L’amore in Giappone

Superstizioni e rituali giapponesi sull’amore

In tutte le culture ci sono riti e superstizioni, magari semplici credenze che riconducono all’amore, chi non ha mai girato il picciolo di una mela contando le lettere per sapere chi vi ama? Il Giappone non fa eccezione, qui di seguito vi lascio un elenco più o meno esaustivo delle credenze popolari, superstizioni, riti sull’amore!

Una coppia che vede le luci della Torre di Tokyo spegnersi, starà insieme per sempre!

Si dice che se una coppia riesce a vedere insieme le luci della famosa Torre di Tokyo spegnersi, il loro amore durerà tutta la vita. Probabilmente perchè le luci non si spengono quasi mai, l’evento è raro. O almeno lo era, poichè a forza di chiedere allo staff della torre quando le luci venivano spente, si sono attrezzati per il momento magico e tutte le notti a mezzanotte in punto le luci si spengono per la gioia degli innamorati.

Prima le luci venivano spente solo per manutenzione, ora lo si fa per far piacere alle coppie che stazionano all’esterno in attesa del momento magico, e poco dopo vengono riaccese fino all’alba.

Sempre a proposito della Torre di Tokyo, tutti i sabato sera fra le 8 e le 10, la torre accende un particolare tipo di spettacolo di luci chiamato “Diamond Veil”, ovvero cambia i colori secondo un preciso calendario. Siccome i colori sono vari, le coppie cercano di vedere insieme quelle rosse, essendo nella cultura nipponica il colore di amore e gratitudine.

Attaccare un lucchetto alla ringhiera della collina degli amanti sull’isola di Enoshima

Anche in Giappone, come a Roma e Parigi, ha preso piede l’usanza di suggellare l’amore con i lucchetti.

Così anche i giapponesi hanno il loro posto speciale dove giurarsi amore eterno, se volete provarci anche voi il posto si chiama Koibito no Oka a Enoshima, e al vicino tempio potrete procacciarvi un enmusubi, amuleto portafortuna: si dice che quelli di Enoshima siano particolarmente potenti per l’amore e il matrimonio.

Comunque i lucchetti ormai si attaccano un po’ dovunque, dalla torre di Fukuoka al porto di Osaka, trovate il vostro posto speciale e buona fortuna.

Suonare 3 volte la campana dell’amore a Koibito Misaki

C’e’ un posto a Koshimoda nella prefettura di Shizuoka, chiamato romanticamente il Capo degli Amanti, dove è stata posata una campana. Si sale lungo il bordo roccioso del capo e si arriva a un punto panoramico molto suggestivo, si suona la campana tre volte chiamando il nome dell’amato. Si dice che in questo modo il suono della campana e dell’amore risuonerà per tutto il Giappone e l’amato arriverà a voi. Romantico no?

Pensate che potrete perfino certificare il vostro amore, c’è infatti un negozio sul posto che vende souvenir e perfino un certificato (500 yen) che attesta la vostra impresa e il vostro amore. Un po’ più burocratico ma sicuramente efficace.

Guardare insieme un’eclissi solare

Molte superstizioni sull’amore si rifanno agli anelli poichè i cerchi non hanno una “fine” e quindi quale occasione migliore di un’eclissi solare per confermare il proprio indissolubile legame? Se riuscirete a vedere insieme il cerchio che si forma quando l’eclissi è al suo massimo anche il vostro amore andrà avanti per l’eternità.

L’amore è una cosa importante.

Nella cultura e tradizione giapponese, l’amore è raffigurato come un sentimento divino instillato da dio e distrutto soltanto dalla morte.

Nella cultura occidentale, il termine “amore” viene usato più liberamente e anche riferito a rapporti non di coppia. Qualcuno può dire che “ama” il gelato, il suo smartphone o la sua squadra del cuore. Prima di dire “ti amo”, rifletti sui tuoi veri sentimenti ed esprimiti in modo chiaro.

Scegliere le Parole Giuste

suki desu 好きです.

Questa espressione in realtà vuol dire “mi piaci”, ma è quella più usata per esprimere amore. Se aggiungi “dai” all’inizio (“daisukidesu”), significa “mi piaci un sacco”.

• Anche dire “Watashi wa anata wo suki desu” significa “ti amo”. La forma breve è “suki desu”.

• Anche se “suki desu” significa “mi piaci”, implica sentimenti più profondi. La cultura giapponese è piena di cose sottintes

kimi wa ai shiteru AIしてるの君.

Questa espressione è indicata per esprimere sentimenti d’amore più impegnati e seri. Niente in questa frase allude ad amicizia. Usala solo se i tuoi sentimenti sono profondi.

taisetu 大雪.

Significa “sei importante” ed è un’espressione da preferire se non ti senti pronto ad una relazione impegnata.

suki nan da 好きなんだ.

Si può tradurre “Non sai quanto ti amo?” Questa espressione è un modo di offrire una spiegazione;”nan” si usa quando si chiedono o si danno spiegazioni.

koi no yokan.

Le persone troppo con i piedi per terra per credere nel colpo di fulmine potrebbero parlare di “koi no yokan”, che indica la sensazione, quando si incontra qualcuno, che possa nascere l’amore, col tempo.

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Chi si ricorda di me?!?

In questi giorni in cui il tempo sembra voglia volgere al peggio, ma un peggio che a me piace, un peggio che mi rigenera con la sua aria fredda e la brina la mattina, mi trovo a pensare “qual’è o quale sarà l’impronta che lascerò nel mondo”.

Mi chiedo se la paura di essere Vista che da sempre mi porto dietro e che da tempo immemore sto combattendo mi precluda la possibilità di aprirmi completamente al mondo potendo così condividere il mio Io che per ora è a grandi sprazzi invisibile!

Non che io senta un impellente bisogno di essere ricordata dai posteri ma, diciamo che, mi piacerebbe sapere che a qualcuno sono stata utile in qualche modo, che qualcuno mi ricorda con un sorriso.

In questo mondo estremamente social trovo così difficile fare breccia nel cuore o meglio nella testa delle persone…

Io poi, che mi nascondo spesso dietro una tastiera, che le parole fluiscono meglio a bocca chiusa e che le chiacchierate migliori le ho fatte con me stessa…

Mi chiedo se alla fine sarà compito mio ricordarmi di me stessa…

Buona serata ragazzi!

Godiamocela questa vita, anche con noi stessi, che tanto spesso ci odiamo!

Crisantemo, ‪菊‬ kiku, fiore dei defunti o simbolo di vita!

Tradizioni che cambiano e simboli che, dopo tutto, si incontrano sempre nel ricordo.

Tradizione vuole che da noi si posizioni un bel vaso di crisantemi sulla tomba dei propri cari durante la festa di Ognissanti. Del resto, il crisantemo qui sboccia proprio in quel periodo dell’anno, cosa che ha fatto sì che il significato di questo fiore venisse a coincidere con il ricordo dei defunti. A nessuno, di conseguenza, verrebbe in mente di sposarsi con un bouquet di crisantemi o di regalarne un mazzo alla fidanzata come dichiarazione d’amore.

Ma, se da noi il crisantemo è per antonomasia il fiore da portare al cimitero, da altre parti del mondo accade esattamente l’opposto.

In Giappone è il fiore nazionale tanto che l’imperatore, ogni anno, per celebrarne la fioritura, apre al pubblico i giardini della sua reggia.

Il significato che il mondo orientale è solito attribuire al crisantemo è, dunque, quello di vita e felicità. Ma anche in gran parte del nord Europa si usa regalare crisantemi al posto delle rose. Del fiore, del resto, esistono centinaia di varietà. E’ adatto per comporre bouquet perché se ne trovano di tutte le tonalità e di tutte le taglie; con petali enormi e carnosi, o sottili e lineari; a pompon, piatti e a margherita.

Il nome di questo fiore, in greco, significa «fiore d’oro» ed è associato a un momento positivo, come può essere quello in cui si ricordano i nostri cari.

Il fiore del crisantemo fu inizialmente importato in Giappone dalla Cina, in origine, era apprezzato per le sue qualità di guarigione sia per i postumi dell’ ubriachezza, sia per problemi dovuti allo stato di inabilità del sistema nervoso e debilitazione in generale.

Ancora oggi il crisantemo è riconosciuto in Giappone per le sue proprietà mediche e viene utilizzato in varie preparazioni erboristiche.

Il crisantemo è stato fonte di ispirazione per molte poesie ed è il fiore simbolo dell’autunno legato anche alla forza e resistenza: il fiore del crisantemo, infatti, sbocciando nella stagione fredda, affronta le avversità del gelo e della terra sopita.

Durante il “Giorno del Crisantemo” (Kiku no sekku 菊の節句) Celebrato il nono giorno del nono mese la festa dei crisantemi (菊 kiku) coincide con l’inizio della stagione fredda e conclude il periodo attivo e creativo dell’annata: poiché nella corolla di crisantemo è sempre stata ravvisata l’immagine del disco solare circondato dalla sua corona di raggi, la celebrazione aveva lo scopo d’impedire il decadimento della luce solare e il calo dell’energia vitale degli uomini, garantendo il benessere della comunità.

La festa, che nella forma ancor oggi celebrata venne istituita ufficialmente durante il XVII secolo, consiste nell’allestire ed esporre crisantemi in vaso di innumerevoli varietà, all’aperto, nei parchi delle città e nei villaggi, al riparo di apposite tettoie. Coltivatori appassionati ed esperti riescono a far fiorire parecchie centinaia di corolle da una singola pianta, la cui chioma viene cresciuta e modellata nelle forme più bizzarre su leggeri sostegni sagomati in carta o filo metallico; i più artistici riescono a modellare i fiori a forma di coda di pavone, a cascata, a vela, a ventaglio e in altre forme ancora.

Questa usanza ha radici antiche: nelle prime decadi del XVII secolo la coltivazione dei crisantemi divenne un vero e proprio passatempo fra i samurai e nella stessa epoca svariati signori feudali istituirono speciali esposizioni di crisantemi nei parchi delle loro residenze, indicendo feste per un privilegiato e ristretto numero d’invitati, chiamati a gioire della bellezza dei fiori. Queste manifestazioni vennero in seguito imitate anche dai semplici cittadini, i quali restavano fino a notte tarda per ammirare le esposizioni dei crisantemi nei giardini o nei parchi pubblici.

Durante i festeggiamenti si teneva anche una sfilata delle cortigiane nel quartiere dei piaceri, mentre le case d’appuntamento esponevano vasi di crisantemo davanti all’entrata. La processione di solito terminava in un santuario di Inari dove si pregava per una giovinezza duratura e per una vita lunga e felice.

La crescente passione per i crisantemi culminò nell’ultimo quarto del XVIII secolo nella creazione delle kiku ningyō (“bambole di crisantemi”), figure umane a grandezza naturale che si ottenevano preparando una leggera struttura in canne intrecciate o filo metallico, raffigurante un corpo umano nella posa desiderata e, all’interno di questa forma, venivano fatte crescere le piante che avrebbero formato le vesti della figura. La testa, le mani e i piedi, modellati in cera e opportunamente colorati, avevano aspetto molto realistico e raffiguravano solitamente famosi personaggi e attori del teatro popolare kabuki tratti dagli spettacoli di maggior successo. Il biglietto d’ingresso per le mostre di kiku ningyō era piuttosto elevato, dati i costi di produzione molto alti. Questo particolare tipo d’esposizione al giorno d’oggi è scomparso sia a causa dei costi elevati, sia a motivo del diverso orientamento dei passatempi e dei gusti giapponesi.

Un’altra usanza particolare associata a questo festival è quello di porre un batuffolo di cotone sui fiori di crisantemo alla vigilia del giorno del festival. La mattina successiva, il cotone, bagnato dalla rugiada o dalla brina mattutina, viene utilizzato per la pulizia del corpo; questa usanza è nota come “cura da cotone del crisantemo” e coniuga sia la volontà di prendersi cura dei fiori sia l’utilizzo della rugiada come metodo curativo dei disturbi del genere umano.

Una particolare specie di crisantemo, con raggio a 16 petali (che ricorda quindi anche un sole con i suoi raggi), è stata adottata come simbolo della Famiglia Imperiale (e quindi simbolo nazionale) che raffigura infatti il fiore con 16 petali frontali e 16 sul retro, sfalsati. In origine era concesso coltivare questa specie solo all’ Imperatore, all’ interno dei Giardini Imperiali, e la riproduzione dell’ immagine di questo fiore era autorizzata solo a pochi artigiani accuratamente scelti.

La spinta iniziale all’ adozione di questo simbolo fu data dall’ Imperatore Gotoba (1183-1198) che si fece costruire una spada decorata con crisantemi. Anche il trono su cui siede l’ Imperatore è detto “del Crisantemo”.

Il crisantemo (tranne quello a 16 petali, esclusivo della Famiglia Imperiale) è presente in più di 150 stemmi di famiglia, utilizzati soprattutto da famiglie nobiliari o templi Shinto.

Il “Supremo Ordine del Crisantemo” è il più importante riconoscimento che l’ Imperatore può concedere.

Al giorno d’ oggi, ogni anno presso i Giardini Imperiali, in occasione della fioritura, l’ Imperatore offre un importante ricevimento.

A seconda dei colori, il crisantemo assume diversi significati: il bianco per il dolore, il rosso per amore ed affetto. Un crisantemo bianco quindi non si regala mai, soprattutto ad una persona malata

Oyasumi nasai minna

LUPINUS LULLABY:

chicchana te no hira wa nemofira no hana

fukkuri hoppeta wa erika no tsubomi

atatakai haru no soyo kaze mitai na matsuge

saa oyasumi no jikan da yo

suteki na lady ni naru yume o mite hoshiyo

suyasuya ude no naka kawaii negao

momoritai zutto rupinusuno hana no youmi soto

Traduzione:

dormi piccolina e non pianger più

al sicuro tu sarai

nelle braccia mie ti addormenterai

sogni e poi ti sveglierai

tu piccina mia dormi ancor

insieme a me felice tu sarai

tu

piccola stella un giorno crescerai

Wabi-Sabi ‪侘寂‬ meaning

Wabi-sabi (侘寂) costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose.

L’espressione deriva da due caratteri 侘 (wabi) e 寂 (sabi), è molto speciale ed è impossibile tradurla in italiano.

Tale visione, talvolta descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” deriva dalla dottrina buddhista dell’anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza).

Secondo L. Koren, il wabi-sabi è la più evidente e particolare caratteristica di ciò che consideriamo come tradizionale bellezza giapponese dove “occupa all’incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell’Antica Grecia in Occidente”.

Andrew Juniper afferma che “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi”. Richard R. Powell riassume dicendo “(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

Wabi sabi non è rigidamente collegato a un elenco di caratteristiche fisiche. Piuttosto, è una profonda coscienza estetica che trascende l’aspetto.

Può essere sentito, ma raramente verbalizzato, ancor meno definito.

E infatti come ben vi dicevo prima le parole wabi e sabi non si traducono facilmente. Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo”, “povero” o “appassito”.

Verso il XIV secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive.

Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto.

Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine. Nella visione dell’universo secondo il Buddhismo Mahayana, questi possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano la liberazione dal mondo materiale e la trascendenza verso una vita più semplice. La filosofia mahayana stessa, comunque, avverte che la comprensione genuina non può essere raggiunta attraverso le parole o il linguaggio, per questo l’accettazione del wabi-sabi in termini non verbali può costituire l’approccio più giusto.

I concetti di wabi e sabi sono originariamente religiosi, ma l’uso che si fa attualmente di queste parole in giapponese è spesso abbastanza causale. In ciò si può notare la natura sincretica dei sistemi di credenze giapponesi.

Una traduzione molto semplice di wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste.

Altra interpretazione possibile è “bellezza austera e, quasi malinconicamente, chiusa in sé”.

Perché…

Kataware-Doki

Perch, perch, non vi siete mai chiesti perch?
Io si!
Spesso!
Possiamo dire che “perch” l’unica vera costante della mia vita!
Le cose cambiano, le persone vanno e vengono come portate dal vento e tu rimani l, a volte nel bel mezzo della bufera, a chiederti “perch”.
Sono arrivata a pensare che “perch” sia alla base dello sviluppo e della crescita di questo mondo, del nostro mondo, ovviamente senza curiosit non ci sarebbero state e non ci saranno le scoperte ma questo “perch” possiamo circoscriverlo anche alla nostra piccola cerchia di influenza.
Ed su quello che ultimamente sono portata a riflettere!
Vi mai capitato di chiedervi come mai avete fatto o detto quella cosa proprio in quel momento pur avendone avuto altri magari migliori per poter dire o fare la medesima cosa?

Io SI, eccome se me lo sono chiesta!
Non passa giorno in cui, in un momento o nell’altro…

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Per Paola

Questo articolo è dedicato a te Paola https://paroledipolvereblog.wordpress.com/

Me l’hai chiesto così gentilmente da non poterti dire di no!

Spero ti piacciano!

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Ho trovato queste!

Buon ascolto!

Detti Giapponesi

In questi giorni di trasloco ho capito quanto è veritiero questo proverbio giapponese!

「聞くは一時の恥聞かぬは一生の恥」

/kiku wa ichiji no haji kikanu wa ishou no haji/

“Chiedere è vergogna di un momento, non chiedere è vergogna di una vita”

Io sono sempre stata una persona che odia chiedere perché mi sembra di obbligare le persone a fare qualcosa per me (forse perché io se qualcuno mi chiede un favore glielo faccio senza pensarci troppo, ma so che non tutti sono come me) e perché da brava veneta adotti il motto del “Faso tuto mi”!

In questi giorni ho però capito di avere trovato delle persone meravigliose con cui non solo dividere i momenti divertenti ma anche quelli faticosi e che lo fanno senza tirarsi indietro, dandosi in maniera del tutto spontanea e naturale, anche se questo consiste nel venire a casa mia alle 22:00 per scaricare una camionata ( nel vero senso della parola) di mobili dell’ikea (grazie Elichan) o farsi 30 km per caricarsi la macchina di scatoloni e portarli da una parte all’altra (grazie Silvia e Ale, Mark e Fra) o sacrificare le proprie serate per aiutarmi a montare i suddetti mobili (grazie Andre).

Grazie grazie davvero per aver accolto la mia richiesta d’aiuto senza farmi sentire in imbarazzo!!!

E questo mi riporta alla mente un altro proverbio o detto Giapponese:

[そでふりあうもたしょのえん]”Sode furiau mo tasho no en” cioè “Anche gli incontri casuali sono opera del destino”

significa anche che lo sfiorarsi appena le maniche per la strada non e’ un evento totalmente casuale ma e’ radicato nel destino delle due persone che si sono incrociate.

sono infinitamente grata per le persone che il destino ha messo sulla mia strada!

Non le ringrazierò mai abbastanza per la loro amicizia gratuita!

I can’t wait!!!!

Questo il nuovo Drama che non vedo l’ora di vedere, il tema è scritto suonato e cantato dai Radwimps, gli stessi di Your Name!

Una racconto romanzato basato sulla vita di Ku Kai

(Kūkai (空海), ricordato dopo la sua morte anche con il titolo onorifico di Kōbō-Daishi (弘法大師) (774835) è stato un monaco buddhista giapponese, artista, fondatore in Giappone della scuola buddista Shingon (“Vera Parola”), basata sullo studio del Mahavairocana e sulle speculazioni della scuola cinese Zhenyan. In ciò ebbe l’appoggio dell’imperatore Saga.

Fu inoltre fautore della diffusione della teoria iniziatica dello honjisuijaku (本地垂迹) secondo la quale le divinità dello Shintō (indicate come 神 shin), i deva e le divinità cinesi, considerate fino ad allora come esseri prigionieri del ciclo delle rinascite, appartenevano invece al regno dell’illuminazione; erano manifestazioni di buddha e bodhisattva.

Kūkai è famoso soprattutto come calligrafo, ed è considerato l’inventore dei kana, i sillabari con i quali, assieme ai caratteri kanji di origine cinese, si scrive la lingua giapponese.)

Scusate la prolungata attesa ma qui più che una casa sembra il duomo di Milano!