Giappone Nihon

Ittekimasu vs itterasshai

Uchi 内 (Interno) e Soto 外 (Esterno), rappresentano i due poli di uno dei concetti più importanti della cultura giapponese (insieme a “Honne/Tatemae” e al “Wa” https://bakayasashii.wordpress.com/2018/04/16/honne-%e6%9c%ac%e9%9f%b3-e-tatemae-%e5%bb%ba%e5%89%8d/). Uchi si riferisce alle persone all’interno di una determinata cerchia sociale (come una famiglia, una squadra, un’azienda), mentre Soto si riferisce alle persone all’esterno di quel gruppo.

Come forse saprai, la cultura giapponese è molto improntata sull’armonia sociale e sul “noi” (diversa dalle culture occidentali imperniate sull’individualismo e sulla libertà personale): fare parte di un gruppo, e rispettarne gli standard, è una componente fondamentale per potersi definire parte integrante di una comunità.
Uchi e Soto si riflettono in tutte le dinamiche sociali, politiche ed economiche del paese, in un sistema di cerchi concentrici: essere “dentro” o “fuori” in una determinata iterazione sociale dipende dal contesto.

Pur non essendo legata direttamente al keigo 敬語, letteralmente “lingua di rispetto”(linguaggio onorifico giapponese https://bakayasashii.wordpress.com/2017/11/18/il-linguaggio-onorifico-giapponese-complessita-4-0-%f0%9f%a4%af/), ittekimasu (いってきます) è una formula richiesta dal galateo giapponese: formata dalla coniugazione dei verbi iku, “andare”, e kuru, “venire”, si usa per avvisare che stai uscendo di casa e che sarai presto di ritorno.
La persona che rimane a casa risponderà con itterasshai (いってらっしゃい), che si potrebbe tradurre letteralmente con “va’ e torna sano e salvo”; la forma onorifica irassharu assume quindi una velata nota di augurio a cui si può aggiungere ki wo tsukete, “fa’ attenzione!”, per rafforzarne il concetto.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

ただいま e おかえり(なさい)・tadaima e okaeri (nasai) –

Mi è sempre piaciuto “tornare a casa”, qualunque posto chiamassi casa in quel determinato momento.

Non ho viaggiato molto ma ho fatto 11 traslochi tutti entro i 30km, quindi non mi sono mai affezionata ossessivamente ad una casa in particolare ma, la maggior parte delle volte, mi affezionavo al momento che stavo vivendo…

Noi siamo abituati a chiedere permesso quando entriamo in qualche casa.

In Giappone, invece, si annuncia di essere ritornati…

Una volta a casa si annuncia il proprio ritorno con la frase tadaima (ただいま), si può tradurre con un semplice “sono a casa” ed è la versione abbreviata dell’originale frase “Tadaima kaerimashita”,

La traduzione letterale di Tadaima dal giapponese all’inglese è in realtà “solo ora “. Quindi possiamo tradurla con “sono appena tornato a casa”

La risposta al saluto sarà okaerinasai (おかえりなさい), forma onorifica che corrisponde a “bentornato!” ma si può usare anche la forma abbreviata okaeri, più informale.

Tadaima e Okaeri sono due dei saluti giapponesi più comuni. L’ordine in cui si dicono non è importante.

Penso che “casa” non sia necessariamente un luogo fisico di mattoni e legno ma bensì le persone che ci fanno sentire vivi, benaccetti, sicuri e sereni con cui scegliamo di condividere le nostre emozioni e le nostre paure, quelle persone di cui ne vediamo l’essenza e che riescono a vedere la nostra andando al di là dell’apparenza.

Per questo ho sempre desiderato abbracciare qualcuno dicendo “tadaima” appoggiando la testa sul petto per sentirne il cuore e sentire rispondere “okaeri”…

Giappone Nihon

Una potente formula scintoista per l’esorcismo e la purificazione: Oo Harai Kotoba (おおはらいことば・大祓詞)

Il volgere al termine di un anno e l’incominciare di un altro si legano profondamente, è dove tutto inizia eppure è dove tutto finisce, è l’alfa e l’omega, è la consapevolezza della continuità nella novità.

Questo è il momento perfetto per purificarsi, per esorcizzare i sentimenti negativi e cercare di ripartire con rinnovata forza.

大祓(Oo Harae) è la più importante cerimonia di purificazione, si pratica due volte all’anno: il 30 Giugno ( chiamato Misoka – 晦日) ed il 31 Dicembre (detto l’Oo Misoka – 大晦日).

Queste cerimonie hanno luogo sia nel santuario del palazzo imperiale che nei tanti templi scintoisti fin dai tempi più remoti per purificare tutta la popolazione.

In alcune circostanze, questo rituale viene eseguito anche dopo catastrofi naturali.

Nel “Oo Harai Kotoba(大祓詞)” , un sacerdote legge parole sacre che si dice abbiano più di 1.300 anni di storia.

Il testo sacro si divide in due.

All’inizio si racconta dell’origine del Giappone.

Si dice che attraverso la lettura della formula – o assistendo alla cerimonia – sia possibile purificare i “Kegare, けがれ, 穢れ” (colpa / peccato / odio / bugia / rabbia / invidia / gelosia, etc.) e che questi siano cancellati.

La parola “Kegare”, invece, deriva dalla parola “sentimento (Ke, 気)” e “morire o avvizzire (Kare-ru, 枯れる)”.

La possiamo tradurre con “impurità”.

A volte, durante la vita, inconsapevolmente sviluppiamo vari “Kegare” nel cuore e proviamo “dolore”. Se i sentimenti negativi si accumulano nel cuore, anche il corpo si ammala.

Invece, se si purifica Kegare e si ravviva il “Ke (sentimento)” che è morto, allora ritorna il vigore nella vita e con la purificazione il sentimento torna incontaminato.

Questa è una definizione della “Oo Harae”, forse la più mistica.

Giappone Nihon

ITADAKIMASU いただきます

Itadakimasu e gochisōsama deshita sono le due espressioni che fanno parte del galateo giapponese a tavola. Anche se spesso viene tradotto con “Buon appetito!”, il significato di itadakimasu (いただきます) è molto più ampio: è la coniugazione del verbo itadaku, che a sua volta è la forma umile del verbo morau, cioè “ricevere”.

Itadakimasu è in effetti un modo umile di dire “(io) ricevo (qualcosa)”, quindi nel tipico contesto in cui lo vediamo usare, prima di mangiare, va a significare qualcosa tipo “ricevo (con gratitudine) questo cibo”.

Rispetto al nostro “Buon appetito” ,che è una sorta di augurio rivolto a chi mangia insieme a noi, “itadakimasu” può essere detto anche se si è da soli

In poche parole, è un’espressione con cui si accetta qualcosa con gratitudine e viene usata quando si riceve qualcosa in dono o più frequentemente prima dei pasti: un ringraziamento verso chi ci ha procurato il cibo, ma anche verso le piante e gli animali che hanno dato la vita per sfamarci e di cui onoreremo il sacrificio non sprecando nemmeno un chicco di riso. Ecco perché non va detto se non si ha intenzione di mangiare.

Un tempo era un’espressione di ringraziamento agli dei per il cibo ricevuto, agli animali e alle verdure di cui ricevevamo la vita, a chi aveva catturato o allevato l’animale, a chi aveva preparato il pasto… O meglio, ancor più che un ringraziamento, possiamo dire che fosse una sorta di professione di umiltà di fronte a chi aveva fatto tanto per noi.

Tutto ciò si riflette in questo termine e appare ovvio se guardiamo alla sua etimologia. Itadakimasu è infatti sì, un verbo che significa “ricevere”, ma è scritto con il kanji 頂 (con il kanji scrivo infatti 頂きます). Questo kanji è composto da due parti, 丁 chou, che si trova nel kanji solo per attribuire il giusto suono al kanji, per ricordarne la pronuncia, diciamo. L’altra parte viene da 頁 cui ora attribuiamo un altro significato, ma in origine significava solo “testa”, e dunque capo, cima, parte alta… Non a caso 頂き itadaki significa “apice” o “cima”.

Dunque dicendo che “ricevo qualcosa” con il verbo itadakimasu, trasmetto anche l’idea che questo qualcosa viene dall’alto, cioè da qualcuno più importante di me.

Oggi ovviamente l’espressione itadakimasu, detta prima di un pasto, è poco più di una semplice frase fatta, è un grazie a chi ha preparato il cibo per noi; anche un giapponese però potrebbe risponderci che non ha mai riflettuto sull’origine di “itadakimasu” (mi riferisco al perché abbia il kanji di “apice”, “cima”).

Ad ogni modo, per la sua natura di “ringraziamento” è bene usarlo sempre, prima di un pasto, perché non è un semplice “augurio” come il nostro “Buon appetito” …e quindi non va usato allo stesso modo (per augurare agli altri un buon appetito), va usato per ringraziare chi si è dato da fare per noi, per prepararlo …o, nel caso di chi lo usa anche se pranza da solo, per ringraziare tutti quelli che hanno faticato perché il cibo fosse disponibile per noi, perlomeno, ma anche l’animale, le verdure, ciò che in un certo senso ha dato la vita perché noi potessimo vivere.

A pasto ultimato si usa dire Gochisōsama deshita (ごちそうさまでした), dove gochisō significa “banchetto”; in questo caso si tratta di un ringraziamento diretto alle persone che hanno preparato il cibo e che l’hanno servito. Sembra che l’origine della parola sia nascosta nei kanji che la compongono: chisō (馳走) non significa soltanto “pranzo di lusso”, bensì anche “correre in giro”; si dice che si riferisca all’antica usanza di sellare il cavallo per cercare gli ingredienti necessari alla preparazione del banchetto per gli ospiti. L’aggiunta degli onorifici go e sama accentua il senso di rispetto racchiuso nella parola.

Senza categoria

La caducità dell’uomo

Di lui si sa molto poco.

Nagato Iwasaki è uno sculture, pittore e illustratore giapponese.

L’artista, noto sopratutto per le sue statue in legno a grandezza naturale immerse principalmente in un contesto naturale, preferisce far parlare le sue opere e, sinceramente, visto il risultato, credo sia più che giusto.

Tutto ciò che crea è realizzato con materiale del tutto naturale, legno soprattutto.

I soggetti, spesso incompleti e monchi, sono umanoidi dall’aspetto talvolta inquietante, qualcuno li paragona ad alieni, altri a teschi e scheletri con gli organi visibili. Questi esseri sembrano abitare con nonchalance i boschi, anzi sembrano essersi composti autonomamente utilizzandone e risorse.

Le sue sculture sono create senza l’uso di chiodi o sostanze adesive, Nagato non piega o leviga il legno prima di assemblare il tutto.

Così, senza particolari supporti a tenere saldi i pezzi l’uno con l’altro se non dei paletti sempre di legno, le sue sculture saranno un giorno destinate a perdere la loro integrità, così come il corpo umano è destinato a deperire col tempo.

Nagato dice che raccoglie il suo materiale presso la Suruga Bay che si trova vicino al suo studio, nella prefettura di Yamanashi, e che il momento ideale per farlo è subito dopo un tifone perché il materiale è già stato lavato dalle intemperie.

Tutte le sue opere ritraenti questi “uomini di legno” fanno parte di un’unica galleria chiamata “Torso”.

Sito dell’artista:

http://nagato-iwasaki.com

Senza categoria

La meraviglia

Le isole Miyako (宮古列島 Miyako Rettō) sono situate nella parte sud-occidentale della Prefettura di Okinawa e dell’arcipelago delle Ryūkyū, circa 300 km a sud-ovest dell’isola di Okinawa, in Giappone. Formano il piccolo arcipelago delle Sakishima insieme al gruppo delle isole Yaeyama, le uniche del paese situate più ad ovest delle Miyako.

Le Miyako furono chiamate nel Cinquecento dai navigatori portoghesi Ilhas dos Reis Magos, (così nella mappa di Lopo Homem del 1554)

Le varie isole delle Miyako sono state suddivise in due municipalità (市町村区 shichōsonku):

La città (市 shi) di Miyakojima, che ha una propria giunta comunale.

Il villaggio (村 son) di Tarama, l’unica municipalità del distretto di Miyako (宮古郡 Miyako-gun).

Città di Miyakojima. Sotto la sua giurisdizione ricadono i territori di altre isole, a due delle quali, Ikemajima e Kurimajima, è collegata con un ponte .

Le 6 isole principali sono:

Miyakojima, l’isola principale del gruppo delle Miyako, dove sorge il centro abitato principale delle Miyako, è famosa per la sua bellezza, in particolare il capo Higashi-hennazaki (東平安名岬), situato ad est, che è stato inserito tra i monumenti designati del Giappone per la sua bellezza scenica.

Le altre sono:

-Ikemajima

-Irabujima

-Kurimajima

-Ōgamijima

-Shimojishima

Villaggio di Tarama. Sotto la sua giurisdizione ricadono i territori di due isolette situate a circa 30 km da Miyakojima:

Taramajima, l’isola principale del villaggio, dotata di infrastrutture turistiche, un aeroporto ed un regolare servizio di traghetti

Minnajima, pressoché disabitata.

L’Isola Miyako è una meta ideale per gli appassionati di mare e sport acquatici come snorkeling e immersioni che qui possono crogiolarsi al sole su spiagge tropicali ed esplorare fondali ricchi di coralli e pesci, approfittando del clima mite durante tutto l’anno.

L’isola è collegata ad altre quattro isole dell’arcipelago Miyako da una serie di ponti e questo consente di spostarsi ancora più facilmente e visitare altri luoghi dell’arcipelago.

Con la sua atmosfera tropicale, i ritmi rilassati e  uno stile di vita semplice, ancora votato alle antiche tradizioni, l’Isola Miyako rappresenta un rifugio perfetto per sfuggire al caos e alla frenesia delle grandi metropoli giapponesi.

La principale attrazione di Miyako sono le sue spiagge, delle pittoresche distese di sabbia bianca abbracciate da un mare cristallino ricco di coralli che offrono ottime opportunità per praticare sport acquatici.

Il periodo migliore per godersi le spiagge di Miyako è da aprile a novembre, quando le temperature raggiungono massime di 25 gradi e le acque del mare sono calde.

Sebbene la costa sia disseminata di tante spiaggette, sono tre le principali e quelle più visitate dai turisti e tra queste c’è Maehama Beach, che con la sua distesa di sabbia bianchissima e fine lunga 7 km è considerata una delle migliori del Giappone. È ideale per praticare tantissimi sport in acqua, rilassarsi al sole o anche solo passeggiare ammirando il tramonto.

La spiaggia Yoshino Beach è considerata la migliore dell’isola per lo snorkeling: migliaia di pesci colorati popolano le acque di fronte alla costa e resterete meravigliati dal labirinto spettacolare creato dai variopinti coralli.

La spiaggia Sunayama Beach è un’altra meraviglia naturale di Miyako: le sue acque cristalline, la sabbia bianchissima e le formazioni rocciose contribuiscono a rendere lo scenario particolarmente suggestivo.

Nella punta meridionale dell’isola Miyako si trova il Capo Higashi-Hennazaki, una stretta penisola che si protende nel mare per 2 km offrendo bellissime viste sull’oceano. Sulla punta della penisola sorge l’omonimo faro, interamente bianco, che si può visitare all’interno pagando una quota di ingresso di 200 yen. Raggiungendo la cima del faro si hanno viste splendide.

La cittadina di Hirara, che rappresenta il maggior luogo abitato dell’isola, offre tante attrattive e spunti per fare shopping o divertirsi.

Nel cuore della città, vicino al porto, si trova il Mausoleo di Tuyumya dove è sepolto Nakasone Tuyumya, leader governativo di Miyako nel 1500. Oltre ad essere un patrimonio culturale importante, il mausoleo sorprende per il suo stile particolare ed elaborato.

Nella cittadina troverete aree verdi come il Giardino Botanico, realizzato come centro di ricerca e studio delle piante tropicali dell’isola e divenuto una delle attrazioni principali di Miyako. Al suo interno ci sono vari percorsi a piedi che permettono di passeggiare tra bellissimi giardini profumati, traboccanti di fiori di ibisco e bougainvillea, aree boschive lussureggianti, frutteti e foreste di palme.

Miyako è collegata ad altre isole da una serie di ponti e tra questi ce ne sono due particolarmente belli da attraversare, sia con i mezzi che in bicicletta o a piedi. A nord, il ponte Ikema Ohashi, lungo quasi un chilometro e mezzo, raggiunge l’Isola Ikema con una curva sinuosa, mentre a sudovest il ponte Kurima Ohashi conduce sull’Isola Kurima con un percorso di quasi 2 km. Attraversare questi ponti regala un’emozione incredibile in quanto sotto di voi avrete il mare con la sua bellissima distesa di coralli visibile dall’alto.

Visitare l’Isola Miyako è un’ottima occasione per assaggiare le specialità della cucina locale tra cui c’è la deliziosa soba miyako, leggermente diversa da quella della cucina di Okinawa, e lo yushi dofu, una varietà di tofu locale usata solitamente nelle zuppe, con la soba e in tanti altri piatti.

Se invece si vuole acquistare qualche prodotto come souvenir, uno dei regali più gettonati è il sakè artigianale awamori, un tradizionale liquore a base di riso tipico della regione di Okinawa e particolare nel gusto in quanto creato con l’acqua locale, ricca di minerali e calcio.

Anche il sale Yukisio si presta ad essere un ottimo regalo: ricavato dall’acqua pulitissima del mare di Miyako, ha un gusto particolare e non troppo forte e si sposa bene con una grande varietà di piatti.

Senza categoria

Otanjoubi omedetou お誕生日おめでとう

Ohayō minna,

è da un po’ che manco, problemi personali e lavorativi, oltre all’idea per un nuovo libro, mi hanno tenuta lontana dal blog.

Ma il Giappone è parte di me, anche se mi sono chiesta come possa essere parte di me un luogo che ancora non ho visto e vissuto, come il retaggio di una vita passata.

Ma, bando alle ciance e al romanticismo perché oggi è il mio compleanno, che in giapponese si dice tanjoubi 誕生日, in verità è il mio 40esimo compleanno!

Stasera esco con gli amici a festeggiare perché ci siamo organizzati per un aperitivo, offrirò loro il primo giro di birre e spritz col Campari, si chiacchiererà e poi si deciderà se andare a cena o se farci il finalino con Cherry e Punt e Mes per poi andare a letto “tranquilli”!

Ma vi starete chiedendo, “come si festeggia il compleanno in Giappone?”

Ecco, è leggermente diverso da quello che facciamo noi, ma non si discosta di tanto.

Quando si è piccoli (elementari) si organizzano le feste a casa con gli amici, con la mamma si decide il giorno e si invitano gli amichetti di scuola dicendo “oggi è il mio compleanno venite da me a festeggiare”.

Quando si cresce non si va più a sbandierare ai quattro venti che è il nostro compleanno, gli amici si devono ricordare del tuo giorno speciale e organizzarti una piccola festa o una cena, un pic-nic, insomma qualcosa.

Qui in Italia è il festeggiato che offre da bere a gli amici, in Giappone è il contrario, sono gli amici che offrono al festeggiato, proprio perché in Italia è il festeggio che invita mentre in Giappone è lui “l’invitato”.

Per quanto riguarda i regali, qui da noi sta prendendo piede sempre di più l’usanza di fare un unico regalo importante a cui partecipano tutti (o quasi) gli invitati, in Giappone si preferisce fare ognuno il proprio regalo, così da far capire che abbiamo passato del tempo a pensare e a capire cosa potrebbe piacere, così si riceveranno tanti piccoli regali tutti diversi come i pensieri delle persone che ve l’hanno fatto.

Regali da non fare in Giappone (soprattutto a chi è più grande di noi):

Buoni regalo, perché significherebbe non mostrare interesse, fare scegliere al festeggiato il proprio regalo non è una bella idea.

Calzini o scarpe perché si calpestano coi piedi, non è di buon auspicio

Orologio, borsa o penna, si lascerebbe il messaggio che bisogna impegnarsi di più, nello studio o nel lavoro.

Detto questo, ovviamente ci saranno un milione di abitudini e rituali che io ancora non ho scoperto, ma sicuramente in Giappone come in Italia, se c’è buona compagnia ci si diverte sicuramente!

Senza categoria

Mito della Creazione – Nascita del Giappone

La mitologia Giapponese narra che in principio nacquero in cielo tre divinità. Queste ebbero molti figli finché, alla settima generazione, nacquero Izanagi (l’essenza maschile) ed Izanami (l’essenza femminile), a questi due Kami venne affidato il compito di creare la terra.

Questi ultimi decisero di scendere sulla terra attraverso un ponte ancora oggi chiamato Amanohashidate (un cordone di sabbia in mezzo al mare coperto da una pineta visibile nella prefettura di Kyoto).

Prima di scendere sulla terra però, non conoscendone la superficie, affondarono Amanuhoko un’ alabarda speciale per vedere se sotto di loro ci fosse terra o acqua.

Ritirando l’ alabarda verso di loro, caddero delle gocce d’ acqua e si creò l’isola di Onogoro, la prima isola del Giappone, sulla quale scesero le due divinità, rimanendovi per molto tempo.

Ebbero due figli: Hiruko e Awashima, nacquero deboli e malformati e non vennero considerati divinità. Così Izanagi e Izanami li misero in una barca e li lasciarono andare in mare aperto sperando che gli altri dei li potessero perdonare per quel gesto così orribile. I figli erano venuti deboli perchè durante la cerimonia prima del concepimento le due divinità avrebbero dovuto girare attorno a dei pilastri sacri e poi salutarsi ma fu Izanami a salutare per prima Izanagi e non viceversa come doveva avvenire.

Perciò rifecero nuovamente la cerimonia e dalla loro unione stavolta nacquero le Oyashima, cioè le otto isole del Giappone:

• Awazi

• Iyo

• Ogi

• Kyushu

• Iki

• Tsushima

• Sado

• Honshu

(mancano Hokkaido e Okinawa che nell’antichità non esistevano ancora).

In seguito vennero generate altre divinità: l’ultimo nato fu Kagutsuchi, incarnazione del fuoco, che finì per bruciare Izanami.

Izanagi decise di andare a cercare la compagna perduta, intraprese così un viaggio verso Yomi, “terra degli spiriti” per cercare di riportare Izanami nel mondo dei vivi ma non la ritrovò mai più.

(Quando Izanagi ando‘ a Yomi in effetti trovo‘ Izanami ma costei era gia‘ devastata dalla putrefazione e Izanagi fuggi‘ da Yomi inseguito da una furente Izanami che cercava di trattenerlo a Yomi. Per sua fortuna Izanagi raggiunse l’ingresso di Yomi e pose su di esso un’enorme pietra per separare per sempre il mondo dei morti da quello dei vivi.)

Tornò allora sulla terra e cercò di purificarsi ma mentre si svestiva e si toglieva tutti gli indumenti e ornamenti si accorse che ogni oggetto che gettava a terra si trasformava in una nuova divinità.

Gli dei più importanti però nacquero quando Izanagi si lavò la faccia:

Amaterasu (incarnazione del Sole)

Tsukuyomi (incarnazione della Luna)

Susanoo (incarnazione del Vento e della Tempesta).

Izanagi divise il mondo fra loro tre: ad Amaterasu toccò governare il Cielo, a Tsukiyomi la notte e la luna e a Susanoo i mari e le acque.

Dei tre, Susanoo, era il più ribelle e inquieto e spesso si lamentava con Izanagi che stanco delle sue continue lamentele decise di esiliarlo nel mondo Yomi.

Susanoo accettò questa decisione, ma andò prima dalla sorella Amaterasu in cielo per dirle addio. La sorella però conoscendo la poca sincerità di Susanoo lo sfidò a dimostrare di essere veramente sincero nel volerla solo salutare senza avere altro in mente. La sfida consisteva in una creazione di divinità: avrebbe vinto chi sarebbe riuscito a generare più figli divini.

Amaterasu generò tre donne da una spada e Susanoo cinque uomini da un monile.

Nessuno dei due voleva dichiararsi sconfitto, in seguito Amaterasu, stanca di essere tormentata da suo fratello Susanoo, si nascose in una caverna ed il mondo sprofondò nell’ oscurità.

Le altre divinità organizzarono una festa per indurla ad uscire dalla caverna, invitando dei galli per cantare la nuova alba.

Tutte le divinità danzarono, bevvero sakè e si divertirono, mentre uno di loro si appostò all’ ingresso della caverna con uno specchio.

Amaterasu, attratta dai suoni della festa, uscì dalla caverna e, guardandosi allo specchio, fu affascinata dalla sua stessa immagine, decidendo di tornare ad illuminare il mondo.

Gli dei introdussero poi una corda nella caverna in modo che Amaterasu non potesse cambiare idea e tornare a nascondersi.

(Questo è il motivo per cui nei santuari Shinto si vedono così spesso figure di galli e corde.)

Susanoo, che nel frattempo era stato esiliato dal Cielo, giunse nella provincia di Izumo dove si imbattè in una famiglia in lacrime per la sorte della loro figlia: questa infatti veniva minacciata di essere catturata da un drago.

Susanoo si offrì volontario per salvare la giovane ma in cambio voleva che le venisse concessa la sua mano per sposarla. Ovviamente la richiesta venne accettata e Susanoo sconfisse come promesso il drago.

Dopo questo fatto Susanoo e Amaterasu tornarono in cielo riappacificandosi.

In questa pace nacquero i discendenti di Susanoo e di Amaterasu.

Uno in particolare si ricorda, Onamuji (figlio di Susanoo) perché nonostante la tradizione attribuisca la creazione delle isole giapponesi a Izanagi e Izanami, la tradizione Izumo afferma che Onamuji fu colui che, se non creò la terra nipponica, almeno contribuì a completarla del tutto.

Tuttavia il primo effettivo sovrano del Giappone fu Niniji, nipote di Amaterasu che gli fece dono di tutti i suoi tesori e lo incaricò di governare il Giappone.

Da Niniji discende il primo vero imperatore della storia del Giappone: Jimnu Temnu fondatore del regno Yamato.

Si ricorda questa mitica storia in occasione del Kenkoku Kinebi 建国記念日(Anniversario della Fondazione del Giappone) che si festeggia l’ 11 di Febbraio. E’ una festa nazionale che venne ripristinata nel 1966 dopo essere stata abolita nella Seconda Guerra Mondiale.

Senza categoria

Cose buone e cose belle…柚子

Qualche giorno fa sono andata a Milano con un amica, a parte le peripezie per arrivarci perché il suo navigatore non ci voleva portare, alla fine siamo arrivate sane e salve da Iginio Massari, lui non c’era ovviamente ma io ho scoperto e mi sono innamorata dei suoi macarons allo Yuzu, dolci e aspri allo stesso tempo, come l’unione di due anime…

È stata una cosa meravigliosa!

Sapete cos’è lo Yuzu?

No?!?! Ok ve lo racconto io…

Citrus junos Siebold ex Tanaka in giapponese ユズ, 柚, 柚子 (yuzu) è un albero da frutto distribuito nell’Asia orientale del genere Citrus.

Dicono sia un ibrido tra il mandarino e il papeda.

Il frutto è molto aromatico, il diametro è solitamente compreso tra 5,5 e 7,5 centimetri, ma possono arrivare anche a 10 centimetri.

Si pensa sia nato in Cina o in Tibet più di duemila anni fa e poi trapiantato in Giappone dove ora viene coltivato intensivamente, specialmente sull’isola di Shikoku. La pianta è molto robusta, predilige la vicinanza a corsi d’acqua e può sopportare temperature molto rigide. I suoi frutti, che raggiungono piena maturazione da ottobre a dicembre inoltrato, hanno una buccia irregolare di colore giallo tendente al verde.

È stato introdotto durante la dinastia Tang in Corea e Giappone, nei quali viene coltivato più estensivamente.

Le proprietà benefiche dello yuzu sono tantissime. È infatti un potente antiossidante, ricco di vitamina C e polifenoli. Un vero e proprio alleato per la nostra salute, soprattutto in inverno per prevenire influenza e raffreddore. I suoi olii essenziali in oriente vengono anche molto utilizzati per l’aromaterapia ma anche per preparare creme e maschere per il corpo.

È un frutto che grazie alle particolari proprietà organolettiche e al suo caratteristico sapore viene molto utilizzato in cucina, soprattutto in quelle giapponese, coreana e occidentale.

Per via della sua forte acidità, difficilmente viene mangiato come frutto fresco ma grazie al suo intenso profumo, lo yuzu viene utilizzato in molte ricette, non soltanto in Giappone. In Europa infatti lo ritroviamo soprattutto in pasticceria per insaporire macarons, pasta frolla o per bagnare il pan di spagna.

In alcuni Paesi asiatici lo yuzu è comunemente usato come ingrediente nelle merendine e negli snack confezionati.

Lo yuzu è anche ottimo per la preparazione di tè, vini, liquori e cocktail estivi o come ingrediente base e addensante di confetture e marmellate.

Nelle preparazioni salate lo yuzu può esser spruzzato sopra gustose insalate oppure utilizzato nella preparazione della maionese. La sua buccia può esser grattata sopra il pesce o sopra i frutti di mare, magari aromatizzando del burro. Si può trovare anche all’interno del Ramen o come accompagnamento di sushi e sashimi.

Giappone Nihon

Fiabe e leggende, Urashima Taro 浦島太郎

Molto, molto tempo fa, nella provincia di Tango, viveva sulle coste del Giappone, nel piccolo villaggio di Mizunoye, un giovane pescatore chiamato Urashima Taro. Suo padre era stato pescatore prima di lui e la sua abilità era più che raddoppiata una volta trasmessa al figlio. Urashima era il pescatore più abile in tutta quella parte del paese e poteva catturare più Bonito e Tai in un giorno di quanti ne potessero prendere i suoi compagni in una settimana.

Ma nel piccolo villaggio, più che per essere un abile pescatore, egli era conosciuto per il suo buon cuore. In vita sua non aveva mai fatto male a nessuno, grande o piccolo che fosse, e quando era ragazzo, i suoi compagni lo avevano sempre preso in giro perché non si univa mai a loro nel dar fastidio agli animali, ma tentava sempre di trattenerli dal dedicarsi a quel crudele sport.

Durante un mite crepuscolo estivo, se ne stava andando a casa dopo una giornata di pesca quando si imbatté in un gruppo di bambini. Stavano tutti gridando e parlando ad alta voce, e sembravano essere in stato di grande eccitazione per qualcosa, perciò andò da loro per vedere cosa fosse accaduto. Così vide che stavano tormentando una tartaruga. Prima un ragazzo la tirava da una parte, poi un altro la spingeva dall’altra, mentre un terzo bambino la batteva con un bastone e un quarto colpiva il suo carapace con una pietra.

Urashima si sentì dispiaciuto per quella povera tartaruga e decise di salvarla. Parlò ai ragazzi:

“Attenzione, ragazzi, state trattando quella povera tartaruga così male che presto morirà!”

I ragazzi, che erano tutti di un’età in cui i bambini sembrano deliziarsi nell’essere crudeli con gli animali, non diedero peso al gentile rimprovero di Urashima, ma continuarono a maltrattare la tartaruga come prima. Uno dei ragazzi più grandi rispose:

“A chi importa se vive o muore? Non a noi. Forza, ragazzi, continuiamo, continuiamo!”

E cominciarono a trattare la povera tartaruga più crudelmente che mai. Urashima attese un momento, pensando a quale sarebbe stato il modo migliore di accordarsi con i ragazzi. Avrebbe tentato di farsi consegnare la tartaruga, così sorrise loro e disse:

“Sono sicuro che siete tutti buoni e gentili ragazzi! Mi dareste la tartaruga? Mi piacerebbe averla così tanto!”

“No, non ti daremo la tartaruga” disse uno dei ragazzi. “Perché dovremmo? L’abbiamo catturata noi.”

“Ciò che dici è vero” concordò Urashima. “Ma non vi chiedo di darmela in cambio di niente. Vi darò del denaro per averla. In altre parole l’Ojisan (“zio”) ve la comprerà. Va bene per voi, ragazzi miei?”

Mostrò loro il denaro, legato a un pezzo di corda che attraversava il buco presente proprio al centro di ciascuna moneta. “Guardate, ragazzi, potrete comprare ciò che vorrete con questo denaro. Potrete comprare più cose con questo denaro che con quella povera tartaruga. Fatemi vedere quanto siete bravi e ascoltatemi.”

In fondo, i ragazzi non erano cattivi, ma solo birbanti, e furono vinti dalle parole gentili e dal sorriso di Urashima. Cominciarono a essere “del suo spirito”, come dicono in Giappone. Si avvicinarono a lui, col capo della piccola banda che teneva la tartaruga.

“Molto bene, Ojisan, ti daremo la tartaruga se ci darai i soldi!”

E Urashima prese la tartaruga e diede i soldi ai ragazzi che, chiamandosi l’un l’altro, scorrazzarono via e furono presto fuori vista.

Allora Urashima diede un colpetto sulla schiena della tartaruga dicendo:

“Oh, poverina! Poverina! Adesso sei al sicuro! Si dice che una cicogna viva per mille anni, ma la tartaruga lo fa per diecimila. Tu hai la vita più lunga tra tutte le creature di questo mondo e hai rischiato di avere la tua preziosa esistenza accorciata da quei ragazzi crudeli. Fortunatamente passavo io e ti ho salvata, così la tua vita ti appartiene ancora. Ora ti riporterò a casa tua, al mare, subito. Non farti ricatturare, perché potrebbe non esserci nessuno a salvarti la prossima volta!”

Per tutto il tempo in cui parlò, il pescatore continuò a camminare velocemente verso la spiaggia e anche più in là, sugli scogli. Poi, posta la tartaruga in acqua, vide l’animale scomparire e se ne tornò verso casa, perché era stanco e il sole era tramontato.

La mattina successiva, Urashima si preparò a uscire in barca come al solito. Il tempo era bello e il mare e il cielo erano entrambi blu e tranquilli, nella debole foschia della mattinata estiva. Urashima saltò sulla barca e uscì in mare. Presto superò le altre barche da pesca e le lasciò dietro di sé, finché le perse di vista e la sua barca navigò sempre più lontano sulle acque blu. In qualche modo, non seppe le ragioni, si sentiva stranamente felice quella mattina e non poteva fare a meno di immaginare di avere, come la tartaruga liberata il giorno precedente, migliaia di anni da vivere, anziché il breve tempo di una vita umana.

Fu improvvisamente colto di sorpresa nell’udire pronunciare il suo nome.

“Urashima, Urashima!”

Chiaro come il tocco di una campana e delicato come il vento estivo, il suo nome fluttuò sopra il mare.

Si alzò e controllò in ogni direzione, pensando che una delle altre imbarcazioni l’avesse raggiunto, ma per quanto guardasse sulla vasta distesa d’acqua, vicino o lontano, non c’era traccia di barche, perciò la voce non poteva provenire da un essere umano.

Chiedendosi chi o cosa l’avesse chiamato tanto chiaramente, guardò ancora in tutte le direzioni intorno a lui e vide che, senza che se ne accorgesse, una tartaruga si era avvicinata al fianco della sua barca. Urashima vide con sorpresa che era la stessa tartaruga che aveva salvato il giorno prima.

“Be’, signora Tartaruga” disse Urashima, “sei stata tu a chiamarmi poco fa?”

La tartaruga annuì molte volte e disse:

“Sì, sono stata io. Ieri, grazie a te la mia vita è stata salvata e sono venuta a portarti i miei ringraziamenti e a dirti quanto ti sono grata per la gentilezza che mi hai dimostrato.”

“In verità,” disse Urashima, “è stato molto gentile da parte tua. Sali sulla barca. Ti offrirei da fumare, ma visto che sei una tartaruga, senza dubbio non fumi.” E il pescatore rise allo scherzo.

“He-he-he-he!” rise anche la tartaruga; “il sake (vino di riso) è il mio rinfresco preferito, ma non mi piace molto il tabacco.”

“Be’,” disse allora Urashima, “mi dispiace molto di non avere sulla mia barca del sake da poterti offrire, ma sali e asciuga la tua schiena al sole. Le tartarughe amano farlo.”

Così la tartaruga saltò sulla barca, aiutata dal pescatore, e dopo uno scambio di complimenti, la tartaruga disse:

“Hai mai visto Rin Gin, il palazzo del Re Dragone del Mare, Urashima?”

Il pescatore scosse il capo e replicò: “No; anno dopo anno il mare è divenuto la mia casa, ma sebbene abbia sentito spesso parlare del reame sottomarino del Re Dragone, non ho ancora potuto posare i miei occhi su quel fantastico luogo, sempre che esista!”

“È davvero così? Non hai mai visto il palazzo del Re del Mare? Allora ti sei perso una delle più meravigliose viste nell’intero universo. È molto lontano sul fondo del mare, ma se ti guido laggiù, lo raggiungeremo velocemente. Se vorrai vedere la terra del Re del Mare, io ti farò da guida.”

“Mi piacerebbe andarci, certamente, e sei gentile a volermici portare, ma devi ricordare che sono solo un povero mortale e non ho il potere di nuotare come una creatura marina quale sei tu…”

Prima che il pescatore potesse aggiungere altro, la tartaruga lo fermo, dicendo:

“Cosa? Non dovrai nuotare da solo. Se cavalcherai sulla mia schiena, ti porterò senza alcun problema da parte tua.”

“Ma,” disse Urashima, “come sarà possibile cavalcare sul tuo piccolo guscio?”

“Ti potrà sembrare assurdo, ma ti assicuro che lo potrai fare. Prova subito! Vieni e salta sulla mia schiena, vedrai se è impossibile come pensi!”

Appena la tartaruga finì di parlare, Urashima guardò il suo guscio e, per quanto fosse strano a dirsi, vide che la creatura era improvvisamente divenuta tanto grande che un uomo avrebbe potuto sedersi facilmente sulla sua schiena.

“Questo è davvero strano!” disse Urashima. “Allora, signora Tartaruga, col tuo gentile permesso salirò sulla tua schiena. Dokoisho! (n.d.T. “D’accordo”, forma usata dalle classi meno abbienti)” esclamò lui nel saltarle sopra.

La tartaruga, con un viso impassibile, come se quella strana procedura fosse un evento ordinario, disse: «Ora ce ne andremo a spasso a nostro piacimento,” e con queste parole balzò in mare con Urashima sulla sua schiena. La tartaruga si immerse in profondità nell’acqua. Per lungo tempo, questi due strani compagni cavalcarono nel mare. Urashima non si stancò mai, né i suoi vestiti si bagnarono con l’acqua. Infine, molto lontano all’orizzonte, apparve un magnifico cancello e, dietro il cancello, gli imponenti tetti spioventi di un palazzo.

“Ya!” esclamò Urashima. “Quello appena apparso sembra il cancello di un palazzo! Signora Tartaruga, puoi dirmi cos’è quel palazzo che vediamo?”

“Quello è il grandioso cancello del Palazzo Rin Gin, l’imponente tetto che vedi appartiene proprio al palazzo del Re del Mare.”

“Allora finalmente siamo arrivati al reame del Re del Mare e al suo Palazzo,” disse Urashima.

“Sì, infatti,” rispose la tartaruga, “e non pensi che ci siamo arrivati alla svelta?” E mentre stava parlando, la tartaruga raggiunse il cancello. “Eccoci arrivati. Da qui in avanti dovrai camminare.”

La tartaruga avanzò ancora e parlando al guardiano del cancello, disse:

“Questo è Urashima Taro, dal Giappone. Ho avuto l’onore di condurlo in visita a questo regno. Per favore, mostragli la strada.”

Così il guardiano del cancello, che era un pesce, mostrò loro la strada, precedendoli.

Il rosso abramide, la platessa, la sogliola, la seppia e tutti i capi vassalli del Re Dragone del Mare vennero a inchinarsi cortesemente per dare il benvenuto allo straniero.

“Urashima Sama, Urashima Sama! Benvenuto al Palazzo marino, la casa del Re Dragone del Mare. Sei tre volte benvenuto, essendo arrivato da un paese tanto distante. E tu, signora Tartaruga, siamo grandemente in debito con te per tutto il disturbo che ti sei presa per condurre Urashima qui.” Poi, rivolgendosi ancora a Urashima, essi dissero: “Per favore, seguici da questa parte,” e da lì in avanti l’intero banco di pesci divenne la sua guida.

Urashima, essendo solo un povero pescatore, non sapeva come comportarsi in un palazzo, ma, strano a dirsi, non si vergognò né si sentì imbarazzato e seguì le sue guide con calma mentre procedevano verso l’interno del palazzo. Quando raggiunsero i portali, una bella Principessa con le sue vergini serventi uscì per accoglierlo. Era più bella di qualsiasi altro essere umano e indossava larghi indumenti rossi e verdi come la parte inferiore di un’onda e fili dorati luccicavano attraverso le pieghe del suo abito. I suoi stupendi capelli neri le ricadevano sulle spalle alla maniera della figlia di un re antico e, quando parlò, la sua voce risuonò come musica sopra l’acqua. Urashima si perse in tanta meraviglia mentre la guardava e non riuscì a parlare. Poi ricordò che avrebbe dovuto inchinarsi, ma prima che potesse fare una riverenza, la Principessa lo prese per mano e lo condusse in una bella sala, al posto d’onore, dove gli offrì di sedersi.

“Urashima Taro, è mio grande piacere accoglierti nel regno di mio padre,” disse la Principessa. “Ieri hai liberato una tartaruga e ti ringrazio per avermi salvato la vita, perché quella tartaruga ero io. Ora, se lo vorrai, potrai vivere per sempre qui, nella terra dell’eterna giovinezza, dove l’estate non finisce mai e la tristezza non giunge mai. Io sarò la tua sposa, se lo vorrai, e vivremo insieme felici per sempre!”

Nell’ascoltare quelle dolci parole e nel guardare quel bel viso, il cuore di Urashima si colmò di meraviglia e gioia, così le rispose, domandandosi se non fosse tutto un sogno:

“Ti ringrazio mille volte per la tua gentile offerta. Non c’è nulla che desidererei di più che rimanere con te in questa bella terra, della quale ho sentito molto parlare, ma che non avevo mai visto fino a oggi. Parole a parte, questo è il posto più fantastico che abbia mai visto.”

Mentre stava parlando, apparve una fila di pesci, tutti vestiti con indumenti a strascico, da cerimoniale. Uno a uno, silenziosamente e con passo maestoso, entrarono nella sala portando su piatti di corallo prelibatezze di pesce e alghe, tali che nessuno le potrebbe nemmeno immaginare, e fu dato inizio a una splendida festa dinanzi alla sposa e allo sposo. La cerimonia matrimoniale fu celebrata con splendore accecante e nel reame del Re del Mare vi fu grande giubilo. Non appena la giovane coppia ebbe fatto le proprie promesse bevendo dalla coppa matrimoniale, per tre volte, musica fu suonata, canzoni vennero cantate e pesci con scaglie argentate e code dorate uscirono dalle onde e danzarono. Urashima si divertì con tutto il suo cuore. Mai in vita sua aveva partecipato a una festa tanto meravigliosa.

Quando la festa fu finita, la Principessa chiese allo sposo se volesse attraversare il palazzo per vedere tutto ciò che c’era da vedere. Allora al felice pescatore, al seguito della sua sposa, la figlia del Re del Mare, furono mostrate tutte le meraviglie di quella terra incantata dove la giovinezza e la gioia andavano mano nella mano e né il tempo né l’età potevano toccarli. Il palazzo era costruito con il corallo e adornato con perle, e le bellezze e le meraviglie di quel posto erano tanto grandi che era impossibile descriverle.

Ma, per Urashima, più meraviglioso del palazzo risultò il giardino che lo circondava. Lì, si potevano vedere allo stesso tempo i paesaggi delle quattro stagioni; le bellezze dell’estate, dell’inverno, della primavera e dell’autunno erano mostrate contemporaneamente al meravigliato visitatore.

Per iniziare, quando guardò a est, gli alberi di ciliegie e prugne si videro in piena fioritura, gli usignoli cantavano nei viali rosa e le farfalle guizzavano di fiore in fiore.

Guardando a sud, tutti gli alberi erano verdi nella pienezza dell’estate e la cicala di giorno e il grillo di notte frinivano rumorosamente.

Guardando a ovest, gli aceri rosseggiavano come il cielo al tramonto e i crisantemi erano perfetti.

Guardando a nord, il cambiamento fece sobbalzare Urashima, in quanto il terreno era bianco argentato a causa della neve, con alberi e bamboo a loro volta coperti di neve e lo stagno di ghiaccio.

E ogni giorno c’erano nuove gioie e nuove meraviglie per Urashima e così grande era la sua felicità che dimenticò tutto, persino la casa che si era lasciato dietro, i suoi genitori e il suo paese. Trascorsero tre giorni senza che pensasse a ciò che aveva perduto. Poi rinsavì e ricordò chi fosse e che non apparteneva a quella meravigliosa terra o al palazzo del Re del Mare, e disse a se stesso:

“O cielo! Non devo rimanere qui, perché ho un vecchio padre e una vecchia madre a casa. Cosa potrà essere accaduto loro in tutto questo tempo? Quanto devono essere in ansia in questi giorni in cui non ho fatto ritorno come al solito. Devo tornare subito senza lasciar passare altri giorni.” E cominciò a prepararsi per il viaggio in tutta fretta.

Poi andò dalla sua bella moglie, la Principessa, e inchinandosi davanti a lei, disse:

“Sono stato molto felice insieme a te, Otohime Sama” (perché questo era il suo nome), “e tu sei stata più gentile nei miei confronti di quanto qualsiasi parola possa esprimere. Ma ora devo dirti addio. Devo tornare dai miei vecchi genitori.”

Allora Otohime Sama cominciò a piangere e disse con tristezza:

“Non ti trovi bene qui, Urashima, per volermi lasciare così presto? Perché tanta fretta? Rimani con me solo un altro giorno!”

Ma Urashima si era ricordato dei suoi anziani genitori e in Giappone il dovere verso i genitori è più forte di qualsiasi altra cosa, più forte persino del piacere e dell’amore coniugale, perciò non l’avrebbe convinto. Tuttavia rispose:

“Purtroppo devo andare. Non pensare che desideri lasciarti. Non è così. Devo andare a vedere come stanno i miei vecchi genitori. Lasciami andare per un solo giorno e poi ritornerò da te.”

“Allora,” disse tristemente la Principessa, ” non c’è niente da fare. Ti rimanderò oggi stesso indietro da tuo padre e tua madre. E invece di tentare di trattenerti con me per un altro giorno, ti darò questo come pegno d’amore. Per favore, portalo con te.” E gli diede una bella scatola laccata e chiusa con corda e fiocchi di seta rossa.

Urashima aveva già ricevuto così tanto dalla Principessa che sentì del rimorso nel prendere il regalo e disse:

“Non mi sembra giusto prendere un altro dono da te dopo tutti i favori ricevuti dalle tue mani, ma poiché è tuo desiderio, lo farò.” E poi aggiunse: “Dimmi, cos’è questa scatola?”

“Quella,” rispose la principessa “è la tamate-bako e contiene qualcosa di molto prezioso. Non devi aprire questa scatola, qualsiasi cosa succeda! Se l’aprirai, ti accadrà qualcosa di tremendo! Ora promettimi che non aprirai mai questa scatola.”

Urashima promise che non avrebbe mai e poi mai aperto la scatola, qualsiasi cosa fosse accaduta.

In seguito, dopo aver detto addio a Otohime Sama, scese alla spiaggia, seguito dalla Principessa e dai sui attendenti. Là trovò una grande tartaruga ad attenderlo.

Montò velocemente sulla schiena della creatura e fu trasportato nel mare verso Oriente. Guardò indietro per salutare con la mano Otohime Sama finché non la poté più vedere e la terra del Re del Mare e i tetti del magnifico palazzo si persero in lontananza. Poi, col viso voltato impazientemente verso la propria terra, egli vide il profilo delle colline all’orizzonte dinanzi a lui.

Alla fine la tartaruga lo portò nella baia che conosceva così bene e alla spiaggia da cui era partito. Camminò sulla spiaggia e si guardò attorno, mentre la tartaruga tornava al reame del Re del Mare.

Ma quale strano timore si impadronì di Urashima mentre era là in piedi e si guardava attorno? Perché fissava le persone che gli passavano a fianco e perché esse ricambiavano il suo sguardo? La spiaggia e le colline erano le stesse di sempre, ma le persone che vedeva camminare davanti a lui avevano facce molto differenti da quelle che aveva conosciuto tanto bene in precedenza.

Chiedendosi cosa potesse significare, camminò velocemente verso la sua vecchia casa. Persino quella apparve differente, ma una casa si ergeva comunque in quel luogo, perciò gridò:

“Padre, sono tornato!” E stava per entrare, quando vide uno strano uomo uscirne. “Forse i miei genitori hanno traslocato mentre ero via e sono andati altrove,” fu il pensiero del pescatore. In qualche modo, cominciò a sentirsi stranamente ansioso, senza saperne dire il perché.

“Scusami,” disse all’uomo che lo stava fissando, “ma fino a pochi giorni fa vivevo in questa casa. Il mio nome è Urashima Taro. Dove sono andati i miei genitori dopo che li ho lasciati?”

Un’espressione molto sbalordita si fece largo sulla faccia dell’uomo e, ancora fissando intenzionalmente il viso di Urashima, egli disse:

“Cosa? Sei Urashima Taro?”

“Sì,” rispose il pescatore. “Sono Urashima Taro!”

“Ha, ha!” rise l’uomo. “Non dovresti fare certi scherzi. È vero che una volta un uomo chiamato Urashima Taro viveva in questo villaggio, ma è una storia vecchia di trecento anni. Non può essere ancora vivo oggi!”

Quando Urashima sentì quelle strane parole si spaventò e disse:

“Ti prego, non prenderti gioco di me. Sono molto perplesso. Io sono veramente Urashima Taro e di sicuro non ho vissuto trecento anni. Fino a quattro o cinque giorni fa vivevo in questo luogo. Dimmi ciò che voglio sapere senza più scherzi, per favore.”

Ma il viso dell’uomo divenne sempre più serio e rispose:

“Tu potresti o non potresti essere Urashima Taro, questo non lo so. Ma l’Urashima Taro di cui ho sentito parlare è un uomo vissuto trecento anni fa. Forse tu sei il suo spirito venuto a visitare la sua vecchia casa?”

“Perché mi prendi in giro?” disse Urashima. “Non sono uno spirito! Sono un uomo vivo, non vedi i miei piedi?” e “don-don,” egli batté sul terreno, prima con un piede e poi con l’altro per mostrarli a quell’uomo. (I fantasmi giapponesi non hanno piedi!)

“Ma Urashima Taro visse trecento anni fa, è tutto ciò che so; è scritto nelle cronache del villaggio,” insistette l’uomo che non credeva a quanto il pescatore diceva.

Urashima si perse nel disorientamento e nella preoccupazione. Rimase in piedi a guardare intorno a sé, terribilmente confuso, e, in effetti, qualcosa nell’aspetto dell’ambiente era diverso rispetto a quanto ricordava prima della sua partenza e lo assalì la brutta sensazione che quanto stava dicendo l’uomo fosse vero. Gli sembrò di vivere in uno strano sogno. I pochi giorni trascorsi nel palazzo del Re del Mare al di là delle acque non erano stati affatto giorni: al contrario erano stati trecento anni e in quel lasso di tempo i suoi genitori erano morti, insieme a tutte le persone che aveva conosciuto, e il villaggio aveva trascritto la sua storia. Non c’era senso a rimanere lì più a lungo. Doveva tornare dalla sua bella moglie al di là del mare.

Ritornò alla spiaggia, trasportando in mano la scatola che la Principessa gli aveva dato. Ma quale era la strada per tornare al palazzo? Non poteva trovarla da solo! Improvvisamente si ricordò della scatola, la tamate-bako.

“Quando me l’ha data, la Principessa mi ha detto di non aprirla, in quanto contiene una cosa molto preziosa. Ma ora che non ho alcuna casa, ora che ho perso tutto ciò che qui mi era caro e il mio cuore è sopraffatto dalla tristezza, in un tale momento, se aprissi la scatola, sicuramente troverei qualcosa che mi potrebbe aiutare a sentirmi meno triste, qualcosa che mi mostrerebbe la strada del ritorno dalla mia bella Principessa al di là del mare. Non c’è altro da fare per me, ora. Sì, sì, aprirò la scatola e guarderò dentro!”

E così il suo cuore acconsentì a quell’atto di disobbedienza e provò a persuadersi che stava facendo la cosa giusta, nell’infrangere la sua promessa.

Lentamente, molto lentamente, slegò la corda di seta rossa e con curiosità sollevò il coperchio della preziosa scatola. E cosa ci trovò? Strano a dirsi, solo una bella nuvola viola uscì dalla scatola in tre sbuffi leggeri. Per un istante ricoprì la sua faccia ed esitò sopra di lui, come se aborrisse di andarsene, poi fluttuò via sopra il mare.

Urashima, che fino a quel momento era stato un forte e bel giovane di ventiquattro anni, improvvisamente divenne molto, molto vecchio. La sua schiena raddoppiò in età, i suoi capelli divennero bianchi come la neve, il suo viso rugoso e cadde morto sulla spiaggia.

Povero Urashima! A causa della sua disobbedienza non poté più tornare nel reame del Re del Mare e della bella Principessa, al di là delle acque.

Piccoli bambini, non disobbedite mai a coloro che sono più saggi di voi, perché la disobbedienza è l’inizio di tutte le miserie e i dolori della vita.