chiudere gli occhi e lasciare andare sperando che il mio io si quietasse un po’…

Sono stata sulle rollercoaster, ho avuto una paura fottuta, passando 10 giorni in attesa di una risposta che poi fortunatamente è risultata negativa, mi sono preoccupata, non ho dormito la notte, col pensiero di poter essere di peso a chi mi sta vicino…

Ma la speranza era dietro l’angolo, un angolo difficile da vedere, quasi impercettibile ma presente…e così mi sono fatta coraggio e ho fatto quel che si doveva, come un innocente alla gogna mi sono presentata in ambulatorio per l’esame e poi, stoicamente ho atteso, fredda, impassibile, con un vulcano che mi esplodeva nel cuore ogni qualvolta che rimanevo da sola…

I 10 giorni più brutti della mai vita, fino ad ora, mi hanno però riavvicinato alle persone, ai ricordi che avevo di loro, a quel bene metafisico che si può avere solo per coloro che sono legati al nostro destino anche solo per un sorriso….

E capisci quanto può essere meravigliosa la vita, qualunque cosa accada, qualunque ostacolo si debba superare, qualsiasi malattia si debba contrastare, e ringrazi il cielo,la terra, Dio, la Dea, per quelle prove ormai superate che ti hanno inesorabilmente preparato a questa…

La speranza nasce e risiede nel cuore, come un piccolo Daruma a cui disegniamo il primo occhio esprimendo il desiderio che allontana le paure, che viene cullato dalla nostra stessa essenza e che in un modo o nell’altro lo ritroviamo con l’altro occhio disegnato perchè non c’è vita senza speranza.

In questo marasma di sentimenti contrastanti, ieri notte ho inviato al mio editore le poesie per il nuovo libro, di cui non riesco a decidere un titolo, mi aiutate?

L’indecisione è tra questi due: 1) Versi nella nebbia 2) Cuore di nebbia

Un altro libro è in cantiere, non saprei come definirlo, non è un racconto, non è un romanzo, è più introspettivo, fatico a scriverlo (ma adoro farlo) perchè mi pongo delle domande che mai ad alta voce avrei pensato di fare, ne tanto meno di condividerle, invece vorrei far riflettere anche voi lettori.

Mi sento propositiva, stranamente piena di vita, come se il mio cuore fosse tornato indietro nel tempo e ne avesse tratto nuova fonte di ispirazione…

Detto questo vi auguro un Buon Samhain, che possiate guardare dentro voi stessi per la conoscenza del se e lo spirito che ci sostengono nelle prove della vita, che possiate trascorrere un po’ di tempo alla ricerca dei vostri sogni per non limitarsi a sopravvivere, accompagnati dal silenzio che è una delle chiavi di ricerca della verità, perchè non si possono ascoltare le risposte in mezzo a questo mondo rumoroso.

Vi saluto con questa frase:

” E voi che pensate di cercarmi,
sappiate che il vostro ricercare e
anelare non vi porterà alcun vantaggio
se ignorate il mistero:
che se ciò che cercate non riuscite
a trovarlo dentro di voi,
non lo troverete mai fuori da voi”

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Mono no aware 物の哀れ o della gioia imperfetta.

In bicicletta, andando a lavorare, con nelle orecchie i Nomadi, la voce di Danilo che canta “Tutto a posto” e io penso a questo strano sentimento che mi attanaglia lo stomaco.

E da settimane che mi sento così…

Non so cosa farci…

Sento che qualcosa è iniziato eppure è anche appena finito – mi sento sempre in attesa di qualcosa o di qualcuno…

Sono felice ma è una felicità dolce e amara.

In giapponese si dice Mono no aware ed è lo stupore delle cose, il sentore della caduta dietro ad ogni ascesa, l’ombra della fine che ogni inizio custodisce in sè; è il seme della morte che, piantato nel ventre della terra, si sviluppa insieme al germoglio della vita.

Mono no aware sarebbe il godere e l’accettare l’effimero, amare il finito proprio perchè finito. Dovrebbe essere quel misto di gioia e tristezza che si avverte nell’essere consapevoli della provvisorietà e della mutevolezza del mondo.

Dico sarebbe e dovrebbe perchè mi rendo conto che è un controsenso il pensare che questa “cosa” , qualunque cosa sia, possa finire. Non può farlo semplicemente perchè non è mai iniziata, o meglio, ricominciata…non si può chiudere una porta mai aperta, giusto?

Lo chiedo anche a voi, si può provare tristezza e malinconia per qualcosa che non si è mai vissuto?

Non è come Natsukashii…è qualcosa di più, è quella stretta al cuore nell’incontro inteso come principio di un inesorabile separazione, il cominciare come avvio della conclusione.

È la gioia imperfetta che riempie di commozione…

Kenkō Hōshi scriveva: “Incomparabile è la bellezza della luna d’autunno. È da commiserare colui che, incapace di coglierne le sfumature, pensa che la luna sia sempre la stessa in tutte le stagioni.”

Così come l’essere umano non è lo stesso in tutte le sue stagioni…

Stasera c’è una luna meravigliosa, non è piena ma è grande, brillante e vicina, è una luna che abbaglia, che ipnotizza, è una di quelle lune che influisce sui sentimenti come sulla marea…

Non c’è modo a volte di allontanarsi dai pensieri…e ce ne sono certi che quando prendono il sopravvento occupano tutto il nostro essere.

Mi rendo conto di essere confusa e felice, ansiosamente felice…

E mi ritrovo a cantare:

“Tutto è a posto oramai, anche se ho capito che, il mio posto nel suo mondo più non c’è”

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Il suono del cuore

Sono giorni che non sto bene, cioè di salute sto bene, ma la mia mente ed il mio cuore non riesco proprio a placarli…stare in me è come essere in mezzo ad una folla dove tutti parlano sottovoce e le orecchie percepiscono un brusio infinito…più cerchi di concentrarti per non sentirlo e più sembra che il volume cresca, come fosse pareti pronte a schiacciarti.

In queste bellissime giornate di sole, ultime giornate d’estate, i miei occhi vedono l’aggregarsi di nuvole nere ad est ed i miei passi vacillano come pronti ad incontrare il baratro che inevitabilmente ci farà cadere…

Il mio cuore, il mio cuore lo sente…

È stata un estate tumultuosa per lui, per me e sul finire lo è per tutti!

Ma il mio cuore questa estate ha imparato a parlare, ha iniziato, o meglio ricominciato, ad esprimersi, non potendo più tacere ha dato libero sfogo al suo linguaggio, ha dato libero sfogo a quello che, a quanto pare, è la mia divampante anima. E la mia mente, poverina, non ce la fa a corrergli dietro, la mia parte pragmatica si è trovata spiazzata da tutto questo ardore.

Voi vi siete mai chiesti che suono fa il cuore?

Vi siete mai chiesti come “parla”il cuore?

Io si!

Per rispondere alle mie domande, mi è venuta in aiuto la cultura giapponese (ovviamente) e ho così scoperto che nella loro ricchissima onomatopea, DOKI DOKI racconta del cuore l’emozione, il suo agitarsi nel petto; TOKU TOKU è quando il cuore fa un piccolissimo rumore, come se pulsasse sottovoce; BOKU BOKU invece ne spiega l’ansia, quell’accelerazione che quasi destabilizza e che a volte ti rende più lucido… poi ci sono io che a volte perdo un battito e c’è chi sicuramente nel cuore ha un soffio…

Certo è che al cuore bisogna lasciare il suo spazio e soprattutto i suoi segreti…

C’è un espressione che spiega bene l’importanza della manutenzione del cuore e di quanto il segreto sia altrettanto importante, è YUTORI GA ARU dove YUTORI è lo spazio, il tempo, la libertà e l’agio nella gestione di entrambi e GA ARU significa avere, esserci, possedere.

Perchè ognuno di noi ha un dritto e un rovescio con cui presentarsi al mondo e quindi ha necessità di serbare informazioni di cui non mettere altri a conoscenza.

YUTORI GA ARU è allora lo stare larghi nel sentire, lasciarsi da qualche parte piccoli ritagli di tempo, scampoli di spazio da sfruttare quando si arriva al limite…

Dovrebbe esserci anche un luogo cui affidare il cuore (KOKORO NI TANOMU TOKORO) ma, se quel luogo fosse dentro a qualcun altro? E fosse lontano? Fuori dalla portata di un abbraccio?

Il nostro cuore sarebbe sempre in uno stato di DOKI DOKI SURU…

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Forse non sai…o dell’Iki e della cadenza della raffinatezza spirituale.

Tu forse non sai che ti ho lasciato andare quando ti avrei voluto disperatamente trattenere.

Forse non sai che resterò lo stesso al tuo fianco, quasi invisibile.

E nel momento in cui, per l’ennesima caduta, faticherai ad alzarti, vorrei tanto fosse la mia mano ad aiutarti.

Perchè forse non sai che lo farei senza chiedere in quale notte o in quale luogo lontano da me ti sarai ferito.

Ho le spalle forti e le braccia aperte e forse non sai che anche se vorrei che tu potessi restare con me, quando vorrai fuggire, non te lo impedirò e su un bacio rinnegherò ogni tuo addio sperando sempre in un tuo ritorno.

Non sempre si ottiene ciò che si vuole…e a volte si rinuncia a qualcosa per un bene più grande o per non incasinare la vita ad un altra persona…

C’è un concetto Giapponese che esplica molto bene questa che per me è una sensazione molto forte, come un attaccamento ma senza contatto, l’amore platonico che tutto sublima e niente rovina…

Il filosofo Kuki Shūzō poneva al centro della sua ricerca il concetto di Iki come “assolutizzazione della possibilità in quanto possibilità”, Kuki studiò in Europa e al suo ritorno in Giappone si concentrò sul concetto di Iki nella cultura del periodo Edo e sulla nozione di accidentale legata al senso di meraviglia dell’uomo.

Iki è una decisa presa di distanza dalla materializzazione dell’amore, che fa della rinuncia, del suo fermarsi all’ingresso della passione, il momento più alto del sentimento…Iki è, per me, l’elevarsi oltre la massa, spiccando per indulgenza, per clemenza, è tutta l’eccezionalità che tuttavia, chi se ne rende protagonista, non avverte la necessità di manifestare.

Iki è un particolare tipo di tensione erotica tra uomo e donna, o tra due persone, che mai si concretizza ed è anzi costantemente rimandata nella sua realizzazione. Si basa sul posporre costantemente la soddisfazione, ed è contrapposto all’amore come semplice necessità e mero scambio fisico e sentimentale. È piuttosto la rinuncia, il fermarsi un momento prima del godimento, a far scaturire quell’energia sensuale che è Iki.

Avevo letto in uno dei miei mille libri che è più difficile dimenticare qualcuno che ci è entrato nella testa oltre che nel cuore, e ho sempre pensato che fosse vero, ma sono arrivata a pensare che è assai più difficile dimenticare o far uscire dalla testa e dal cuore, chi ci guarda vedendoci, chi guardando vede ciò che siamo, la nostra essenza…

Iki è anche qui, nelle piccole cose di ogni vita, è nel dettaglio che cura il cuore.

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Yume 夢 , dove vanno quando ci svegliamo?

Yume 夢 è la parola Giapponese che significa “sogno”, come molte parole della lingua giapponese, ha sfumature di significato diverse.

L’ideogramma rappresenta una persona nel letto che “danza nei suoi sogni”.

Un’altra sfumatura, quella che preferisco, definisce “Yume” come quel momento in cui si posa la testa, si lascia andare il peso della giornata e, dolcemente, si scivola nel sonno.

Risulta difficile rendere queste sfumature con una sola parola in qualsiasi altra lingua, ma potremmo definirlo come quello stato di coscienza tipico del rilassamento profondo.

Aprire la propria mente, lasciare fluire l’energia negativa accumulata nella giornata per poter ricevere l’energia rinnovata e positiva dall’universo.

Nel lasciarsi trasportare in questo stato di rilassamento profondo, la nostra mente e il nostro cuore si liberano mostrandoci, a volte, tutto ciò di cui non sappiamo di avere bisogno, tutto ciò che inconsciamente bramiamo,o semplicemente svelandoci dove si vorrebbero affrancare i nostri sentimenti.

Un amico, tempo fa, mi ha chiesto “dove vanno i sogni quando ci svegliamo”…

Sembra una domanda facile ma, effettivamente, dove possono andare?

Mi rifiuto di pensare che svaniscano semplicemente, solo perchè apriamo gli occhi…e non posso pensare che siano nulla più che semplici immagini proiettate dal ponte di Valorio quando passiamo alla fase REM…

Così, mi sono presa il mio tempo, c’ho riflettuto parecchio, la mia mente continuava a tornare lì e sono arrivata alla conclusione che i sogni, quelli che ci parlano di noi, quelli che ci dicono cose che neanche noi pensiamo di sapere o di voler sapere, vanno ad annidarsi nello stesso posto delle parole mai espresse, quel piccolo nascondiglio buio e polveroso dietro a tutta la nostra vita vissuta.

Si nascondono ma non ci lasciano mai!

Rimangono nel baratro del nostro inconscio e mantengono viva la speranza e la capacità di sognare, mantengono viva la nostra anima e sicuramente stanno aspettando il coraggio per uscire allo scoperto, un coraggio che potrebbero non avere mai ma che da speranza e gioia e batticuori e lacrime e un infinita consapevolezza di quanto siamo forti e fragili…

Oggi sono a casa, e volevo aprire il mio cassetto dei sogni, ma non ne ho avuto il coraggio, potrebbero esserci dentro sogni che mi fanno stare male perchè marchiati col sigillo dell'”impossibile” e alcuni potrebbero avere la dicitura “continua a sognare”… altri li ho realizzati e altri ancora sono semplicemente cambiati…

Dovrei decidermi a rimetterli a posto ma quanto possono stare a posto i sogni? Continuamente mescolati dal vento dei nostri desideri e costantemente in balia dei nostri ripensamenti…

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La pazienza dell’attesa Nintai 忍耐

Viviamo in un mondo, o meglio in un’era, in cui si vuole tutto e subito, in cui tutto è frenesia, in cui tutto sembra dovuto e raramente meritato.

Le nostre vite sono scandite dagli impegni, si programma tutto, il lavoro, l’attività fisica, la spesa, l’uscita con gli amici, i lavori di casa, io ho persino dei giorni prestabiliti per lavarmi i capelli -il mio metro di capelli- tutto è incastrato, calibrato, che se solo si sposta, non dico di un giorno ma di 10 minuti è il panico, il caos, una cascata di ritardi che porta all’anarchia totale, dove a rimetterci è sempre la mia persona, perché per far quadrare i conti rinuncio a me, rinuncio a quei pochi attimi di “pausa” tra un giorno e l’altro o peggio, tra una settimana e l’altra.

È quello che mi è successo tra Marzo e Aprile, dove non avevo un momento per respirare, figuriamoci se l’avevo per placare la mente e permettermi di scrivere.

Poi sono stata male, è esplosa l’allergia, come da anni non capitava, non respiravo, avevo la mente confusa, un mal di testa fotonico, percentuale di ossigeno nel sangue pari a 90/92, ero a rischio ipossia, se mi fosse venuto un attacco d’asma in quel momento … non so…

Qualche giorno di riposo, antistaminico come se piovesse, aerosol 3 volte al giorno e la mia percentuale di ossigeno nel sangue è salita a 96/97. Adesso antistaminico 2 volte al giorno, aerosol solo la sera e Ventolin all’occorrenza.

Mi sono dovuta fermare, ho dovuto rallentare la corsa per non far deragliare il treno.

In questo rallentare ho riscoperto il tempo che è diventato pazienza. Quella pazienza che in Giapponese è Nintai 忍耐, costruita con i kanji di shinobu 忍ぶ “sopportare, celare” con il nin 忍 del ninja “colui che si nasconde” e di taeru 耐える “resistere, sopportare”; e ci spiega che la pazienza non è solo nascondere la fatica o resistere all’ansia del tempo ma è anche seminare e attenderne i frutti, è sopportare la buona dose di schiaffi che la vita ha in serbo per ognuno di noi.

È capire che in certi momenti della vita tutto deve essere pazienza perché le cose di valore difficilmente si ottengono d’un tratto. Di solito qui entra in gioco il Gambaru 頑張る il mettercela tutta, l’impegnarsi, il fare intanto che si aspetta perché, come leggevo da qualche parte, “l’occasione arriva solo a colui che è ben preparato” ed è per questo motivo che quando una cosa te la devi sudare, imparare a immaginarne la fine è fondamentale.

Sono arrivata a comprendere, o meglio a pensare, che in fin dei conti la vita stessa è attesa, è spazi immensi tra sporadici momenti rilevanti, sta a noi rendere qualitativi quegli spazi immensi per poterli vivere e non subirli.

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Ci può essere una nostalgia felice?

Come può essere una nostalgia felice?

Può essere come guardare le nuvole che si muovono nel cielo, chiedendoci quali terre andranno a bagnare?

O è come vedere l’erba verde e viva crescere in una piccola aiuola, costretta in quella cattività che a volte ingabbia anche i nostri cuori?

Stavo camminando, mi piace camminare, mi aiuta ad ascoltare i pensieri, così ho constatato che associo spesso la nostalgia che ho alle parole non dette, non è rimorso, capitemi, non può essere rimorso perchè so che se non è successo è perchè non doveva succedere, non li, non in quel momento. Ma quelle parole, quei discorsi, quelle spiegazioni, rimangono lì, a suggerirti quello che saresti potuto essere, quello che avresti potuto avere…e così ti guardi indietro e ti assale la nostalgia, ma non quella nostalgia bramosa ed isterica che ti fa agonizzare, che non ti lascia respirare, è quella nostalgia che accarezza i ricordi come la mano di una nonna, dolce e amorevole, protettiva e fiera.

Esiste una parola per spiegare tutto questo, in Giapponese è NATSUKASHII 「懐 か し い」quell’espressione di nostalgia in cui i ricordi sono rievocati con gioia.

Natsukashii è un aggettivo della lingua giapponese che, secondo la traduzione di Amèlie Nothomb, indica “la nostalgia felice”, “l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che riempie di dolcezza”, concetto nipponico che fra l’altro non prevede un aggettivo o un concetto opposto tipo “nostalgia triste”

Eppure c’è dell’altro in questo senso di nostalgia, in Natsukashii, ed è quell’attitudine giapponese a lasciarsi dentro sempre un poco il passato, pur continuando ad avanzare a grandi falcate nel futuro.

Per chi ha subito la magia dell’entrare in contatto con il Giappone, questo senso di nostalgia per qualcosa di cui non si ha magari ancora avuto esperienza diretta, è qualcosa che lega l’anima.

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Pensieri pericolosi

C’è un detto in Giappone 置かれた場所で 咲きなさい “Dove sei stato posato, fiorisci” (Okareta basho de sakinasai). Una bellissima frase motivazionale, perchè, chi non vorrebbe sentirsi dire che qualunque situazione affrontiamo è nostra perchè abbiamo la forza di affrontarla?

In pratica queste parole ti spingono a fare del tuo meglio e ti consolano allo stesso tempo. Dovunque tu sei e da qualsiasi posto tu arrivi, non importa quale sia il tuo passato, poco importa quale sarà il tuo futuro, anche nel terreno più impervio tu riuscirai ad allargare le tue radici e a protenderti verso l’alto, come un fiore che sboccia in tutta la sua magnificenza.

Mi ronzano nella testa due canzoni in questi giorni, insistentemente, e non penso sia un caso che io dia peso alle parole di queste canzoni, a mio modesto avviso nulla succede mai per caso, tutto ha un senso anche se nel nostro microcosmo non riusciamo a percepirlo…tutto arriva esattamente quando deve arrivare, quando siamo pronti ad accoglierlo, che sia una rivelazione, un dono o più semplicemente uno spunto per riflettere.

Queste canzoni mi sono capitate così, tra capo e collo, come si suol dire… Non stavo ascoltando, sentivo della musica ma non la stavo ascoltando finchè non sono arrivate loro, una dietro l’altra e il mio cervello ha iniziato a lavorare.

Ho visto comparire le mini me con cui nella mia testa mi confronto, con cui ho un dialogo costante, hanno iniziato ad agitarsi, tutte che volevano parlare, tutte che volevano dire la loro, tutte che ipotizzavano, supponevano, qualcuna cantava…

Io sono rimasta interdetta un attimo…e poi mi è venuto in mente il detto Giapponese ma, per la prima volta non ero felice, o meglio, non mi ha fatto felice il suo significato, perchè appena mi è comparsa nella mente quella frase, mi sono chiesta se ci fosse un altro posto nel mondo per me…

E mi è salito addosso il terrore di rimanere inchiodata qui, continuando a non vedere oltre un palmo dal mio naso, cercando di stare al passo con la mia sete di conoscenza ma sentendomi sempre un passo indietro a tutti.

Così, non riuscendo a placare la mia mente, continuo a cantare…

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La caducità dell’uomo

Di lui si sa molto poco.

Nagato Iwasaki è uno sculture, pittore e illustratore giapponese.

L’artista, noto sopratutto per le sue statue in legno a grandezza naturale immerse principalmente in un contesto naturale, preferisce far parlare le sue opere e, sinceramente, visto il risultato, credo sia più che giusto.

Tutto ciò che crea è realizzato con materiale del tutto naturale, legno soprattutto.

I soggetti, spesso incompleti e monchi, sono umanoidi dall’aspetto talvolta inquietante, qualcuno li paragona ad alieni, altri a teschi e scheletri con gli organi visibili. Questi esseri sembrano abitare con nonchalance i boschi, anzi sembrano essersi composti autonomamente utilizzandone e risorse.

Le sue sculture sono create senza l’uso di chiodi o sostanze adesive, Nagato non piega o leviga il legno prima di assemblare il tutto.

Così, senza particolari supporti a tenere saldi i pezzi l’uno con l’altro se non dei paletti sempre di legno, le sue sculture saranno un giorno destinate a perdere la loro integrità, così come il corpo umano è destinato a deperire col tempo.

Nagato dice che raccoglie il suo materiale presso la Suruga Bay che si trova vicino al suo studio, nella prefettura di Yamanashi, e che il momento ideale per farlo è subito dopo un tifone perché il materiale è già stato lavato dalle intemperie.

Tutte le sue opere ritraenti questi “uomini di legno” fanno parte di un’unica galleria chiamata “Torso”.

Sito dell’artista:

http://nagato-iwasaki.com

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La meraviglia

Le isole Miyako (宮古列島 Miyako Rettō) sono situate nella parte sud-occidentale della Prefettura di Okinawa e dell’arcipelago delle Ryūkyū, circa 300 km a sud-ovest dell’isola di Okinawa, in Giappone. Formano il piccolo arcipelago delle Sakishima insieme al gruppo delle isole Yaeyama, le uniche del paese situate più ad ovest delle Miyako.

Le Miyako furono chiamate nel Cinquecento dai navigatori portoghesi Ilhas dos Reis Magos, (così nella mappa di Lopo Homem del 1554)

Le varie isole delle Miyako sono state suddivise in due municipalità (市町村区 shichōsonku):

La città (市 shi) di Miyakojima, che ha una propria giunta comunale.

Il villaggio (村 son) di Tarama, l’unica municipalità del distretto di Miyako (宮古郡 Miyako-gun).

Città di Miyakojima. Sotto la sua giurisdizione ricadono i territori di altre isole, a due delle quali, Ikemajima e Kurimajima, è collegata con un ponte .

Le 6 isole principali sono:

Miyakojima, l’isola principale del gruppo delle Miyako, dove sorge il centro abitato principale delle Miyako, è famosa per la sua bellezza, in particolare il capo Higashi-hennazaki (東平安名岬), situato ad est, che è stato inserito tra i monumenti designati del Giappone per la sua bellezza scenica.

Le altre sono:

-Ikemajima

-Irabujima

-Kurimajima

-Ōgamijima

-Shimojishima

Villaggio di Tarama. Sotto la sua giurisdizione ricadono i territori di due isolette situate a circa 30 km da Miyakojima:

Taramajima, l’isola principale del villaggio, dotata di infrastrutture turistiche, un aeroporto ed un regolare servizio di traghetti

Minnajima, pressoché disabitata.

L’Isola Miyako è una meta ideale per gli appassionati di mare e sport acquatici come snorkeling e immersioni che qui possono crogiolarsi al sole su spiagge tropicali ed esplorare fondali ricchi di coralli e pesci, approfittando del clima mite durante tutto l’anno.

L’isola è collegata ad altre quattro isole dell’arcipelago Miyako da una serie di ponti e questo consente di spostarsi ancora più facilmente e visitare altri luoghi dell’arcipelago.

Con la sua atmosfera tropicale, i ritmi rilassati e  uno stile di vita semplice, ancora votato alle antiche tradizioni, l’Isola Miyako rappresenta un rifugio perfetto per sfuggire al caos e alla frenesia delle grandi metropoli giapponesi.

La principale attrazione di Miyako sono le sue spiagge, delle pittoresche distese di sabbia bianca abbracciate da un mare cristallino ricco di coralli che offrono ottime opportunità per praticare sport acquatici.

Il periodo migliore per godersi le spiagge di Miyako è da aprile a novembre, quando le temperature raggiungono massime di 25 gradi e le acque del mare sono calde.

Sebbene la costa sia disseminata di tante spiaggette, sono tre le principali e quelle più visitate dai turisti e tra queste c’è Maehama Beach, che con la sua distesa di sabbia bianchissima e fine lunga 7 km è considerata una delle migliori del Giappone. È ideale per praticare tantissimi sport in acqua, rilassarsi al sole o anche solo passeggiare ammirando il tramonto.

La spiaggia Yoshino Beach è considerata la migliore dell’isola per lo snorkeling: migliaia di pesci colorati popolano le acque di fronte alla costa e resterete meravigliati dal labirinto spettacolare creato dai variopinti coralli.

La spiaggia Sunayama Beach è un’altra meraviglia naturale di Miyako: le sue acque cristalline, la sabbia bianchissima e le formazioni rocciose contribuiscono a rendere lo scenario particolarmente suggestivo.

Nella punta meridionale dell’isola Miyako si trova il Capo Higashi-Hennazaki, una stretta penisola che si protende nel mare per 2 km offrendo bellissime viste sull’oceano. Sulla punta della penisola sorge l’omonimo faro, interamente bianco, che si può visitare all’interno pagando una quota di ingresso di 200 yen. Raggiungendo la cima del faro si hanno viste splendide.

La cittadina di Hirara, che rappresenta il maggior luogo abitato dell’isola, offre tante attrattive e spunti per fare shopping o divertirsi.

Nel cuore della città, vicino al porto, si trova il Mausoleo di Tuyumya dove è sepolto Nakasone Tuyumya, leader governativo di Miyako nel 1500. Oltre ad essere un patrimonio culturale importante, il mausoleo sorprende per il suo stile particolare ed elaborato.

Nella cittadina troverete aree verdi come il Giardino Botanico, realizzato come centro di ricerca e studio delle piante tropicali dell’isola e divenuto una delle attrazioni principali di Miyako. Al suo interno ci sono vari percorsi a piedi che permettono di passeggiare tra bellissimi giardini profumati, traboccanti di fiori di ibisco e bougainvillea, aree boschive lussureggianti, frutteti e foreste di palme.

Miyako è collegata ad altre isole da una serie di ponti e tra questi ce ne sono due particolarmente belli da attraversare, sia con i mezzi che in bicicletta o a piedi. A nord, il ponte Ikema Ohashi, lungo quasi un chilometro e mezzo, raggiunge l’Isola Ikema con una curva sinuosa, mentre a sudovest il ponte Kurima Ohashi conduce sull’Isola Kurima con un percorso di quasi 2 km. Attraversare questi ponti regala un’emozione incredibile in quanto sotto di voi avrete il mare con la sua bellissima distesa di coralli visibile dall’alto.

Visitare l’Isola Miyako è un’ottima occasione per assaggiare le specialità della cucina locale tra cui c’è la deliziosa soba miyako, leggermente diversa da quella della cucina di Okinawa, e lo yushi dofu, una varietà di tofu locale usata solitamente nelle zuppe, con la soba e in tanti altri piatti.

Se invece si vuole acquistare qualche prodotto come souvenir, uno dei regali più gettonati è il sakè artigianale awamori, un tradizionale liquore a base di riso tipico della regione di Okinawa e particolare nel gusto in quanto creato con l’acqua locale, ricca di minerali e calcio.

Anche il sale Yukisio si presta ad essere un ottimo regalo: ricavato dall’acqua pulitissima del mare di Miyako, ha un gusto particolare e non troppo forte e si sposa bene con una grande varietà di piatti.