Giappone Nihon

Usagishima ウサギ島 L’Isola dei Conigli

Provate ad immaginare di andare su una piccola isola, ben nascosta in un mare interno, e al molo essere accolti da centinaia di conigli con cui poter giocare, coccolarli, viziarli…

Un sogno o un film…

Ma questa isola esiste, fa parte della municipalità di Takehara e si trova all’interno del Parco Naturale Marino del Mare Interno di Seto.

L’isola di Ōkunoshima (大久野島), questo il suo nome, fino alla prima guerra sino-giapponese era interamente coltivata, fu poi fortificata a scopo difensivo.

Nel 1929 il governo giapponese, nonostante la convenzione di Ginevra li avesse vietati nel 1925, installò segretamente su quest’isola una fabbrica di gas velenosi (in particolare iprite) da utilizzare nelle armi chimiche, chiusa solo al termine della seconda guerra mondiale.
Proprio per la sua posizione ideale, ben nascosta nel mare interno, qui venivano anche condotti esperimenti su e con pericolosi gas velenosi, le cui cavie erano dei poveri conigli.
L’isola, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stata così teatro di orrore e morte.

I primi conigli furono introdotti a Ōkunoshima nei primissimi anni ’30 e vi restarono fino alla Seconda Guerra Mondiale, proprio quando la piccola e defilata isoletta fu eletta a laboratorio di ricerca e produzione di armi chimiche da usare durante il conflitto.

Conigli che oggi sono motivo di richiamo per i turisti di Ōkunoshima nonché origine del suo secondo nome, ovvero “isola dei conigli”. Centinaia di conigli selvatici abitano infatti l’isola e si offrono numerosi alla vista dei visitatori, fin dall’arrivo in battello. Un insolito comitato d’accoglienza!
Molti sono i turisti che spinti dalle fotografie e dai video diffusi in rete vanno a Ōkunoshima per fare conoscenza con i suoi particolari abitanti, e sembra proprio che nessuno resti deluso.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Io farei una strage!

Sapete qual’é l’unica cosa che probabilmente non riuscirei a fare in Giappone?
Mangiare circondata dalle persone, o meglio mangiare zuppe, ramen o udon circondata dalle persone!

Perché?

Perché in Giappone mangiare rumorosamente è un segno di apprezzamento.

E, lo so, può sembrare strano che in un paese con regole di galateo così rigide, sia perfettamente accettabile mangiare rumorosamente le zuppe… In effetti, bere rumorosamente il brodo non é solo accettabile, ma addirittura incoraggiato.

È considerato segno che il cibo è delizioso, ed è un complimento per il cuoco.
In teoria rende più facile mangiare gli spaghetti velocemente mentre sono ancora caldi, il che, sarebbe, il modo migliore per apprezzarne il sapore.

Il risucchio, inoltre, dicono, che può anche ridurre al minimo i pasticci, aiutando a evitare di sbrodolarsi sui vestiti.

Ma per una come me che soffre di misofonia é impensabile riuscire a sopportare tutto questo…

Sapete cos’è la misofonia?

Clinicamente la misofonia è descritta come un’avversione in grado di generare una reazione emotiva negativa (con presenza di ansia, rabbia, stato di agitazione) a suoni specifici quali rumori masticatori, atti deglutitori, rumore dei passi delle persone ecc. Tale intolleranza non è tanto legata al volume del rumore che genera fastidio, bensì alla sua qualità. Tipicamente a evocare vere e proprie reazioni di odio e rabbia sono rumori di origine umana.

E in me si scatena l’inferno quando sento masticare, peggio ancora se a bocca aperta…mi rendo conto che alle persone che mi stanno accanto questi suoni non danno fastidio, o comunque, non provocano la stessa reazione che hanno su di me…
Mi sono trovata, a volte, a dovermi mettere le cuffie con la musica perché se no rischiavo di togliere forchetta e cucchiaio di mano a qualcuno…

Si innescano degli istinti primordiali, é brutto perché tu sai di non essere così, ma si scatena questa rabbia incontrollabile, vorresti davvero andare ad urlargli in faccia di smetterla, di chiudere quella bocca!

Quindi sì, io in un Izakaya, potrei davvero fare una strage!

Giappone Nihon

Jiu-Roku-Zakura

Con l’avvicinarsi di Halloween ho pensato, perchè non raccontare una bella storia di fantasmi? Di quelle straziatamente belle?

Così mi sono ricordata di aver letto una volta di un ciliegio che sboccia solo il sedicesimo giorno del primo mese…in pieno inverno… si dice che sia l’anima di qualcun altro a farlo fiorire.

Siete curiosi?

Allora vi racconto la storia di Jiu-Roku-Zakura 十六桜

A Eakégōri,un distretto della provincia di Iyo, c’è un celebre e antichissimo ciliegio, chiamato Jiu-Roku-Zakura, ossia “il Ciliegio del Sedicesimo Giorno”, perchè fiorisce ogni anno il sedicesimo giorno del primo mese (secondo l’antico calendario lunare), e solo per quel giorno.

Talchè il momento della fioritura coincide col Periodo del Grande Freddo, anche se per abitudine naturale un ciliegio aspetta la stagione primaverile prima di arrischiarsi a germogliare.

Ma il Jiu-Roku-Zakura sboccia grazie ad una vita che no è – o almeno non lo era originariamente- la sua. In quell’albero c’è il fantasma di un uomo.

Era un samurai di Iyo; e l’albero cresceva nel suo giardino; ed era solito sbocciare nel periodo consueto, cioè verso la fine di marzo o l’inizio di aprile. Il samurai aveva giocato sotto l’albero quando era bambino; e i genitori, i nonni e gli antenati avevano appeso ai rami in fiori, una stagione dopo l’altra per più di cento anni, allegre strisce di carta a colori con poesie in suo onore.

Lui stesso, sopravvissuto ai figli, era diventato molto anziano; e non gli era rimasto altro al mondo da amare fuorchè quell’albero. Ma ecco che l’estate di un certo anno l’albero si seccò.

La cosa fece soffrire oltremisura il vecchio. Allora i vicini premurosi gli trovarono un ciliegio giovane e bello e lo piantarono nel suo giardino, sperando in tal modo di dargli conforto. Lui li ringraziò e finse di essere contento.

Ma in verità aveva il cuore pieno di dolore: aveva amato il vecchio albero a tal punto che niente avrebbe potuto consolarlo della perdita.

Alla fine gli venne una felice idea: ricordò un modo per salvare l’albero moribondo. (Era il sedicesimo giorno del primo mese) Andò in giardino da solo, s’inchinò davanti all’albero seccato e gli parlò, dicendo: “Ora degnati, ti supplico; di fiorire ancora una volta, perchè io morirò al posto tuo”.

(è credenza comune che, con il favore degli dei, si possa veramente dar la propria vita per un altra persona, o una creatura, o perfino un albero; trasmettere così la propria vita si indica con l'espressione  "migawari ni tatsu" agire come sostituto)

Poi stese sotto l’albero un panno bianco e varie coperte, vi sedette sopra e fece Hara-Kiri al modo dei samurai. E il suo fantasma entrò nell’albero e lo fece sbocciare in quel preciso istante.

E ogni anno fiorisce ancora il sedicesimo giorno del primo mese, nella stagione della neve.

Sinceramente non ho mai pensato al “dare la mia vita per un’altra persona” (o cosa)… Amare così intensamente da preferire che sia l’altro a continuare a camminare su questa terra perchè sarebbe impensabile e doloroso credere possibile il contrario…forse solo nelle favole…

Giappone Nihon

KOKEDAMA 苔玉

Spesso mi chiedono dove vedo la poesia…come può esserci ancora posto per la poesia…e a me torna alla mente quella volta che mi sono trovata sotto a queste meravigliose piante sospese, circondate da farfalle, mi sentivo immersa nella natura, in un giardino fatato, ma ero semplicemente in un portico…
Meravigliata da cotanta bellezza ho chiesto quale magia naturale ci fosse dietro…e per la prima volta ho sentito parlare dei Kokedama…

La parola Kokedama deriva dai termini Koke, ovvero muschio e Dama, sfera, da qui la traduzione letterale della parola giapponese che altro non è che “Sfera di muschio”.
Questo particolare metodo di coltivazione, nasce verso il 1600 in Giappone e mixa tecniche Bonsai differenti per ottenere una sfera di terra perpetuamente umida che possa garantire la sopravvivenza della pianta.
La tecnica prevede la radicazione della pianta in un composto di terricci e argilla specifici, che permettono una diffusione più graduale dell’umidità, riducendo i tempi di annaffiatura. Il composto viene lavorato a sfera e, ricoperto con il muschio, diventando il vaso naturale della pianta.
Ed é così che prende il suo aspetto facilmente riconoscibile, questa si presenta pallina di terra, ricoperta da muschio a sua volta tenuto saldo con lo spago, da cui spunta la vita, che come un incubatrice protegge e nutre…

Le tipologie di piante che si possono kokedamizzare sono davvero tante: grasse, tropicali, fiorite, bulbi; l’importante è prestare attenzione alle loro particolarità. Il Kokedama si può appoggiare e, meglio ancora, si può appendere, lasciando volare la fantasia e creando veri e propri giardini verticali, ideali soprattutto in caso di piccoli spazi.

Esattamente come le piante in vaso, anche il Kokedama ha bisogno di cure. Temperature ideali, quantità di luce e acqua dipendono dal tipo di pianta radicata nella palla. In base al peso e alla consistenza della sfera, si capisce se la terra è bagnata o se necessita di essere inzuppata in acqua per alcuni minuti, fino a riacquistare un po’ di peso. Il particolare composto di terricci interno permette una diffusione dell’acqua più graduale e duratura. Durante la sua crescita, può essere utile aggiungere del concime liquido a necessità.

Simbolo di amicizia e cordialità, il Kokedama era l’omaggio che l’ospite regalava al padrone di casa, alla Cerimonia del tè.
Alla sua maturità, le radici fuoriescono dal muschio, oppure i legacci utilizzati per l’intreccio si spezzano, ed é quindi giunta l’ora di essere invasato o piantato in giardino.

L’origine di questa pianta sospesa davvero poetica, non è definita del tutto con certezza. Una delle leggende, narra che nell’epoca medievale, un contadino giapponese in condizioni di estrema povertà ideò questa variante di giardino sospeso non potendosi permettere uno dei classici vasi in coccio che servono per realizzare bonsai. Nacque così il primo Kokedama

della storia.

#cultura · Giappone Nihon

Really sad day…👸🏻

London bridge is down.

Ho assistito alla morte di un papa, sapevo che avrei assistito alla morte della regina ma sinceramente speravo di vederle soffiare le 100 candeline…

Ho iniziato ad avere qualche sospetto quando mi sono resa conto che tutti i giornalisti inglesi erano vestiti di nero…mi tornò in mente un vecchio articolo che avevo letto su un protocollo che riguardava la Regina, ma riguardava anche la morte…

Per noi che siamo nati con Queen Elizabeth penso che sarà strano vedere le banconote inglesi senza la sua faccia e non poter più cantare God save the Queen ma bensì God save the King, sono degli stravolgimenti ovvi, ma pur sempre stravolgimenti. Io é tutta la vita che cantò che “Dio deve salvare la nostra graziosa regina…” e che penso alla sterlina con la sua faccia… Per me l’Inghilterra é lei, era lei…

By the way, London bridge is down, la Regina é morta, serena ci dicono, circondata dall’affetto dei suoi cari accordi in Scozia…

Ma, cosa sappiamo della morte?

Mistero ancora da risolvere, quesito senza risposta, un nodo che in tutte le culture si cerca di sbrogliare. La strada per l’aldilà è un percorso che riguarda ogni singolo essere vivente: dove andiamo quando moriamo? Cosa diventiamo? I defunti possono osservarci e aiutarci dall’aldilà?
La storia ci insegna che ogni cultura ha creato una serie di rituali legati alla morte per superare il dolore, la perdita e l’assenza di risposte. In Giappone, la morte, è un argomento affascinante perché con il suo incredibile bagaglio spirituale, la cultura giapponese ha un modo unico di rispondere alla morte stessa.
In Giappone, la religione shintoista e quella buddhista coesistono in armonia. Entrambe credono nell’importanza delle anime, ecco perché, in Giappone, una persona defunta viene ancora considerata importante.
La religione shintoista vuole che dentro ogni persona abiti un kami (神, spirito divino), legato al corpo umano e indebolito da questa condizione. Quando la persona muore, lo spirito riacquista il suo potere ed esce dal defunto, interagendo in diversi modi con il mondo dei vivi. Ma, a differenza di quel che accade in altre culture, quest’anima ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei e dei suoi bisogni fondamentali per “sopravvivere”.

Perché sia per la religione shintoista che quella buddhista, che contribuiscono alla comprensione della morte in Giappone,
prima di riposare in pace, l’anima deve compiere un ultimo viaggio, lungo e arduo. La morte è un momento di transizione cruciale, simile alla nascita, e il defunto e la sua famiglia devono seguire dei rituali precisi perché questa transizione abbia successo.

Secondo le credenze religiose giapponesi, si dovrebbe spirare pacificamente e lasciare il mondo terreno nel modo più puro possibile; una credenza non dissimile dal rito cristiano della confessione, con la quale il penitente si libera da ogni peccato. Ma il concetto giapponese è molto più complicato: un giapponese non dovrebbe lasciare nulla di irrisolto, nessun rancore, nemmeno il minimo dubbio. Un semplice pensiero negativo prima di morire potrebbe causare diverse complicazioni nell’imminente viaggio per l’aldilà.

La morte in Giappone é anche una questione morale, dovuta forse al peso che la morte ha all’interno della società nipponica.
Perché, se é vero che lo spirito del defunto ha bisogno di aiuto da parte dei vivi, la domanda fondamentale diventa: “perché sacrificare la propria vita tra rituali e offerte per una persona che non c’è più?” La risposta la troviamo nel concetto di debito morale, gimu 義務, che un figlio deve ai propri genitori.
Quando un bambino nasce, i genitori gli fanno dono della vita – la cosa più preziosa che abbiamo. Pertanto, un bambino avrà sempre un debito impagabile nei confronti dei propri genitori. Questo debito in Giappone è detto appunto gimu (義務).

Questa regola morale si trasmette di generazione in generazione, e l’unica occasione in cui i figli possono estinguere il proprio debito è nel momento della morte di un genitore. Come? Durante il funerale, aiutandolo a trapassare in pace ed eseguendo tutti i rituali del caso. Dopo il funerale, continuando ad offrire cibo, bevande e doni affinché possa trascorrere la migliore eternità possibile.

Adempiere a tutti questi obblighi porta a una ricompensa: l’antenato, ora un sorei (祖霊, uno spirito ancestrale buono), ti proteggerà dal male. In caso contrario, il parente defunto può trasformarsi nel peggiore degli incubi: uno yurei (幽霊), un’anima tormentata che non ha ricevuto le attenzioni necessarie durante le celebrazioni funebri.

Non a caso, l’Obon Matsuri, la festa dedicata ai morti, è uno dei più grandi eventi estivi in Giappone. I giorni dell’Obon sono significativi per i giapponesi, perché è il periodo dell’anno in cui tutti si riuniscono nella casa di famiglia, visitano il proprio paese d’origine e onorano i loro antenati.

Per lo shintoismo esiste un konoyo (この世, questo mondo) e un anoyo (あの世, “quel mondo”, l’aldilà) che sono strettamente connessi. Sebbene raggiungere l’aldilà sia difficile, una volta a destinazione è più semplice muoversi tra i due mondi: ecco perché alcuni giapponesi ritengono la presenza di fantasmi un fatto molto naturale. Prima di raggiungere l’anoyo, le anime devono attraversare lo yominokuni (黄泉の国), una specie di Ade che accoglie i defunti in seguito alla loro dipartita. Si dice che l’ingresso fisico di questo luogo si trovi a Yomotsu Hirasaka, a Izumo, nella prefettura di Shimane.

Quando il buddhismo arrivò in Giappone, i cambiamenti si fecero sentire anche nel mondo dei morti. Uno di questi fu l’adozione della tradizione di cremare i defunti. Nel corso degli anni, emersero nuove credenze sull’aldilà, come quelle derivate dalla scuola Jodo (浄土), il Buddhismo della Terra Pura: il jodo sarebbe infatti una sorta di paradiso guidato dal Buddha Amitabha (Amida, in giapponese).

Apparve anche il concetto di inferno, conosciuto come jigoku (地獄). Questo inferno giapponese ha però una caratteristica insolita: esso si manifesta in diverse forme, e non abbiamo modo di sapere quanti inferni vi siano in tutto. Ogni inferno presenta punizioni diverse, principalmente legate al fuoco e al ghiaccio.

Se siete curiosi di scoprire dove si trova geograficamente l’inferno giapponese, dovete sapere che varie località dell’arcipelago sono famose per custodire le porte degli inferi: per esempio, Beppu con i suoi pozzi di acqua calda, Noboribetsu in Hokkaido, il Monte Tate a Toyama, o il Monte Osore ad Aomori. Non c’è da stupirsi che la lista sia così lunga: il Giappone è una terra dall’abbondante attività vulcanica, e la gente credeva che la presenza di questi paesaggi fumosi fosse riconducibile a qualcosa di più inquietante della semplice attività geologica.

Con il passaggio del Giappone all’era moderna, le giovani generazioni si allontanano sempre di più dalla conoscenza dei rituali funebri, e invece di occuparsi di questi compiti, preferiscono pagare un professionista, perdendo così il retaggio che sostanzialmente si starebbe proteggendo, perché i rituali funebri erano l’occasione per generare legami tra i diversi membri della comunità, che si trovavano ad attraversare il lutto e lavorare assieme per onorare la memoria del defunto. Il valore simbolico di questi rituali ha subito diversi cambiamenti, così la percezione dell’intero rito funebre.
Non ci é dato sapere cosa ci sia dopo la morte, ma finché siamo vivi, abbiamo la possibilità di credere in qualcosa.

In Giappone si pensa che i morti non ci lascino mai e si prendano cura di noi o, al contrario, vengano a ricordarci della loro assenza. Anche se viviamo in un mondo circondato dal progresso e dalla modernità, penso esista ancora un mondo spirituale con credenze radicate nella tradizione. Se tradizione e modernità possono coesistere, forse lo stesso può valere per il mondo dei defunti e quello dei vivi.

Quindi con qualsiasi rituale, preghiera, pensiero…buon viaggio Her Majesty…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Come a volte sarebbe d’uopo ignorare…

Questa estate è stata per me una continua epifania -a volte nel bene, altre nel male- certo è che sono arrivata ad un’accettazione più alta di me…non che io ora mi ritenga perfetta , anzi…ma almeno mi voglio bene…

Ho imparato ad essere più clemente con l’immagine allo specchio, anche perchè ho scoperto che spesso le persone che ti incontrano non vedono i tuoi difetti ma guardano se il tuo sorriso è gentile, se i tuoi occhi sono benevoli, se la tua gestualità è inclusiva e aperta e, perchè no, a volte guardano quel tuo seno morbido (che spesso ti imbarazza) con un po’ d’invidia.

Ed è proprio facendo una cosa che odio -guardarmi allo specchio- che ho capito come serva lasciare andare, spesso proprio ignorare…smetterla di voler andar bene a tutti, tanto è un eufemismo, smetterla di compiacerli, smetterla di sentirci in colpa…

…smetterla di dare adito a quel brusio di sottofondo che ci impregna costantemente la vita e che non ci permette di concentrarci su quello che veramente è importante:

FOCALIZZARCI SU DI NOI.

Perchè la qualità del nostro tempo dipende dalla capacità di soffermarci solo su quanto è necessario…

Attribuire ad ogni cosa o persona la massima importanza, porta con sè il rischio di smarrire la capacità di orientarsi in quel suono basso e ronzante che fa da colonna sonora ad ogni esistenza.

Per i giapponesi questa facoltà di ignorare è a tutti gli effetti una virtù e si dice Mushi Suru 無視する dove, nei segni, c’è “l’assenza del guardare” 無視 e “l’occhio che cammina” する…

A volte è difficile ignorare, ancora più spesso è difficile lasciare andare…

…ma impareremo a farlo…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Lo sapevate che…part.2

Finalmente è arrivato settembre, il mio cuore è colmo di gioia!

Questo è il periodo dell’anno che maggiormente preferisco…le giornate che lentamente si accorciano permettendo alla luna di deliziarci della sua presenza un po’ prima…le temperature che vanno a calare…la brezza notturna che accarezza dolcemente.

L’autunno, oltre ad essere la mia stagione preferita, lo percepisco come periodo di rinascita, quel momento nella ruota dell’anno dove ci spogliamo di tutto quello che di bello e di brutto ha intaccato la nostra anima e ci prostriamo nudi all’inverno che ci tempra e ci prepara ad una nuova fioritura…

…e se ci penso, già dalla primavera ne sento nostalgia, dei suoi colori, dei suoi odori, delle sue note, di quel sentirsi circondati come in un abbraccio…

Lo sapevate che in giapponese c’è una parola che descrive tutto questo?

Fa parte delle parole intraducibili…è FUUBUTSUSHI che letteralmente significa “cose che evocano ricordi di una particolare stagione”…

Nella nostra lingua abbiamo davvero moltissime parole, meravigliose, che ci permettono di identificare ogni piccola sfumatura dei sentimenti umani ed è per questo che ancora mi stupisco quando trovo parole che nel rincorrersi di sillabe, o meglio, di segni, dipanano concetti ed emozioni…

Settembre è anche il mese del mio compleanno, per festeggiarlo abbiamo creato un evento musicale su un battello in navigazione sull’Adda…sono state ore meravigliose, immersi nella natura che pareva selvaggia, con persone, conoscenti e non, simpatiche ed inclusive e poi…quel tramonto…

La sublime meraviglia di KAWAAKARI “l’ultimo riflesso di luce sull’acqua di un fiume al tramonto”

Che dire, è stato inebriante!

#poesia · Qualcosa di me

Big news is a Good news!!!

Vi siete mai chiesti com’è realizzare un desiderio? E continuare a realizzarli?

Io francamente ancora non ci credo…cioè, effettivamente non ci ho mai creduto, non credo molto nelle mie capacità, forse è un refuso di tutto quello che mi è stato detto da piccola…no, non dai miei genitori, loro mi hanno sempre appoggiata!

Beh, comunque è arrivato il momento tanto atteso, il mio nuovo libro uscirà il 26 settembre, non vedo l’ora, lascio qui il link per il preorder, per chi fosse interessato, ci saranno copie in tiratura limitata, 75, numerate, dedicate e firmate, con in omaggio ben 3 libri della mia casa editrice…così potrete scoprire i vari stili e autori….

https://www.lineeinfinite.com/preorder

Si intitola “Come chiedere gelo al fuoco” e non vedo l’ora di averlo fra le mani per annusare le sue pagine profumate di inchiostro…

Eccolo!!!!!!

Spero che possa farvi piacere…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Parole che diventano luoghi in rovina

In questi giorni mi sto chiedendo cos’è la bugia, la menzogna…

A volte si mente senza accorgersene, si ingrandiscono i fatti (senza stravolgerli) per renderli più interessanti, per farli diventare dei racconti.

A volte non si mente ma si omette, per pudore o vergogna…

A volte si mente per necessità, per poter essere trattati equamente o, peggio, per non subire gravi conseguenze.

E poi c’è chi mente perchè è insito nella sua natura e quando, chi ascolta, capisce questa sua peculiarità, si chiede quanta e quale verità c’era nelle parole di chi parlava…e poi ci si arriva a chiedere se è colpa nostra, se non si era ritenuti “degni” della verità…

Ma non è così, non può essere così!

Quindi, cos’è la bugia?

Laura Imai Messina in un suo articolo del 2021 la definisce come un luogo in rovina, per via dei Kanji usati nella parola 嘘 (Uso), che andandola a dispiegare ci racconta di “colline su cui un tempo sorgeva un’antica città, colma di edifici, luoghi sacri e un cimitero…poi quella città venne abbandonata, il tempo la corrose, andò in rovina. Rimasero solo cose vuote, cose senza contenuto, cose vacue che attraverso la bocca diventano bugie.”

Ed, effettivamente, è quello che lascia, un contorno arido che potrebbe diventare un deserto e di conseguenza delle barriere che potrebbero diventare dei muri di cemento armato.

E tutti per cosa?