#cultura · Qualcosa di me

È così difficile accettare?

Oggi mi hanno fatto tornare a pensare a quanto mi sia difficile esprimere e soprattutto fare capire la mia idea di Amore… Mi ricordavo di averci scritto uno dei miei primi articoli, c’è lo lascio qua sotto in link… Perché davvero io non so come si faccia ancora oggi, nel 2022, dopo tutto quello che è successo e succede nel mondo, a puntare i piedi e il dito sulle esperienze e scelte di vita altrui…

https://bakayasashii.wordpress.com/2017/08/23/cose-lamore/

Voi che ne pensate?

#cultura · Qualcosa di me

Giardini negli uomini

Devo essere sincera, adoro avere il tempo di scrivere senza dovermelo ritagliare dalle ore di sonno o facendo i salti mortali tra un impegno e un altro… sono in ferie in questi giorni e, anche se mi sento in colpa (cosa stupida lo so) perchè in negozio c’era molto lavoro da fare…ma il boss ha deciso e io eseguo anche se poi, al rientro, sentirò le menate perchè “casualmente” quando manco io sembra che si lavori come non mai…

Comunque, sono felice di poter scrivere quando voglio, potessi farlo sempre, sarei la persona più felice di questo mondo, anche perchè potrei farlo ovunque e quindi potrei andare a trovare gli amici in giro per il mondo…

Sognare non costa nulla, giusto?

Oggi sono qui per raccontarvi di una mostra che ho visto e che mi ha ricordato un’artista di cui vi avevo parlato in questo articolo https://bakayasashii.wordpress.com/2020/11/26/la-caducita-delluomo/

Hanno scritto “Con la grande mostra “Francesco Diluca. Giardini”, a cura di Angela Madesani, storica dell’arte e curatrice indipendente, Lodi, tra i territori più colpiti dall’emergenza pandemica, torna a celebrare la vita.”

La suddetta era intinerante, così da dare modo a chi la visitava di girare per la città (in questo caso solo il centro storico) e vedere altri luoghi significativi e peculiari.

Francesco Diluca è un’artista e scultore Milanese, e per la mia città ha organizzato insieme ad Angela Madesani questo excursus sull’essere umano e sulla natura e come per Nagato Iwasaki, sulla caducità nostra e di tutto ciò che ci circonda.

“Francesco Diluca, quando il ferro racconta l’uomo. Uomini-natura, fibra di ferro, fili spaziali che delineano corpo e spazio. Uomini senza orpelli/uomini con organi vitali, germogli di una nuova vita ci raccontano una nuova storia.”

Nulla meglio di queste parole descrivono ciò che ho visto… e le emozioni che ho provato davanti alle sue opere…

Si parte dalla sede della collezione anatomica di Paolo Gorini, dove le opere, poste al piano superiore, in quello che un tempo era l’archivio dell’ospedale vecchio, esprimono effettivamente la caducità dell’uomo. Premettendo che, come tutta l’arte moderna, l’osservatore diventa il protagonista del concetto, nel senso che ognuno di noi vede nell’opera qualcosa di affine al suo percorso o al mood del momento.

Due sono state per me le opere più impattanti:

Questa, che ha evocato in me il ricordo di alcune foto che immortalavano le “ombre” delle vittime di Hiroshima e Nagasaki… Non ho subito fatto caso a quest’opera perchè entrando nella stanza era sulla parete di sinistra, mentre si era portati a volger lo sguardo alla propria destra dove c’erano la maggior parte delle opere. Ma, arrivata in fondo alla sala, quando mi sono girata e l’ho vista, è stato come sentire lo schianto della bomba, percepirne il calore e vedere tutte quelle anime volare via mentre i corpi si fondevano in un tutt’uno con quello che avevano intorno…L’istinto di avvicinarmi e accarezzare quelle farfalle era forte, volevo poter sussurrar loro “scusateci, non vi dimenticheremo mai, non io”…

E questa, che, rispetto a quella di prima, ha per me un messaggio di speranza…tutto si evolve, tutto muta, ciò che finisce porta con sè il seme di cose nuove. Lo scheletro dentro cui cresce una nuova vita, come una nave che, affondata, muta il suo compito e diventa culla…Un monito a non arrenderci, a non dimenticare che tutto quello che siamo stati ci porta ad essere ciò che siamo e getta le basi per ciò che saremo.

Tutto l’evoluzione del tutto!

Ho continuato, poi, spostandomi nella vicina ex chiesa di Santa Chiara Nuova dove erano esposti l’uomo e la donna. Così semplici, eppure così potenti. Solo loro, al centro di questa chiesa con caratteri gotici e barocchi ma spogliata di tutto ciò che è ed era il suo mistero. Accolti come in un pellegrinaggio per riposare le membra o meglio la mente e il cuore…con lei ad un passo da lui, come a proteggerlo, a sostenerlo…lasciandolo libero ma sempre pronta ad aiutarlo a rialzarsi…e lui che si pone fiero a proteggere la fonte della vita.

Vi sto raccontando ciò che io ho percepito e visto, magari l’autore voleva trasmettere tutto l’opposto…

Nell’andare verso l’ex Chiesa Dell’Angelo feci una piccola deviazione per vedere le due opere poste nelle nicchie della facciata esterna del Teatro alle Vigne. Piccole, abbarbicate, quasi invisibili, come la maggior parte dell’umanità che ci passa davanti ogni giorno.

(io ho saltato le opere in mostra nella Sala dei Filippini, nella biblioteca, perchè di domenica è chiusa…ma mi è stato detto che anche lì c’erano opere potenti…ma io probabilmente mi sarei persa prima nei libri ahahahahah)

Ed eccoci, in fine, all’ex Chiesa dell’Angelo, fulcro di questa mostra e perfetta vetrina… qui erano esposte la maggior parte delle opere che potevano essere divise in varie tematiche…

L’uomo ed il suo io interiore, con tutto quello che porta l’uomo stesso a vivere, che siano cuore, polmoni, fegato, organi genitali…

Le stagioni dell’uomo, l’incertezza dell’adolescenza, il fiorire rigoglioso della maturità e la lenta decadenza della vecchiaia…

Ma una scultura su tutte mi ha colpita, io l’ho chiamata “l’addio di Mnemosine”…non sembra anche a voi che stia perdendo la memoria? Come colpita da una malattia che lascia integro il corpo ma ti priva di ciò che eri e sei…facendo cadere a terra i tuoi ricordi, come fossero fiori ormai appassiti… ho provato tanta tristezza…

Per me è finita così, come è iniziata, sul filo potente della memoria!

Tutte le sue opere non sono destinate a rimanere, proprio come l’essere umano, sono soggette al lento decadimento del tempo ma nulla potrà toglierci i sentimenti che ci hanno fatto provare, come i ricordi di un vecchio amico, rimarranno nel nostro cuore e ci permetteranno di ricordare.

https://fb.watch/cThS_ZCn3k/ (dovete assolutamente guardare questo video)

Giappone Nihon

Haha no Hi 母の日, la festa della mamma. 

Sì, anche in Giappone la seconda domenica di maggio si festeggia la mamma!

Come sarebbe potuto essere altrimenti? Un popolo così avvezzo ai festeggiamenti e alle ricorrenze non si sarebbe mai lasciato sfuggire una festa così dolce!

Le celebrazioni sono iniziate nel 1931 quando l’associazione delle donne Dai Nihon Fujin-kai 大 日本 妇人 会 la istituì, scegliendo come data il 6 Marzo, compleanno dell’imperatrice Koujun, solo nel 1937 fu spostata all’8 di Maggio, per poi essere abolita durante la seconda guerra mondiale, insieme a tutte le altre usanze occidentali.

Col finire del conflitto la festività è stata reintrodotta, nel 1949 con un concorso di disegno per bambini in cui veniva richiesto di raffigurare la propria mamma. Non è かわいい’? Io penso sia una cosa adorabile!

Come pensate che la festeggiano?

Non molto diversamente da come facciamo noi (o di come dovremmo fare…), la mamma in questo giorno (ma anche in tutti gli altri) va super coccolata per ringraziarla di tutto l’impegno e i sacrifici.

I bambini Giapponesi, in questo giorno, hanno l’abitudine di regalare garofani rossi, simbolo per loro di purezza e dolcezza, poi, come da noi, portano in dono piccoli pensieri, magari fatti a mano.

I bimbi farebbero di tutto per le proprie madri e questa festa è anche un modo per far vedere le proprie capacità, così molti bambini si dilettano in cucina. I piatti con cui stupire la mamma sono semplici ma sempre commoventi, come l’Oyakodon, riso con pollo e uova; o il Chawanmushi, budino salato aromatizzato con brodo dashi; o il Tamagoyaki, tipica omelette giapponese.

Oyakodon

Ma, in ogni medaglia ci sono sempre due facce, così anche in Giappone ci sono due situazioni non propriamente idilliache, legate al ruolo di madre, che fanno parte del costrutto sociale.

Amae 甘え, sostantivo del verbo Ameru, significa “dipendere da” e esprime il rapporto tra madre e figlio, quello che si consolida nei primi mesi di vita, che si alimenta costantemente, come una dipendenza, facendo dormire il bambino nella camera dei genitori, perchè metterlo nella propria cameretta, in Giappone, è considerato quasi crudele. Passando dal comportamento materno di completa dedizione in un educazione prescolare permissiva ed indulgente che porterà il bambino ad assorbire la consapevolezza del sacrificio della madre, maturando così un sentimento di obbligo nei suoi confronti e che influenzerà ogni relazione sociale.

Un altro grosso problema è la disuguaglianza di reddito che negli ultimi anni è cresciuta costantemente e una cultura del lavoro non propriamente a favore delle donne e delle madri. Essere una madre single in Giappone è ancora considerato uno stigma sociale e la situazione, per quanto facilmente risolvibile, è particolarmente grave perchè i giapponesi tendono a non chiedere aiuto per paura del giudizio altrui.

Quindi, con la speranza che il sistema possa essere cambiato, magari da una donna di larghe vedute e magari in tutto il mondo, visto che la condizione della donna è ancora alquanto discutibile, auguro a tutte (e intendo proprio tutte):

Buona festa della mamma!

Giappone Nihon

Abbiamo bisogno di respirare.

“Secondo lo Zen, nel sistema di rapporti tra le cose non esiste differenza fra grande e piccolo; un atomo ha in sè le stesse possibilità dell’universo”.

Zen è la pronuncia giapponese del carattere cinese “Chan”, che a sua volta è la traduzione del termine sanscrito “Dhyana” il cui significato è letteralmente “visione”, ma viene spesso tradotto anche con “meditazione”.

Lo Zen, può risultare difficile da comprendere, non si tratta di una filosofia o di una religione, Zen è una forma mentale, uno stato dello spirito che non ha tempo nè luogo e che dipende dalla nostra intuizione.

Il suo scopo è quello di fornirci una via che ci riporti al nostro vero io, al presente, al “qui” e “ora”, distaccandoci dalle distrazioni inutili e dagli atteggiamenti mentali che ci isolano dalla realtà.

Io, che adoro vivere nella memoria, mi chiedo perchè sia così importante fare tesoro dell’attimo presente, per quale motivo il futuro, il passato e tutti i pensieri che ci isolano dalla realtà, andrebbero allontanati dalla nostra mente.

Zen è un attitudine, non una fede, è sperimentare l’attimo presente ed essere grati per il dono stesso della vita. essere Zen significa acquisire piena consapevolezza della nostra connessione con il mondo e con tutto ciò che ne fa parte.

Essere Zen significa essere parte del flusso dell’universo.

Lo scopo è quello di rinunciare alle nostre certezze e all’apparente senso di sicurezza che ne deriva per sfidare i nostri schemi mentali e metterci in discussione come esseri umani.

Uno degli aspetti principali dello Zen sono i paradossi, in quanto spingono la mente in una direzione diversa da quella a cui è abituata, tenendo così a bada il pensiero razionale e liberando la creatività e l’intuizione

I più importanti sono:

Non è niente ed è tutto allo stesso tempo

E’ vuoto e pieno

Circonda tutto ed è circondato da tutto

E’ l’inizio e la fine

Trovo affascinante questo essere collegati al presente, viverlo e goderne i tutto e per tutto, ma, non è nella mia indole “dimenticarmi” (concedetemi il termine) del passato… sono sicura che a molte persone questo distacco fa più che bene… ma il mio passato è stato un presente e magari potrebbe essere un futuro.

Non siamo forse noi stessi un perfetto connubio tra passato presente e futuro?

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Confusion…i need Shinrin-Yoku!

Sono un abitudinaria, e mi va anche bene questa vita, ormai collaudata, se non fosse che questo cuore è più grande di me e di questa vita ormai collaudata, se non fosse che batte all’impazzata quando sento un nome (il suo nome) e vada come vada in questa vita o nell’altra…

Se non fosse che sono stufa marcia di preoccuparmi per l’ altro, per una volta, una fottutissima volta vorrei che qualcuno si preoccupasse per me e anche se so che probabilmente non lo troverò mai, non mi spaventa la solitudine… Vorrei solo assaporare la felicità appagante.



Misteriosa io?!?…Nooo…
Mi sembra di essere ed essere stata abbastanza esplicita, certo ho un modo di comunicare un po’ arcaico, a volte un po’ soppesato (tra il detto e il non detto–nonsense maybe), spesso, forse, mi si dovrebbe leggere tra le righe…


I cambiamenti mi spaventano ma non posso mettere a tacere l’animo, mi sembra di essere un vulcano in procinto di esplodere…
Vorrei solo capire, mi basterebbe una parola, forse due…

Dovrei riuscire a placare la mia mente ed il mio cuore e invece rimango così in balia di questo mare in tempesta…

Ma forse può tornarmi utile il mio amato Giappone, lo sapevate che una delle tecniche più consigliate per placare la mente e ristabilire una connessione con se stessi é lo Shinrin-Yoku?

Espressione giapponese che significa “trarre giovamento dall’atmosfera della foresta” o, più romanticamente, “bagno nella foresta”. Si tratta di una vera e propria immersione nel verde con l’obiettivo di godere dei benefici della natura per la nostra salute.

Consiste nel camminare in un ambiente naturale attivando tutti i cinque sensi per accarezzare gli alberi e le piante, respirare aria fresca, sentire il profumo dei fiori, ascoltare il canto degli uccelli o il soffio del vento tra le foglie, guardare il paesaggio, quando possibile, assaporare uno dei doni della natura, ad esempio dei frutti di bosco.

Così facendo la tradizione giapponese ci ricorda che vivere a contatto con la natura fa bene alla salute. E questo riallineamento dovrebbe placare i moti dell’animo, almeno per un po’…

Ripetere il trattamento all’occorrenza!

La terra girò per renderci più vicini, girò sul suo asse e su di noi, finché, finalmente, ci ricongiunse in questo sogno. Sono parole di Eugenio Montejo.

Qualcosa di me

Se vi dico Arsenale?

Parliamo di Arsenale ma non parliamo di armi, parliamo di persone, di ideali, di condivisione, di una visione del mondo realisticamente utopica!

Conosco Andrea da che in oratorio abbiamo fatto il murales con i bambini del mondo, ci siamo poi persi di vista, ognuno a ricercare la propria vita, la propria “verità”, il proprio posto nel mondo.

Io lo sto ancora cercando ma lui, lui l’ha trovato e ha fatto una cosa bellissima.

Ha creato (ma forse sarebbe meglio dire ha unito) una comunità di famiglie che hanno scelto di vivere con la porta aperta H24. Da 10 anni provano ad essere una risposta concreta alle richieste che gli arrivano quotidianamente. Persone di ogni età, minori o nuclei famigliari accolti nelle grandi braccia dell’associazione e aiutate, grazie a dei progetti finalizzati al recupero o al raggiungimento di una stabilità economica, psicologica e sociale, a sentirsi ancora persone, sentirsi ancora amate, sentirsi ancora vive.

L’ho poi ritrovato grazie alla musica, che è essa stessa unione e terapia, senza sapere che sarebbe stato importante per un passaggio cruciale. Sì perchè mi ha aiutata quando ho denunciato per percosse, verso mia madre, il padre dei miei fratelli e l’ho portata via da casa…

Aiutare spesso non vuol dire prendersi carico di una situazione, spesso è saper consigliare e far sentire la propria presenza.

Mi sono trovata poi un paio di estati dopo a passar con loro il ferragosto. In quella casa affollata ho conosciuto Giuditta, mentre si preparavano cibo e bevande abbiamo chiacchierato, era così facile, sembrava che ti guardasse dentro, era inutile avere paura di dare un peso…è stato emozionante…stare in quella cucina che ti faceva capire tutto l’amore che quella famiglia provava, non solo per loro figlio ma per tutti i figli che sarebbero passati per quella stanza, per quella casa, compresa me in quel momento.

Dal 2006, anno in cui Andrea e Giuditta hanno aperto la loro comunità famigliare (La Mongolfiera) le cose sono cambiate, in meglio, la comunità è cresciuta, sono cresciute le esigenze e di conseguenza le risposte.

Dopo una visita al Sermig di Torino, dove Andrea e Giuditta, incontrano Andrea e Daniela, il progetto si libra in volo e così aumentano le porte aperte H24 e le comunità famigliari. E nel 2015 nasce ufficialmente l’Arsenale dell’Accoglienza. Ora, oltre alle comunità famigliari, ci sono case dove i ragazzi over 18 possono continuare il loro percorso di crescita in un clima sicuro e amorevole, ci sono case dove vengono ospitate donne vittime di violenza con i rispettivi figli.

Insomma, il lavoro è tanto, ma quando il lavoro è la tua vocazione lo puoi solo fare con il tuo miglior sorriso sul viso!

Vi lascio qui il link del loro sito e della loro pagina Facebook, dove potrete conoscere Andrea e Andrea che tra l’altro sono appena tornati dall’Ucraina dove hanno portato gli aiuti raccolti nel lodigiano e hanno potuto toccare con mano quello che noi possiamo solo lontanamente percepire guardando i notiziari…

https://www.facebook.com/arsenaleaccoglienza

https://www.arsenaleaccoglienza.org/

Tra l’atro per Pasqua potete fare una buona azione e rendervi utili così:

Grazie, una parola così piccola, eppure racchiude in sé uno spettro infinito di emozioni! Quindi, magari non leggerete mai questo articolo ma, Grazie Andrea e Giuditta, per la speranza che infondete ancora nel mondo!

Giappone Nihon

La pietra Sessho-seki si è rotta a metà…presagi e sventure.

Il masso “maledetto” che, secondo la leggenda, uccide chi lo tocca, si trova in una zona vulcanica del Giappone.


Si spacca il masso maledetto in Giappone presagio di sventura. Si tratta del Sessho-seki ovvero “ il masso maledetto” o masso omicida che uccide chiunque lo tocchi . Il sasso si trova in un territorio vulcanico del Giappone circondato da gas tossici. Secondo la tradizione lo spirito maligno che lo abitava ora sarebbe libero. La pietra maledetta si rompe e la paura corre sui social. C’è chi ha visto nell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia un presagio della terza guerra mondiale.


Secondo un’antica leggenda giapponese, una volpe aveva il vizio di trasformarsi in una donna bellissima che voleva sedurre gli imperatori. Dopo essere stata scoperta da un sacerdote shintoista, l’affasciante donna vene trucidata da un eroico samurai, ma lo spirito abbandona il suo corpo per possedere un sasso omicida. Il masso maledetto è considerato ufficialmente in Giappone il pezzo più maledetto, origine di una leggenda che vuole che basta toccarlo per morire. Ovviamente se si spacca la spiegazione più plausibile è legata al fatto che nella zona vulcanica in cui si trova ci sia stata un importante variazione di temperatura da farlo spaccare in due parti. Invece con la diffusione della notizia sui social scatta il timore più grande che c’è in questo momento, quello della terza guerra mondiale.