Semplicemente io 私だけ Watashidake

Ho sempre detto di stare bene, anche quando lo stare bene ricopriva il mio volto di lacrime che poi inesorabili imbevevano il mio cuscino…non mi sono mai lamentata delle parole offensive, delle pallonate nella pancia o degli sgambetti.

Forse inconsciamente quando mi guardavo allo specchio vedevo il mostro che vedevano loro e quindi accettavo quelle “critiche” che poi critiche non erano.

Ho sempre sentito l’altra persona che faceva capolino da quell’immagine allo specchio, spingere e sgomitare per farsi avanti, per gridare al mondo “guardatemi, io sono così! Guardatemi, non sono un mostro, sono bella e delicata a modo mio, come un fiore di alta montagna”!

Ma sostanzialmente non le ho mai dato retta, io per prima l’ho bullizzata lasciandola dentro a quello specchio a fare solo capolino…e poco per volta anche lei mi ha girato le spalle lasciandomi vivere nella convinzione di non essere degna, di non essere bella, di non essere speciale, praticamente di non essere nessuno.

E sono caduta senza la volontà di rialzarmi…io no, ma lei si, lei si che l’aveva, e l’ha tirata fuori, è uscita allo scoperto, mi ha presa a schiaffi e mi ha tirata in piedi urlandomi addosso quanto ero bella, quanto ero intelligente, quanto ero speciale, quanto ero degno, quanto ero meravigliosamente IO!

Spiegandomi che dovevo uscire dal buio torpore in cui mi ero rintanata in tutti quegli anni, dicendomi che ormai ero grande e non dovevo avere più paura di quello che pensava la gente, che dovevo far sentire la mia voce perché io ero ancora viva ma qualcun altro aveva avuto meno fortuna di me!

E così abbiamo fatto cambio, ora che fa capolino dallo specchio c’è l’altra, quella debole quella che sta in silenzio quella che si fa mettere i piedi in testa!

Finalmente ho capito! C’è voluto un po’, un bel po’ ma ho capito che di quello che pensa la gente non me ne deve francamente fregare niente…

Ho capito che io non sono inferiore a nessun altro, posso camminare a testa alta guardando negli occhi tutte quelle persone che mi hanno fatto passare le pene dell’inferno e, sapete una cosa? Ho notato che neanche loro sono poi così speciali come credevo…sono esattamente come me!

So di avere ancora molto su cui lavorare…

L’altra me, quella nello specchio continua a uscire, soprattutto quando canto, continua a farmi sentire inadeguata, ma so che piano piano diventerò una donna più forte!

https://www.smule.com/p/799045476_2607036856

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La frase del mese

Dimentica abbastanza da andare oltre,

Ricorda abbastanza, affinché non succeda un’altra volta.

Vado a studiare un po’ di Giapponese, おやすみなさい 皆さん❗️

#dimaronelcuore

non me la sento di dire molto altro…

Davanti alla forza della natura non si può fare molto, è una frase banale, impotente ma, mai come in questi giorni, così veritiera…

Chi ha letto il mio libro sa che un capitolo si intitola “la casa al di là della strada”, beh, queste sono le immagini di come sono in questi giorni le case al di là della strada

#dimaronelcuore

I colori 色 iro

Dopo qualche post dove vi ho deliziato/snervato con mie poesie e haiku, oggi torno a parlarvi del mio tanto amato Giappone (mannaggia la peppetta prima o poi ci andrò) e lo faccio parlando dei colori!

Che in giapponese si dice:

[iro]

I giapponesi usano dire 十人十色 jyuunin toiro che letteralmente vuole dire “dieci persone, dieci colori”, per dire che ognuno di noi è differente dall’altro.

Adoro, e trovo naturale, pensare che ogni persona abbia un colore diverso dall’altro, colori a volte complementari, a volte contrastanti, ma comunque unici, com’è ognuno di noi, ciascuno con le proprie idee e i propri sentimenti, #tuttiugualituttidiversi

In giapponese si dice anche 色々 iroiro, “colore, colore”, una ripetizione che va a identificare la diversità e la varietà.

Tanti colori, tante persone, tante menti, tanti cuori diversi.

Sappiamo che ogni paese da un significato diverso ai colori.

In Giappone, in origine esistevano quattro colori base: 赤、黒、白、青 [aka, kuro, shiro, ao], che indicavano quattro diverse gamme di colori, nello specifico:

赤 [aka]: i colori brillanti, vivi (oggi = rosso)

青 [ao]: i colori freddi (oggi = blu, ma anche verde, come vedremo dopo)

白 [shiro]: i colori della luce (oggi = bianco)

黒 [kuro]: i colori dell’oscurità (oggi = nero)

Di base questi quattro colori sono contrapposti gli uni agli altri: kuro e shiro, l’oscurità e la luce, aka e ao, chiarezza e indefinitezza, ma non solo.

Aka, infatti, assume anche un senso di completezza, di definito, mentre ao rimanda a un senso di immaturità, di incompiuto.

Ma vediamoli meglio:

[AO]

Oggi viene usato per indicare il colore blu, ma in origine la definizione non era così netta, e includeva una vasta gamma di colori che arrivava fino al verde e al grigio. E ancora oggi, non sempre il termine ao significa blu, lo vediamo in alcune parole come:

青木 [aoki] = alloro (letteralmente albero verde)

青田 [aota] = risaie verdi

青葉 [aoba] = fogliame verde

青信号 [aoshingo] = semaforo verde

青々[aoao] = verdeggiante, sgargiante

Inoltre, il termine ao rimanda anche a un significato di acerbo (vedi anche aoba qui sopra), immaturità, inesperienza, come si vede in queste parole:

青年 [seinen] = giovane, gioventù

青春 [seishun] = giovinezza, adolescenza

青二才 [aonisai] = inesperto

[aka]

Rosso. Il termine è legato al concetto di luce e di limpidezza (in questo senso, è vicino al bianco) e partendo da questo presupposto, a un concetto di completezza (contrapponendosi ad ao: acerbo, vago, incompleto). Ma il rosso in Giappone è anche il colore della sacralità, il colore dei rituali, usato per tenere lontani gli spiriti maligni, ed è anche il colore della preghiera e della purificazione. E questo si nota anche nell’architettura sacra del Giappone, il rosso vermiglio dei templi shintoisti, e quello dei torii, la porta di accesso al sacro. Infine, aka, è il colore della vita.

赤ん坊 [akanbou], 赤ちゃん [akachan] o 赤子[akago] = neonato

赤の他人[aka no tanin] = un perfetto estraneo

赤恥 [akahaji] = (fare una) figuraccia

紅白 [kouhaku] = bianco e rosso. In Giappone si ritiene che l’abbinamento bianco e rosso sia di buon auspicio, pertanto spesso durante cerimonie e celebrazioni vengono utilizzati drappi bianchi e rossi. *Nota: il kanji di rosso stavolta è diverso: si tratta di 紅 kurenai, rosso cremisi, colore importato dalla Cina.

[shiro]

Bianco. Il colore della luce, secondo la tradizione giapponese è anche il colore delle divinità, che simboleggia l’assenza di impurità, e il colore della sacralità. In generale, il colore bianco va a indicare qualcosa di buono e positivo, di purezza, oltre ad avere il significato di distinto, limpido, chiaro.

白 [shiro] = bianco, ma anche innocente

白旗 [shirohata] = bandiera bianca (白旗を揚げる – shirohata wo ageru) = alzare bandiera bianca (arrendersi)

白面 [sumen] = sobrietà

白状 [hakujou] = confessione

白々しい [shirajirashii] = trasparente, sfacciato

潔白 [keppaku] = innocenza

白星 [shiroboshi] = vittoria

[kuro]

Nero. Si tratta del colore associato all’oscurità (da 暗い kurai, scuro) e si contrappone in tal senso al bianco, il colore della luce. Spesso va indicare qualcosa di misterioso, sinistro e poco limpido, oltre ad essere associato alla morte e al male.

黒 [kuro] = colpevole

腹黒い [haraguroi] = malvagio, subdolo

暗黒 [ankoku] = oscuro

黒星 [kuroboshi] = sconfitta

黒白 [kokubyaku] = giusto e sbagliato – il bene e il male

L’associazione bianco e nero, inoltre, è spesso usata in occasione solenni, in contrasto con gli striscioni bianchi e rossi, usati per le cerimonie ed eventi di festa. Ad esempio i funerali sono solitamente indicati da decorazioni con grandi strisce bianche e nere.

Un amico Giapponese proprio oggi ha postato su Instagram la foto di un treno giallo 黄色 Kiiro dicendo che era il treno della felicita proprio perché per loro il giallo 黄色 Kiiro è il colore legato a quel sentimento, e come dargli torto?!?! È il colore del sole loro simbolo!

Bene minna san, spero di avervi fatto piacere tornando su argomenti come questi e con il Giappone nel cuore vi do la buona notte!

Oyasumi kisu kisu

おやすみ きす きす

Io e il vento 私と風

Io e il vento [私と風] siamo buoni amici, lui mi racconta cose di me che a volte, molto spesso, non so.

Mi sussurra alle orecchie parole che non credevo di conoscere, o che pensavo di aver dimenticato, risvegliandole e aggiungendole alla mia memoria. Così soavi da far intenerire il cuore magari un po’ stanco, così veritiere da far vacillare la mano che saldamente tiene in pugno una verità.

Io e il vento [私と風] siamo buoni amici e non posso che gioire del suo scompigliarmi i capelli e con essi i pensieri, che in questo modo prendono nuovi sentieri, nuove posizioni.

Lui con costanza mi racconta la fiaba della mia vita, da ciò che ero, si inventa per me ciò che potrei essere e io…

io sorrido felice portata dal vento!

Vi consiglio un Drama…


Dicono che morire per chi ami è il sacrificio più grande ma secondo me lo è anche il volerci stare insieme essendo ben consapevoli del fatto che ci spezzerà il cuore…

Non parlo dello spezzarci il cuore per una litigata o perché secondo una delle due parti l’amore è finito.

No, no, parlo di quello “spezzarci il cuore” che solo una telefonata o qualcuno che ci bussa alla porta e ci dice frasi tipo “c’è stato un incedente ma è stato un eroe” oppure “ha servito con onore il suo paese”, “siamo dispiaciuti per la vostra perdita” (perché te lo devono dire nel modo più esplicito che possono, se no rischi di non metabolizzare la notizia)…insomma, avete capito, no?!?

Quello è per me Amore allo stato puro pur con un grosso sacrificio…perché non so se riuscirei a salutarlo tutte le mattine come se fosse l’ultima, saperlo in situazioni pericolose e stare calma o non sapere per niente cosa fa e dov’è perché sono “estranea”…

(Certo è un discorso che si può estendere a tutti perché non sai mai cosa può succedere)

“Non voglio morire per chi amo ma voglio vivere con chi amo”

E dopo questo tripudio di parole sconnesse,…tutto questo sostanzialmente per proporvi questo Drama che le mie compagne di avventure hanno tradotto per me.

https://supportoskdrama.forumfree.it/m/?t=76074849

Vi racconta la fiaba della buonanotte

LA PRINCIPESSA PEONIA

ボタン 姫

Molti anni or sono, a Gamogun, nella provincia di Omi, c’era un castello chiamato Adzuchi-no-shiro. Era uno splendido e antico edificio, circondato da mura e da un fossato pieno di fiori di loto. Il signore feudale era un uomo molto ricco e valoroso, e si chiamava Naizen-no-jo. Non aveva figli maschi, ma aveva una bella figlia di diciotto anni che (non si sa bene perché) aveva il titolo di principessa.
Per un lungo periodo in quelle terre aveva regnato la pace e la tranquillità; i suoi governanti erano in ottimi rapporti tra loro, e tutti erano felici. Stando così le cose, Naizen-no-jo pensò che fosse il momento buono per trovare un marito alla figlia, la principessa Aya, qualche tempo dopo scelse il secondo figlio del signore di Ako, della provincia di Harima. Entrambi i padri furono soddisfatti, e non restava che concordare gli ultimi dettagli con i due ragazzi. Il figlio di Ako aveva visto la sposa e gli era piaciuta.
La principessa Aya, a sua volta, aveva deciso di provare ad amarlo e, anche se non lo aveva mai visto, pensava a lui e ne parlava.
Una sera la principessa, mentre stava passeggiando al chiaro di luna nello splendido giardino insieme alla sua dama di compagnia, attraversò il suo prato di peonie preferito e si diresse al laghetto in cui amava osservare il proprio riflesso nelle notti di luna piena, ascoltare le rane e guardare le lucciole.
Mentre si stava avvicinando al laghetto, un piede le scivolò, e sarebbe caduta nell’acqua se un giovane non fosse apparso come per incanto e non l’avesse trattenuta. Non appena fu di nuovo saldamente in piedi, il giovane scomparve.
La dama di compagnia l’aveva vista scivolare e aveva visto un luccichio, nient’altro. Ma la principessa Aya aveva visto molto di più: aveva visto il giovane più bello che potesse immaginare.
«Ventun’anni», raccontò a O Sadayo San, l’ancella favorita, «dev’essere stato… un samurai o un nobile di altissimo rango. Aveva il vestito ricamato con le mie peonie preferite, e la spada era tempestata di pietre preziose. Ah, se si fosse trattenuto ancora qualche istante, in modo che potessi ringraziarlo per avermi salvato dall’acqua. Chi può essere? E come ha fatto a entrare nel giardino senza essere visto dalle guardie?»
Così diceva la principessa all’ancella, raccomandandosi di non farne parola con nessuno, nel timore che il padre potesse venirlo a sapere, trovasse il giovane e lo facesse mettere a morte per punirlo dell’oltraggio.
Dopo quella sera la principessa Aya si ammalò. Non riusciva più a mangiare né a dormire, e diventò sempre più pallida. Il giorno del matrimonio con il giovane figlio di Ako arrivò e passò senza che la cerimonia avesse luogo: la principessa era troppo malata. Da Kyoto erano stati fatti venire i migliori medici della capitale, ma nessuno di loro fu in grado di fare qualcosa, e la ragazza diventava ogni giorno più esile.
Come estrema risorsa il padre, Naizen-no-jo, fece chiamare l’ancella che era in più stretta confidenza e amicizia con la figlia, O Sadayo, e le chiese se poteva fornire un motivo per la misteriosa malattia della principessa. Forse aveva un amante segreto? Oppure nutriva una particolare avversione per il promesso sposo?
«Mio signore», disse O Sadayo, «non amo rivelare i segreti, ma in questo caso ritengo sia mio dovere farlo per il bene della figlia di vostra signoria. Circa tre settimane fa, in una notte di luna piena, stavamo passeggiando nel campo di peonie e ci stavamo dirigendo verso quel laghetto presso cui la principessa ama trattenersi. Lei inciampò ed era sul punto di cadere in acqua, quando è successa una cosa strana. Improvvisamente un bellissimo giovane samurai è apparso e l’ha sorretta, evitando così che cadesse in acqua. Io ho potuto vedere solo un luccichio, ma vostra figlia lo ha visto molto bene. Prima che potesse ringraziarlo, era scomparso. Nessuna di noi due riesce a capire come sia stato possibile per un uomo penetrare nel giardino della principessa, perché i cancelli del palazzo sono sorvegliati da ogni lato, e il giardino della principessa è il luogo più sorvegliato, tanto che sembra veramente incredibile che un uomo possa entrarvi. Mi è stato imposto di non dire nulla per paura dell’ira di vostra signoria, ma è dopo quella sera, mio signore, che la nostra beneamata principessa Aya si è ammalata. È malata d’amore. È perdutamente innamorata del giovane samurai che ha visto solo per quel breve istante. Davvero, mio signore, non aveva mai visto prima un uomo così bello in tutto il mondo, e se non riusciamo a trovarlo, ho paura che la principessa morirà».
«Come può un uomo entrare nella mia proprietà?» si chiese Naizen-no-jo. «La gente afferma che volpi e tassi a volte assumono l’aspetto di uomini, ma anche così quegli esseri soprannaturali non potrebbero entrare nei terreni che circondano il mio castello, con tutti gli ingressi strettamente sorvegliati».
Quella sera la povera principessa era più infelice che mai. Nella speranza di risollevarle un poco il morale, le ancelle mandarono a chiamare un famoso suonatore di biwa di nome Yashaskita Kengyo. Dal momento che la serata era calda, sedettero nell’engawa , e mentre il musico stava eseguendo Dan-no-ura, la storia della grande battaglia navale, ecco apparire da dietro le peonie quel bellissimo giovane samurai. Questa volta tutti potevano vederlo, e vedevano anche le peonie ricamate sul suo abito.
«È lui! È lui!» gridarono. A quel grido, il giovane scomparve immediatamente. La principessa era eccitatissima e sembrava più vivace di quanto non lo fosse state per giorni. Il vecchio Daimio fu molto sconcertato quando udì quello che era accaduto.
La sera successiva, mentre due delle ancelle stavano suonando per la padrona – O Yae San il flauto e O Yakumo San il koto – la figura del giovane riapparve. Durante la giornata era stata fatta un’accurata ricerca negli immensi campi di peonie senza ottenere il minimo risultato. Non era stata trovata nemmeno un’impronta, e la cosa era veramente sconcertante.
Si tenne consiglio, e il signore del palazzo decise di convocare un ufficiale veterano molto famoso e di grande forza, Maki Hiogo, perché catturasse il giovane se fosse ricomparso anche quella sera. Maki Hiogo accettò prontamente e, al momento stabilito, vestito di nero in modo da essere invisibile, si nascose tra le peonie.
La musica sembrava incantare il giovane samurai. Era apparso sempre mentre si stava suonando della musica. Quindi O Yae e O Yakumo ripresero il loro concerto mentre tutti guardavano verso il tappeto di peonie. Tutte le donne stavano eseguendo un pezzo intitolato Sofuren, quando apparve la figura di un giovane samurai splendidamente vestito con abiti coperti da un ricamo fatto di peonie.
Tutti lo guardavano e si meravigliavano che Maki Hiogo non uscisse dal suo nascondiglio per catturarlo. Ma il fatto è che Maki Hiogo era così stupefatto dal nobile aspetto del giovane che in un primo momento non osò toccarlo. Tornato in sé e pensando al suo dovere verso il signore, si avvicinò furtivamente al giovane e, afferrandolo alla vita, lo tenne ben stretto. Pochi secondi dopo Maki Hiogo avvertì una specie di vapore umido colargli sul volto, si sentì mancare a poco a poco e cadde a terra, immaginando di stringere ancora il giovane samurai che avrebbe dovuto catturare.
Tutti avevano visto la zuffa, e alcune guardie accorsero sul posto. Non appena vi giunsero, Maki Hiogo riprese i sensi e gridò:
«Venite, gente! L’ho preso! Venite a vedere!»
Ma quando guardò cosa stringeva tra le braccia, scoprì che non era altro che una grossa peonia!
Nel frattempo anche Naizen-no-jo era arrivato sul luogo in cui si trovava Maki Hiogo, e così pure la principessa Aya e le sue dame.
Tutti furono sbalorditi e confusi, tranne il Daimio che disse:
«È proprio come pensavo. Spiriti in forma di volpe o di tasso non riuscirebbero a eludere la sorveglianza delle guardie e a penetrare in questo giardino. È lo spirito della peonia che ha preso la forma di un principe».
«Devi prenderlo come un segno di rispetto», disse rivolgendosi alla figlia, «e onorare grandemente la peonia e prenderti cura di quella afferrata da Maki Hiogo come prendi cura di te stessa».
La principessa Aya portò il fiore con sé nella sua stanza, lo mise in un vaso pieno d’acqua e lo collocò accanto al cuscino. Aveva la sensazione di avere vicino il suo innamorato. Un giorno dopo l’altro la sua salute migliorò. Si prendeva cura personalmente della peonia e, strano a dirsi, invece di appassire il fiore sembrava acquistare sempre più energia. Infine la principessa guarì. La sua bellezza diventò come un raggio di sole, mentre la peonia continuava a essere in piena fioritura.
Poiché ormai la principessa Aya era in perfetta salute, suo padre non poteva rimandare ulteriormente le nozze. Perciò qualche giorno dopo il signore di Ako arrivò a palazzo con la famiglia, e anche il suo secondo figlio si sposò.
Non appena la cerimonia ebbe termine, la peonia fu trovata ancora nel vaso, ma morta e avvizzita. Dopo allora la gente del villaggio, anziché parlare di Aya Hime ossia Principessa Aya, parlò di Botan Hime ossia Principessa Peonia
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おやすみなさい