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Forse non sai…o dell’Iki e della cadenza della raffinatezza spirituale.

Tu forse non sai che ti ho lasciato andare quando ti avrei voluto disperatamente trattenere.

Forse non sai che resterò lo stesso al tuo fianco, quasi invisibile.

E nel momento in cui, per l’ennesima caduta, faticherai ad alzarti, vorrei tanto fosse la mia mano ad aiutarti.

Perchè forse non sai che lo farei senza chiedere in quale notte o in quale luogo lontano da me ti sarai ferito.

Ho le spalle forti e le braccia aperte e forse non sai che anche se vorrei che tu potessi restare con me, quando vorrai fuggire, non te lo impedirò e su un bacio rinnegherò ogni tuo addio sperando sempre in un tuo ritorno.

Non sempre si ottiene ciò che si vuole…e a volte si rinuncia a qualcosa per un bene più grande o per non incasinare la vita ad un altra persona…

C’è un concetto Giapponese che esplica molto bene questa che per me è una sensazione molto forte, come un attaccamento ma senza contatto, l’amore platonico che tutto sublima e niente rovina…

Il filosofo Kuki Shūzō poneva al centro della sua ricerca il concetto di Iki come “assolutizzazione della possibilità in quanto possibilità”, Kuki studiò in Europa e al suo ritorno in Giappone si concentrò sul concetto di Iki nella cultura del periodo Edo e sulla nozione di accidentale legata al senso di meraviglia dell’uomo.

Iki è una decisa presa di distanza dalla materializzazione dell’amore, che fa della rinuncia, del suo fermarsi all’ingresso della passione, il momento più alto del sentimento…Iki è, per me, l’elevarsi oltre la massa, spiccando per indulgenza, per clemenza, è tutta l’eccezionalità che tuttavia, chi se ne rende protagonista, non avverte la necessità di manifestare.

Iki è un particolare tipo di tensione erotica tra uomo e donna, o tra due persone, che mai si concretizza ed è anzi costantemente rimandata nella sua realizzazione. Si basa sul posporre costantemente la soddisfazione, ed è contrapposto all’amore come semplice necessità e mero scambio fisico e sentimentale. È piuttosto la rinuncia, il fermarsi un momento prima del godimento, a far scaturire quell’energia sensuale che è Iki.

Avevo letto in uno dei miei mille libri che è più difficile dimenticare qualcuno che ci è entrato nella testa oltre che nel cuore, e ho sempre pensato che fosse vero, ma sono arrivata a pensare che è assai più difficile dimenticare o far uscire dalla testa e dal cuore, chi ci guarda vedendoci, chi guardando vede ciò che siamo, la nostra essenza…

Iki è anche qui, nelle piccole cose di ogni vita, è nel dettaglio che cura il cuore.

#poesia · Qualcosa di me

Prendere la felicità

Vi racconto la storia di due persone e un cuore, di un amore agognato, desiderato, vissuto brevemente e diviso.

Di un uomo e una donna che si sono incontrati e trovati, di un destino che li ha divisi e di una vita che li ha uniti.

Vi racconto una storia tra due continenti, una storia di passione, struggimento e depressione.

Alla fine l’uomo prese il volo e li mi incontrò, mi raccontò di questo suo amore durato due giorni, sognato per anni e bramato da mesi.

Mi raccontò di lei, dolce e piccola, del segreto che le dava speranza, della decisione di scegliere l’amore.

E quando la vide alla fine del viaggio, per salutarmi disse soltanto: “Vado a prendere la mia felicità” .

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Kintsugi 金継ぎ o della Resilienza

Piangere di notte, lacrime soffocate dal cuscino. Il tempo che parea lungo, diventa inesistente. Piangere di notte, l’ultimo triste saluto.

C’è chi si lamenta per ogni piccola cavolata e chi lotta per anni cercando di non disturbare troppo, cercando sempre di rivolgere un sorriso a chi le prestava quelle cure che la facevano solo stare male, rivolgendo sempre una parola gentile a chi la stava accompagnando in quel viaggio che nemmeno credeva potesse essere l’ultimo…

Non si può andar contro la vita, così come non si può andar contro alla Nera Mietitrice…

Così, in certi casi, non importa quanto tu possa essere un combattente, se ti cammina al fianco, prima o poi la segui, prima poi il tuo corpo cede anche se il tuo cuore agogna più battiti…

E chi rimane a guardare queste mani vuote, cosa può fare?

Perchè è il dopo a far paura, sentire la vergogna del difetto, del non aver fatto abbastanza, il pensare che quella ferita attirerà pietà, compassione e attenzioni che non vogliamo, perchè noi stiamo bene, perchè noi, in fin dei conti, siamo ancora vivi. Perchè questa tristezza ci fa pensare a tutto quello che c’è di sbagliato in noi, ci sbatte in faccia i nostri limiti, ci fa credere di non essere abbastanza. Eppure gli unici occhi che guardano con una severità che nulla perdona, sono quelli dello specchio, sono i nostri!

Esiste in Giappone un’ arte che fa della fine un inizio, dell’errore un’opportunità, dell’irreparabile, bellezza.

Il Kintsugi, ovvero l’oro che si fa colare in una saldatura, è una tecnica nata per l’appunto in Giappone e nella definizione del termine, in questa lingua si racconta l’attesa trepidante e gioiosa del vedere cosa verrà fuori dalla riparazione.

Così, riempiendo d’oro le ferite, facendone pezzi unici, fregiandoci di ciò che ci distingue, accettando gli squarci che si aprono naturalmente nella vita, iniziamo il percorso di guarigione, perchè cadere fa parte del viaggio, fa parte del camminare, non sempre siamo accompagnati durante il viaggio, spesso qualcuno ci sta accanto per un breve tratto poi se ne va, molto spesso qualcuno ci segue da lontano e si congiungerà a noi solo verso la fine…

Non ci è dato sapere come sarà questo viaggio, possiamo solo sperare per il meglio preparandoci al peggio.

La filosofia che sta dietro a Kintsugi insegna come l’irreparabile non esista e come ci sia invece compensazione anche per ciò che crediamo incompensabile. Funge da ispirazione per camminare a testa alta, per procedere sicuri sulla via di ogni fallimento o dipartita che di sicuro arriverà.

Una regola non scritta dice che si ama “ciò che fu”. Eppure raramente ci si innamora di ciò che fu sbagliato. Oppure no?

In loving memory of Paola.

#poesia · Qualcosa di me

Due rette non si uniscono (emozionandosi)

Aprire la finestra per far entrare i ricordi

Come l’aria fresca della notte

Abbracciano il cuore.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Per strada a testa alta

Sapendo chi sono oggi e chi ero ieri

Come sole che brucia

questa mia pelle bianca.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Due rette non si uniscono

Ma percorrono la stessa via

Anche se lontani

Non c’è modo per me

Di stare senza te

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Si può morire di troppo lavoro?

Sono state giornate da delirio, in perpetua agitazione, senza un attimo di respiro, la notte che non portava ne sonno ne tantomeno consiglio e mi risvegliavo, madida di sudore, più stanca di come ero andata a letto, consapevole di dover affrontare un’altra dura giornata di lavoro nella quale ci sarebbero stati rappresentanti da mattino a sera per improntare il natale, con un carico psicologico non indifferente, clienti che sembra fiutino la stanchezza e l’ansia e quindi arrivano con richieste assurde e idee anche peggio…

In queste settimane non sono proprio riuscita a placare la mente, non è facile per me convivere con la responsabilità di coadiuvare la mia Boss durante gli ordini, cercando di dare la mia opinione senza spingere troppo dato che abbiamo idee e gusti praticamente a gli antipodi…

E per non farci mancare niente, non riuscivo nemmeno a placare il cuore, in attesa di una risposta che è meglio non sapere…perchè se ci si dovrà parlare, si parlerà…ma questo sarà fonte di un altro articolo.

Ma ora finalmente sono qui, sdraiata sul mio letto, e finalmente posso godere del mio tempo, sarò a casa per 5 giorni, in teoria sarebbero delle ferie ma le vedo più come giornate di meritato riposo dopo che dal 6 (giorno della mia prima dose di vaccino) a ieri 28 luglio ho lavorato manco fosse Natale, saltando pause pranzo, lunedì di riposo e domeniche, il tutto per prepararci al famigerato Natale -e che Dio ce la mandi buona-

Non fraintendetemi, ringrazio il cielo di avere un lavoro, questo lavoro che mi piace e che faccio con passione, anche se, concedetemelo, il contatto con il pubblico a volte è stressante e tu devi sorridere e essere gentile e condiscendente senza farti mettere i piedi in testa, sfoderando le tue poche nozioni di marketing rimanendo però empatica…

Adesso che posso concedermi due minuti per ascoltarmi, per lasciare che il mio corpo si rigeneri eliminando lo stress, per placare la mente sovraffollata di pensieri e di voci che continuano a tenermi in agitazione perenne, mi chiedo come si possa restare a questi livelli e a questo ritmo sempre. Come si possa resistere così sempre, senza soccombere…

Per noi Italiani questo è fortunatamente un problema marginale, ma in Giappone (per esempio) è una vera e propria piaga…

Karoshi 過労死 significa letteralmente “morte da lavoro eccessivo” e indica un fenomeno che registra purtroppo numeri elevati, la morte legata a quelle patologie derivate dallo stress connesso ad una vita lavorativa eccessivamente estenuante, come infarto, ictus, emorragia cerebrale, insufficienza cardiaca, etc…

Il numero complessivo dei decessi legati a malattie cardiovascolari o cerebrovascolari nella fascia di età che va dai 20 ai 60 anni si attesta sui 35000 casi all’anno e si stima che un terzo di questi decessi siano da ricondurre al Karoshi.

Karoshi non coinvolge solo la morte per malattie cardiovascolari, ma può includere anche altre tipologie di decessi più o meno improvvisi, come quelli connessi a mancate cure mediche a causa della mancanza di tempo libero per recarsi dal medico, o ancora ai suicidi. Ad esempio, alcune vittime di Karoshi sono morte a causa di coma diabetico, malfunzionamento del fegato. ulcera peptica, asma bronchiale, e così via.

Sia che si tratti di suicidio, sia che la morte derivi da una malattia come infarto o ictus, quando si verifica una morte da troppo lavoro, alla famiglia in genere viene riconosciuto un indennizzo, a patto che si possa dimostrare con assoluta certezza che il decesso sia legato allo stress da lavoro, un aspetto che si traduce quasi sempre in anni di iter giudiziario che in qualche caso non porta nemmeno all’indennizzo richiesto (in Italia si parlerebbe di decenni per poi non avere nulla). In altri casi, invece, i tribunali Giapponesi hanno infine dato ragione ai parenti delle vittime di Karoshi.

Dal momento che, in Giappone, trovare una nuova occupazione quando si è deciso di licenziarsi volutamente dalla precedente è praticamente impossibile, molti lavoratori preferiscono sottostare a condizioni di lavoro durissime, pur di non andare incontro allo spettro della disoccupazione.

Il problema degli straordinari non retribuiti è spesso legato al fatto che il lavoro straordinario semplicemente non viene registrato: per non violare le normative che impongono dei limiti alle ore di straordinario, molte aziende suggeriscono ai dipendenti di non registrare tali ore. In Giappone il lavoro straordinario è qualcosa che viene accettato come parte del lavoro stesso, ed è raro che si verifichino casi di proteste o insubordinazione, anche perchè ciò porterebbe ad essere mal visti non solo dal datore di lavoro ma anche dai colleghi.

Trovo incomprensibile una politica del genere, dove sono i diritti umani? Dove sono i diritti dei lavoratori? Dove la ricerca di una vita equilibrata? I sindacati hanno ricominciato a muoversi solo qualche hanno fa, grazie anche ai movimenti femminili che parlando di equalità di genere hanno scoperchiato il vaso di Pandora.

Sapete benissimo quanto io ammiri la cultura e le usanze Giapponesi, quanto io ami la loro natura in alcune parti ancora selvaggia, quanto potrei perdermi nei templi in montagna o in riva al mare come nei quartieri di una sovraffollata Tokyo… ma ogni medaglia ha due lati e questo lato non mi piace per niente!

Giappone Nihon · Qualcosa di me

付喪神 tsukumogami, l’anima in ogni cosa

Lo Tsukumogami 付喪神, letteralmente “Kami (divinità) degli oggetti”,è un tipo di Yōkai che raggiunse la sua massima popolarità alla fine del X secolo, usato nella diffusione del Buddhismo Tantrico o Shingon. Ora il termine è in genere applicato nel folklore a qualsiasi oggetto che abbia superato i 100 anni.

Perchè le cose in Giappone godono nel tempo di un privilegio, si trasformano in spiriti, si presume che superati i suddetti 100 anni essi diventino vivi e senzienti, così quando la leggenda scende in profondità ci aiuta a capire come gli oggetti portino del bene a chi se ne cura e sventura a chi li ignora o li maltratta.

Questo assorbire il tempo che passa e la saggezza con esso portata, questo perdurare nonostante tutto, in alcuni casi oltre le ere degli uomini così capricciosi e volubili, assorbendone l’amore e la cura, tollerandone a volte l’incuria, osservando il frenetico cambiamento degli spazi.

Si può intuire come quella che crediamo essere materia inanimata avverta qualcosa, come l’anima che nel tempo hanno acquisito, li renda grati e fortunati o vendicativi e maledetti…

Trovo che tutto questo sia meraviglioso, quasi romantico, il sapere che un oggetto possa raccontarmi e rendermi parte di una storia, o il pensare di poter riabilitare un oggetto regalandogli nuove emozioni…

Ma effettivamente, adesso, quanti oggetti superano una generazione? Quanti sopravvivono ad un trasloco? O peggio, quanti ne restano al passare della moda?

Mi si rimprovera che spesso non riesco a separarmi da oggetti anche inutili…l’altro giorno, per esempio, ho ritrovato una scatola contenente oltre a diversi cd tutte le agende di questi ultimi dieci anni e i vari bracciali dei festival metal…praticamente ho ritrovato 10 anni di ricordi, e quanti se ne sono svegliati…come posso lasciarli andare? Come posso dimenticarmene semplicemente buttandoli?

Bisogna rendersi conto che la cura premia, che possiamo offrire un’ anima e una seconda vita ad un mobile, ad un libro, addirittura ad una casa e così facendo verrà del bene anche a noi e che forse impareremo ad avere più cura anche di noi stessi.

Tutti gli oggetti che abbiamo scelto, che abbiamo amato, quando li perdiamo è come vivere un lutto, passatemi il paragone macabro, perchè l’importanza delle cose non è nel loro valore economico, quanto in quel qualcosa che ci fa sentire legati, uniti, quasi fossero una parte di noi.

È sempre bello ritrovare le cose quando si temeva di averle perse.

Stavo pensando, a questa cosa dell’anima e della perdita… e mi chiedevo, possono due anime legarsi o rimanere legate nonostante la perdita, nonostante la distanza?

Può esistere quello che viene chiamato “Matrimonio alchemico”?

Non voglio dare una risposta a queste domande perchè ora come ora non so se accetterei un No come risposta!

Vi do la buona notte così… おやすみなさい

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Yume 夢 , dove vanno quando ci svegliamo?

Yume 夢 è la parola Giapponese che significa “sogno”, come molte parole della lingua giapponese, ha sfumature di significato diverse.

L’ideogramma rappresenta una persona nel letto che “danza nei suoi sogni”.

Un’altra sfumatura, quella che preferisco, definisce “Yume” come quel momento in cui si posa la testa, si lascia andare il peso della giornata e, dolcemente, si scivola nel sonno.

Risulta difficile rendere queste sfumature con una sola parola in qualsiasi altra lingua, ma potremmo definirlo come quello stato di coscienza tipico del rilassamento profondo.

Aprire la propria mente, lasciare fluire l’energia negativa accumulata nella giornata per poter ricevere l’energia rinnovata e positiva dall’universo.

Nel lasciarsi trasportare in questo stato di rilassamento profondo, la nostra mente e il nostro cuore si liberano mostrandoci, a volte, tutto ciò di cui non sappiamo di avere bisogno, tutto ciò che inconsciamente bramiamo,o semplicemente svelandoci dove si vorrebbero affrancare i nostri sentimenti.

Un amico, tempo fa, mi ha chiesto “dove vanno i sogni quando ci svegliamo”…

Sembra una domanda facile ma, effettivamente, dove possono andare?

Mi rifiuto di pensare che svaniscano semplicemente, solo perchè apriamo gli occhi…e non posso pensare che siano nulla più che semplici immagini proiettate dal ponte di Valorio quando passiamo alla fase REM…

Così, mi sono presa il mio tempo, c’ho riflettuto parecchio, la mia mente continuava a tornare lì e sono arrivata alla conclusione che i sogni, quelli che ci parlano di noi, quelli che ci dicono cose che neanche noi pensiamo di sapere o di voler sapere, vanno ad annidarsi nello stesso posto delle parole mai espresse, quel piccolo nascondiglio buio e polveroso dietro a tutta la nostra vita vissuta.

Si nascondono ma non ci lasciano mai!

Rimangono nel baratro del nostro inconscio e mantengono viva la speranza e la capacità di sognare, mantengono viva la nostra anima e sicuramente stanno aspettando il coraggio per uscire allo scoperto, un coraggio che potrebbero non avere mai ma che da speranza e gioia e batticuori e lacrime e un infinita consapevolezza di quanto siamo forti e fragili…

Oggi sono a casa, e volevo aprire il mio cassetto dei sogni, ma non ne ho avuto il coraggio, potrebbero esserci dentro sogni che mi fanno stare male perchè marchiati col sigillo dell'”impossibile” e alcuni potrebbero avere la dicitura “continua a sognare”… altri li ho realizzati e altri ancora sono semplicemente cambiati…

Dovrei decidermi a rimetterli a posto ma quanto possono stare a posto i sogni? Continuamente mescolati dal vento dei nostri desideri e costantemente in balia dei nostri ripensamenti…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

KIMOCHI 気持ち e del placare la propria anima

Mi capita spesso di pensare ai sentimenti che governano la nostra vita, o almeno, governano sicuramente la mia, quei sentimenti che tutti noi conosciamo e a cui noi tutti diamo un nome perché un nome ce l’hanno…

Sentimenti che a volte passano quasi inosservati, ma che spesso scuotono le nostre anime, a volte fin nel profondo…

In Giapponese è KIMOCHI, 気持ち e letteralmente significa “emozione, sensazione, stato d’animo etc.” ed esprime un’intera gamma di differenti sfumature e di significati.

A differenza dei giapponesi che tendono a non mostrare in pubblico il loro sentire più profondo e sono culturalmente portati a dare la priorità all’altrui “kimochi” di modo che, come è risaputo, non necessitino spesso di parole per comprendersi gli uni con gli altri.

Noi “occidentali” ci ritroviamo ad essere più “rumorosi”, basti pensare che continuiamo ad esprimere le nostre opinioni anche quando non sono richieste, la maggior parte delle nostre frasi in un discorso con L’altrui parte inizia sempre con un Io se non diretto, almeno celato (male). L’ho notato esaminando me stessa e mi sono odiata per questo, perché i miei sentimenti non sono più importanti di quelli del mio interlocutore e soprattutto, non è detto che quello che va bene per me possa andare bene a terzi, ognuno ha il proprio modo di sentire e il proprio tempo per metabolizzare ed eventualmente reagire.

Ho cercato di lavorare su questo aspetto di me perché Il proprio sentire, la propria “kimochi”, non deve essere protagonista assoluta della scena e deve invece venire dopo quella di chi ci è accanto.

Ci sono però delle emozioni che divampano come fuoco e non ti lasciano liberi ne il cuore ne la mente e anche se sei sdraiato fermo nel tuo letto, in piena notte, il tuo io interiore è li che continua a girare intorno, in una stanza immaginaria, chiedendosi “perché?”, arrovellandosi su quelle fiamme scaturite da tizzoni celati e non del tutto spenti, cercando di capire, cercando di trovare una soluzione, cercando di placare la mente più che il cuore…ma non sempre questo è possibile e alla fine cade anche lui, stremato, in un sonno agitato…

Perchè l’animo umano è di difficile comprensione, perché le parole ingannano o comunque non sono di facile traduzione in alcune circostanze, perché gli occhi potrebbero amplificare un sentimento facendoci incappare in un fraintendimento…

Perchè troppo spesso l’idea o il ricordo che abbiamo non collima con ciò che è la realtà dei fatti.

Ma dopo tutto questo pensare e contorcersi e girare a vuoto e sedersi e agitarsi e respirare, respirare profondamente e rialzarsi e continuare a camminare…

La “soluzione” è una sola…

A volte quello che c’è di bello nella vita è oltre la paura.

Anche per questo c’è un concetto squisitamente giapponese legato agli insegnamenti di Sen no Rikyu, maestro della cerimonia del tè.

“Una volta, un incontro” Ichi-go ichi-e

一期一会

Perchè ogni incontro è prezioso e potrebbe non ripetersi una seconda volta. Ogni occasione, pertanto, va sfruttata ed apprezzata al massimo.

Dato che ogni incontro è prezioso, potrebbe essere che ci siano stati “mandati” per un motivo, del quale magari non abbiamo ancora una visione globale, ma certo è che ogni manica che sfioriamo, ogni persona che entra a fare parte della nostra vita, che fosse solo per un minuto o per una vita intera, ogni sorriso che regaliamo e che ci viene regalato, potrebbe essere legato ad una storia più grande che dobbiamo ancora vivere…

Io spero di poterle vivere tutte queste meravigliose storie con il loro mare di emozioni in tempesta.

Potrebbero sembrarvi sconclusionate queste parole, gomen nasai, non sono ancora riuscita a placare la mia mente…il mio Io interiore sta continuato a camminare e ad attorcigliarsi le dita…

おやすみなさいよ

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La pazienza dell’attesa Nintai 忍耐

Viviamo in un mondo, o meglio in un’era, in cui si vuole tutto e subito, in cui tutto è frenesia, in cui tutto sembra dovuto e raramente meritato.

Le nostre vite sono scandite dagli impegni, si programma tutto, il lavoro, l’attività fisica, la spesa, l’uscita con gli amici, i lavori di casa, io ho persino dei giorni prestabiliti per lavarmi i capelli -il mio metro di capelli- tutto è incastrato, calibrato, che se solo si sposta, non dico di un giorno ma di 10 minuti è il panico, il caos, una cascata di ritardi che porta all’anarchia totale, dove a rimetterci è sempre la mia persona, perché per far quadrare i conti rinuncio a me, rinuncio a quei pochi attimi di “pausa” tra un giorno e l’altro o peggio, tra una settimana e l’altra.

È quello che mi è successo tra Marzo e Aprile, dove non avevo un momento per respirare, figuriamoci se l’avevo per placare la mente e permettermi di scrivere.

Poi sono stata male, è esplosa l’allergia, come da anni non capitava, non respiravo, avevo la mente confusa, un mal di testa fotonico, percentuale di ossigeno nel sangue pari a 90/92, ero a rischio ipossia, se mi fosse venuto un attacco d’asma in quel momento … non so…

Qualche giorno di riposo, antistaminico come se piovesse, aerosol 3 volte al giorno e la mia percentuale di ossigeno nel sangue è salita a 96/97. Adesso antistaminico 2 volte al giorno, aerosol solo la sera e Ventolin all’occorrenza.

Mi sono dovuta fermare, ho dovuto rallentare la corsa per non far deragliare il treno.

In questo rallentare ho riscoperto il tempo che è diventato pazienza. Quella pazienza che in Giapponese è Nintai 忍耐, costruita con i kanji di shinobu 忍ぶ “sopportare, celare” con il nin 忍 del ninja “colui che si nasconde” e di taeru 耐える “resistere, sopportare”; e ci spiega che la pazienza non è solo nascondere la fatica o resistere all’ansia del tempo ma è anche seminare e attenderne i frutti, è sopportare la buona dose di schiaffi che la vita ha in serbo per ognuno di noi.

È capire che in certi momenti della vita tutto deve essere pazienza perché le cose di valore difficilmente si ottengono d’un tratto. Di solito qui entra in gioco il Gambaru 頑張る il mettercela tutta, l’impegnarsi, il fare intanto che si aspetta perché, come leggevo da qualche parte, “l’occasione arriva solo a colui che è ben preparato” ed è per questo motivo che quando una cosa te la devi sudare, imparare a immaginarne la fine è fondamentale.

Sono arrivata a comprendere, o meglio a pensare, che in fin dei conti la vita stessa è attesa, è spazi immensi tra sporadici momenti rilevanti, sta a noi rendere qualitativi quegli spazi immensi per poterli vivere e non subirli.