Giappone Nihon

I fumetti giapponesi, parliamo di Manga!

Un mondo meraviglioso, un intero universo in cui perdersi tra mille storie e un’infinità di vite…

Per i Giapponesi è la normalità leggere i “fumetti” anche da adulti, anzi molti sono scritti e pensati proprio per un target di era alto.

Ma bando alle ciance, dopo avervi parlato degli anime, vi lascio il link qui https://bakayasashii.wordpress.com/2017/10/31/anime-cose/

Adesso cerchiamo di capire cos’è un manga e vediamone un po’ la storia!

Manga 漫画 è un termine giapponese che indica i fumetti di piccolo formato originari del Giappone.

In Giappone il termine indica tutti i fumetti, indipendentemente dal target, dalle tematiche e dalla nazionalità di origine. Il fumetto giapponese include opere in una grande varietà di generi, come avventura, romantico, storico, commedia, fantascienza, fantasy, giallo, horror ed erotico.

A partire dagli anni cinquanta il manga è diventato uno dei settori principali nell’industria editoriale giapponese. Benché nata in Giappone, questa forma di intrattenimento è stata esportata e tradotta in tutto il mondo, con una platea internazionale molto nutrita.

In Giappone sono tipicamente serializzate su riviste dedicate, contenenti più storie, ognuna delle quali viene presentata con un singolo capitolo per poi essere ripresa nel numero successivo. Se una serie ha successo, i capitoli possono essere raccolti e ristampati in volumi detti tankōbon e la serie può ricevere un adattamento animato dopo o anche durante la sua pubblicazione.

Gli autori di manga, mangaka, lavorano tradizionalmente con assistenti nei loro studi e sono associati con un editore per la pubblicazione delle loro opere.

Il termine manga, letteralmente “immagini derisorie” fu inizialmente usato alla fine del XVIII secolo in alcune pubblicazioni, come il libro d’illustrazioni Shiji no yukikai di Santō Kyōden, e il Manga hyakujo di Aikawa Minwa, entrambi del 1798; in seguito fu usato da Hokusai, famoso artista giapponese, in Hokusai manga, del 1814 ma il termine non entrò nell’uso comune fino al XX secolo.

Rakuten Kitazawa fu il primo disegnatore a utilizzare la parola manga.

I manga, con le loro figure dai tratti spesso infantili (come gli occhi grandi) possono far pensare a un prodotto destinato a bambini e ragazzi. L’origine di questa caratteristica è un prestito culturale che si fa risalire al 1946 quando Osamu Tezuka, famoso autore di fumetti, incominciò a pubblicare le sue opere, prime fra tutte Maa-chan no nikkichō; grande ammiratore di Walt Disney, ammise di essersi ispirato per realizzare Kimba, il leone bianco (ジャングル大帝, Jungle Taitei) allo stile del lungometraggio Bambi realizzato da Disney nel 1942 (curiosamente in seguito la Disney, per via di alcune polemiche sulla somiglianza tra Il re leone e Kimba, il leone bianco, ha ammesso di essersi ispirata a sua volta all’opera di Tezuka).

Tuttavia, ormai è difficile considerare quanto sopra come un tratto tipico dei manga poiché col tempo altri e numerosi autori hanno presentato stili di disegno molto differenti – come ad esempio Angel Heart oppure Berserk – e quello dei tratti infantili non è più una caratteristica dirimente dei manga. La differenza più evidente tra il fumetto giapponese, il manga, e quello occidentale, risiede nelle modalità di narrazione, impaginazione e le modalità di pubblicazione. A differenziare il manga è innanzitutto l’importanza che viene data all’atmosfera, alle emozioni e all’introspezione dei personaggi.

Il manga si legge al contrario rispetto al fumetto occidentale, cioè partendo da quella che per gli occidentali è l’ultima pagina, con la rilegatura alla destra; analogamente le vignette si leggono da destra verso sinistra ma sempre comunque dall’alto verso il basso. Esistono, tuttavia, eccezioni di opere realizzate per essere lette secondo l’usanza occidentale.

Inizialmente prevaleva la disposizione verticale delle vignette ma successivamente, dalla fine degli anni quaranta, è stata introdotta la disposizione orizzontale che poi si è mantenuta sostituendo quella verticale. Può anche accadere che queste due disposizioni si sovrappongano venendo usate entrambe, creando un percorso di lettura piuttosto complesso per un preciso intento stilistico. Un lettore giapponese, allenato alla lettura non alfabetica, riesce più facilmente di un lettore occidentale a orientarsi in questo universo di segni, dove gli viene offerta una grande libertà di percorso. Gli occhi vagano nella pagina cogliendo inizialmente alcuni dettagli, scelgono di soffermarsi prima su alcuni tipi di testo e poi su altri, ricavando alla fine non una lettura analitica di contenuti, ma una impressione generale di ciò che sta accadendo. L’impaginazione è basata sui tagli e le inquadrature rimangono le stesse utilizzate in qualsiasi altro stile fumettistico, ad eccezione del piano d’azione, che non viene quasi mai utilizzato.

Generalmente la tavola è in bianco e nero, senza colori né scale di grigi, in quanto verrà pubblicata su riviste contenitore che generalmente non si conservano e, per evitare spese di stampa inutili, si preferisce utilizzare un’economica stampa in bianco e nero; oltre a questo, la rivista contenitore è una sorta di “anteprima”, per attirare consensi per un titolo da parte dei lettori, per poi in un futuro, stampare i volumi tankōbon a esso riservati. Le ombre, anche mantenendo il bianco e nero, vengono date raramente dai neri pieni e più facilmente dai retini grattabili; i colori delle eventuali pagine a colori di edizioni speciali e delle riviste vengono tendenzialmente realizzati a china oppure a pantone (i più famosi ed usati sono i copic).

I dialoghi sono presenti – anche se il manga tende a “illustrare” e non “spiegare” – e sono posti in balloon variabili, la cui dimensione dipende anche dal volume del dialogo: a una frase scioccante sarà data una rilevanza maggiore nella tavola di altre, per cui verrà posta in un balloon molto grande mentre nel fumetto occidentale questo effetto viene raggiunto con una lettering in grassetto. Prevalgono dialoghi brevi e il lettering viene realizzato a mano. Le didascalie sono rare.

I manga vengono pubblicati in Giappone inizialmente all’interno di grossi albi, stampati in bianco e nero su carta di scarsa qualità; soltanto alcune pagine introduttive sono talvolta a colori e su carta migliore. In ognuno di questi albi vengono raccolte numerose storie a puntate e, tramite un sondaggio fra i lettori, viene verificato il successo delle singole serie, per determinarne la continuazione o l’interruzione; le serie a fumetti che hanno ricevuto un buon riscontro possono poi essere ristampate sotto forma di albi monografici in più volumi detti tankōbon.

Tradizionalmente le serie a fumetti giapponesi hanno una conclusione, diversamente da molte serie a fumetti occidentali. Il personaggio immaginario, protagonista di una serie, al termine di essa, esce di scena e non viene reimpiegato in altre serie. Alcune eccezioni si possono rilevare per personaggi molto amati dal pubblico, che vengono ripresentati in varianti della storia principale, oppure di cui si raccontano episodi accaduti anteriormente all’inizio della serie principale. Spesso il successo di un personaggio di un manga si risolve in una trasposizione più o meno fedele delle sue avventure sotto forma di anime.

La prima rivista per ragazzi, Shōnen Kurabu fu pubblicata dalla Kōdansha nel 1914, mentre quella per ragazze, Shōjo Kurabu, dalla stessa casa editrice nel 1923.

Le tipologie:

Possono essere suddivisi in vari gruppi, a seconda della classificazione in target di età, per genere sessuale, per genere di storia (drammatico, commedia, thriller).

È anche vero che spesso i sottogeneri si mescolano nelle storie, creando dei mix unici in base a ciò che viene raccontato.

Ecco un elenco di categorie abbastanza esaustivo in base all’età e al sesso:

KODOMO:

Sono quelli scritti per i bambini, con trame molto semplici e un disegno chiaro e pulito. Il target per queste opere è identificato con i lettori di età inferiore ai 10 anni.

SHONEN:

Indicano prettamente quelli indirizzati a un pubblico maschile adolescente 13 e i 20 anni, compreso per lo più fra i quattordici e i diciotto anni. L’elemento preponderante è l’azione, spesso e volentieri inserita in un contesto di fantasia o sportivo.Tra gli shōnen più popolari ricordo Ken il Guerriero, Dragon ball,Naruto.

SHOJO:

Si tratta del corrispettivo femminile dello shonen, ovvero un manga specificamente indicato per le ragazze di età compresa fra i 13 e i 20 anni. L’elemento dominante è quello psicologico-amoroso, il contesto è molto spesso quello scolastico o quello fantastico. Esempi di shōjo ce ne sono tantissimi, ne cito soltanto alcuni più famosi: Lady Oscar, Candy Candy, Galism, Aria, Nana.

SEINEN:

Un manga indirizzato a un pubblico (non necessariamente maschile) maturo. Le tematiche affrontate sono più adulte e i personaggi stessi sono degli adulti. Con “adulto” non si indente assolutamente l’elemento pornografico o sensuale, ma proprio un diverso corpus di argomenti indirizzato a una fascia generazionale diversa. L’azione è anche qui elemento dominante, ma è strumentale alla tematica della storia e molto di rado fine a se stessa. Esempi di seinen: Kiseiju – L’ospite indesiderato, Tokyo Ghoul, Death Parade, Hellsing, Death Note e Berserk.

JOSEI o LADIES:

Protagoniste di questi manga, noti anche come Redisu, sono le giovani donne. L’amore di scuola o l’elemento fantastico lascia spazio ai problemi della quotidianità reale: marito, famiglia, lavoro, figli.

Il realismo e la vita di tutti i giorni sono l’argomento base per questi fumetti. Un’alternativa ai romanzi. Esempi di JoseiHoney and Clover, Paradise Kiss, Kimi wa petto.

SHONEN-AI:

Sono i manga dove viene trattato l’amore omosessuale fra maschi. L’elemento sensuale è presente solo in una forma molto platonica e ovattata, e quasi mai si assiste a scene “spinte”.

Si cerca di analizzare questo tipo di amore da un punto di vista emozionale, più che da quello fisico. Esempi di Shonen-ai: Fake di Sanami Matoh, Gravitation di Maki Murakami.

YAOI:

In questi manga l’amore fra maschi viene affrontato invece per quel che concerne la sua componente fisica, con scene esplicite di intimità fra i protagonisti. Esempi di Yaoi: Kizuna di Kazuma Kodaka, HEN, Afterschool Nightmare.

SHOJO-AI:

L’esatto equivalente degli shonen-ai, ma con protagoniste giovani amanti femminili. Ambientazioni e platonicità degli argomenti permangono inalterati anche qui. Esempi di Shojo-ai:Strawberry Panic, Pietà, Love my life, Strawberry Shake, Free soul, Shiroi heya no futari.

YURI:

L’equivalente femminile dello yaoi. Esempi di Yuri: Maria-sama ga Miteru, Kashimashi, HEN, Love my life.

Attualmente, in Italia c’è molta disinformazione a proposito dello yuri. A differenza dello yaoi, non è molto conosciuto e le poche serie che presentano coppie omosessuali femminili giunte in Italia, sono state oggetto di ampia censura. L’esempio più efficace è sicuramente dato dalla versione italiana dell’anime Sailor Moon.

HENTAI:

I manga pornografici.

Per conoscere invece i generi di manga in base alla classificazione letteraria, vale la pena ricordare che sono molto simili a quello che conosciamo già in letteratura, quindi troveremo somiglianze a livello di storie e narrative.

• Cyberpunk

• Mecha (da mechanics, sono i manga con i robot)

• Spokon (manga sullo sport)

• Romakome (romantic comedies, principalmente shojo manga)

• Aniparo (manga comici e parodie)

• Gekiga (manga drammatici)

• Gore (manga particolarmente violenti)

• Meitantei (manga polizieschi o gialli)

• Suriraa (manga thriller psicologico)

Nonostante queste distinzioni di genere, moltissime ragazze leggono shonen e sono sempre più i ragazzi che si avvicinano agli shojo manga, rendendo tali categorie assolutamente non vincolanti. Capita inoltre spesso che uno shonen contenga elementi di un altro genere di manga, il seinen, ad esempio, rendendosi così più ibrido e libero. Gli autori si sentono sempre meno vincolati dai generi, e di solito vogliono sentirsi liberi di raccontare la propria storia senza dover rispettare troppi paletti.

In questi casi, sempre più frequenti, il genere di un manga viene identificato dalla rivista sulla quale è avvenuta la sua serializzazione: un manga serializzato su Weekly Shonen Jump, ad esempio, solitamente viene considerato uno shonen per definizione. In Giappone infatti, shonen e seinen, così come shojo e josei, sono serializzati su riviste diverse.

8 pensieri riguardo “I fumetti giapponesi, parliamo di Manga!

  1. Con questo articolo, sfondi una porta aperta! Sono un’appassionata del settore da decenni e colleziono manga da più di vent’anni… che dire? Leggere di altri che amano ciò che amo, mi emoziona sempre tantissimo.
    Buona serata. ❤

    Piace a 1 persona

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