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Ci può essere una nostalgia felice?

Come può essere una nostalgia felice?

Può essere come guardare le nuvole che si muovono nel cielo, chiedendoci quali terre andranno a bagnare?

O è come vedere l’erba verde e viva crescere in una piccola aiuola, costretta in quella cattività che a volte ingabbia anche i nostri cuori?

Stavo camminando, mi piace camminare, mi aiuta ad ascoltare i pensieri, così ho constatato che associo spesso la nostalgia che ho alle parole non dette, non è rimorso, capitemi, non può essere rimorso perchè so che se non è successo è perchè non doveva succedere, non li, non in quel momento. Ma quelle parole, quei discorsi, quelle spiegazioni, rimangono lì, a suggerirti quello che saresti potuto essere, quello che avresti potuto avere…e così ti guardi indietro e ti assale la nostalgia, ma non quella nostalgia bramosa ed isterica che t fa agonizzare, che non ti lascia respirare, è quella nostalgia che accarezza i ricordi come la mano di una nonna, dolce e amorevole, protettiva e fiera.

Esiste una parola per spiegare tutto questo, in Giapponese è NATSUKASHII 「懐 か し い」quell’espressione di nostalgia in cui i ricordi sono rievocati con gioia.

Natsukashii è un aggettivo della lingua giapponese che, secondo la traduzione di Amèlie Nothomb, indica “la nostalgia felice”, “l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che riempie di dolcezza”, concetto nipponico che fra l’altro non prevede un aggettivo o un concetto opposto tipo “nostalgia triste”

Eppure c’è dell’altro in questo senso di nostalgia, in Natsukashii, ed è quell’attitudine giapponese a lasciarsi dentro sempre un poco il passato, pur continuando ad avanzare a grandi falcate nel futuro.

Per chi ha subito la magia dell’entrare in contatto con il Giappone, questo senso di nostalgia per qualcosa che di cui non si ha magari ancora avuto esperienza diretta, è qualcosa che lega l’anima.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Il dono della distanza 距離 kyori

Ma che cos’è la distanza?

Solo un mero numero che definisce spazio o tempo? Oppure è la nostalgia di una mancanza e il desiderio che ti fa muovere verso l’annullamento di quella distanza, se non in maniera fisica, almeno intellettivamente e sentimentalmente.

Quel desiderio che ti brucia, che ti spinge ad essere sempre la migliore versione di te stesso.

La distanza è qualcosa di così tangibile ed effimero…qualcosa che nella lontananza fisica unisce.

Distanza è anche nascere in un luogo e trovarsi radicato altrove, consapevole che

vivere l’altrove muta le prospettive, che casa è un concetto che trasloca, dove rimane quel margine di incomprensione che ci ricorda che abbiamo ancora molto da imparare.

Ma nella “comprensione” della distanza c’è il valore dell’amore, é ricercare il vero valore della distanza, il vero dono.

Lo spazio tra noi e l’altro è la passeggiata che ci consente di godere del paesaggio, la profonda emozione dell’attesa, é l’impegno che ci si deve mettere per approfondire e “comprendere”.

Uno spazio di cui non ci è data sapere l’entità perché a volte per comprendere ci vuole tempo, un tempo quasi infinito, che può far lunghi giri prima di trovare la strada di casa.

É nel modo in cui affrontiamo la distanza dall’amore la misura di ciò che siamo, dell’egoismo che posiamo, dell’amore che diveniamo e che sentiamo.

È nella distanza il vero valore che diamo a chi amiamo e nel modo in cui attraversiamo la distanza il vero senso del legame che ci unisce all’altro.

La distanza in amore è un passo alla volta ma con calma, un passo dopo l’altro lentamente e ancor più adagio, é “non ti tengo per mano ma ti accarezzo il cuore.”

La distanza é ciò che più lega l’amore.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Di quanto è romantico cadere

Stavo pensando ad una delle parole Giapponesi che preferisco, Komorebi 木漏れ日 “la luce che filtra tra le foglie degli alberi”…

La luce che cade e ci piove addosso dalle fronde, inondandoci, circondandoci, rendendoci parte del misticismo della natura.

Come la luce ci cade addosso, così anche noi cadiamo spesso, io sono caduta da un gradino e mi sono distrutta un piede, si cade dal letto, si cade malati, si cade in piedi, si cade in errore, insomma,una vita a cadere, per potersi rialzare ovviamente, per poter imparare perchè non c’è miglior modo di crescere se non quello di cadere, conoscere i propri limiti e andare avanti fino al prossimo errore.

Ma c’è un sentimento che cade e da cui non ci si vorrebbe mai rialzare, in Giapponese si dice Koi Ni Ochiru, 恋に落ちるとき, Fall in Love…perchè in amore si cade, e ci si fa anche male, ci si perde negli occhi, ci si immerge nella voce, è nelle braccia dell’altro che ci accolgono e continuano a farci sprofondare in quella felicità di cui non possiamo più farne a meno.

L’amore, gioia e tristezza, mai ci fù per me parola più controversa, racchiude in se i sorrisi e le lacrime, il timore di esprimere a parole ciò che il cuore continua ad urlare e nel contempo l’angoscia di poter perdere l’emozione di viver l’amore.

Mi rassicura però il pensare che l’amore sia il nuovo equilibrio dopo la caduta, quel rialzarsi infermo per abituarsi al nuovo peso del noi.

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Pensieri pericolosi

C’è un detto in Giappone 置かれた場所で 咲きなさい “Dove sei stato posato, fiorisci” (Okareta basho de sakinasai). Una bellissima frase motivazionale, perchè, chi non vorrebbe sentirsi dire che qualunque situazione affrontiamo è nostra perchè abbiamo la forza di affrontarla?

In pratica queste parole ti spingono a fare del tuo meglio e ti consolano allo stesso tempo. Dovunque tu sei e da qualsiasi posto tu arrivi, non importa quale sia il tuo passato, poco importa quale sarà il tuo futuro, anche nel terreno più impervio tu riuscirai ad allargare le tue radici e a protenderti verso l’alto, come un fiore che sboccia in tutta la sua magnificenza.

Mi ronzano nella testa due canzoni in questi giorni, insistentemente, e non penso sia un caso che io dia peso alle parole di queste canzoni, a mio modesto avviso nulla succede mai per caso, tutto ha un senso anche se nel nostro microcosmo non riusciamo a percepirlo…tutto arriva esattamente quando deve arrivare, quando siamo pronti ad accoglierlo, che sia una rivelazione, un dono o più semplicemente uno spunto per riflettere.

Queste canzoni mi sono capiate così, tra capo e collo, come si suol dire… Non stavo ascoltando, sentivo della musica ma non la stavo ascoltando finchè non sono arrivate loro, una dietro l’altra e il mio cervello ha iniziato a lavorare.

Ho visto comparire le mini me con cui nella mia testa mi confronto, con cui ho un dialogo costante, hanno iniziato ad agitarsi, tutte ce volevano parlare, tutte che volevano dire la loro, tutte che ipotizzavano, supponevano, qualcuna cantava…

Io sono rimasta interdetta un attimo…e poi mi è venuto in mente il detto Giapponese ma, per la prima volta non ero felice, o meglio, non mi ha fatto felice il suo significato, perchè appena mi è comparsa nella mente quella frase, mi sono chiesta se ci fosse un altro posto nel mondo per me…

E mi è salito addosso il terrore di rimanere inchiodata qui, continuando a non vedere oltre un palmo dal mio naso, cercando di stare al passo con la mia sete di conoscenza ma sentendomi sempre un passo indietro a tutti.

Così, non riuscendo a placare la mia mente, continuo a cantare…

Giappone Nihon

C’è ancora molto da fare! Buona festa delle donne!

La donna, quella mistica, celestiale, forte, delegittimata, implacabile creatura…come sarebbe il mondo senza le donne?

Si dice che dietro ad ogni grande uomo ci sia una grande donna…fortunatamente in questi ultimi anni queste grandi donne sono state “viste” e hanno preso il posto nel mondo che è sempre spettato loro.

Non sempre è consuetudine per una donna risultare “visibile”, soprattutto nel mondo del lavoro e soprattutto quando chi dovrebbe migliorare la condizione delle donne del proprio paese esordisce con frasi stereotipate e, per quanto mi riguarda, degradanti.

“Per favore, fate molti figli!”, è il consiglio che Yoshihide Suga, il successore di Shinzō Abe alla guida del Giappone, ha rivolto alle donne giapponesi in un discorso alla Fuji TV nel settembre 2015.

Anche Tarō Asō, già premier nel 2008-2009 aveva rincarato la dose nel 2019, dichiarando che il vero problema del paese non erano gli anziani, bensì le donne senza figli.

Un’affermazione che gli era valsa il riconoscimento di “commento più sessista dell’anno” nel panorama politico nipponico.

Queste esternazioni non sono altro che gli esempi più lampanti della forte pressione sociale a cui le donne giapponesi sono quotidianamente soggette, influenzate da uno stereotipo di vecchia data che sembra relegarle all’imperituro ruolo di ryōsai kenbo (buona moglie, madre saggia) – un ideale educativo risalente agli ultimi anni del periodo Meiji (1868-1912) secondo cui è compito delle donne provvedere alla casa e prendersi cura dei bambini e del marito, creando un nido domestico che funga da rifugio per l’uomo che lavora fuori casa tutto il giorno.

Questo “angelo del focolare” ha tuttavia giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo economico della società giapponese: i doveri domestici ed educativi della donna avevano infatti il fine ultimo di supportare la crescita economica del paese tramite il lavoro riproduttivo, offrendo allo stato figli in salute e supportando gli uomini affinché fossero produttivi sul lavoro.

(Cosa che non era molto diversa da ciò che succedeva nel resto del mondo prima della seconda guerra mondiale, e in parte anche dopo)

Nel secondo dopoguerra, all’ideale della buona moglie e saggia madre si è inoltre affiancato quello del “sesso che partorisce”, quasi come se il dovere, o il fine ultimo, di ogni donna dovesse necessariamente compiersi tramite la nascita di nuovi figli in salute.

(Ecco, vorrei ricordare che i Lebensborn furono chiusi con la fine della seconda guerra mondiale, e i bambini dimenticati, ma questo è un altro discorso)

Ovviamente molto è cambiato negli anni, a partire dalle istanze portate avanti dal movimento femminista negli anni Settanta. Ma se ancora oggi, nella seconda decade degli anni Duemila, un politico non si pone problemi nel giudicare l’utilità sociale di una donna in base al numero di figli, significa che tali stereotipi continuano a influenzare la percezione del femminile nel Giappone contemporaneo.

Spiegatemi, vi prego, com’è possibile, al giorno d’oggi, parlare ancora di donne relegate alla sfera domestica che non sono parte della forza lavoro?

Quale è allora il ruolo della donna nel Giappone di oggi?

Osservando il mondo del lavoro giapponese, le donne appaiono fortemente integrate nel mercato e sempre più lontane dall’ideale dicotomico del lavoro riproduttivo come esclusivo femminile e del lavoro produttivo come prerogativa maschile.

Secondo stime ufficiali, il numero di donne attive in Giappone nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto la cifra record di 28,2 milioni nel primo trimestre 2020, con un tasso di partecipazione pari al 72,6% nel 2019 – una percentuale più alta rispetto alla media Ocse.

Un incremento fortemente sostenuto dal governo, che ha trasformato la womenomics (da women + economics, espressione coniata nel 1999 da Kathy Matsui, attuale vicepresidente di Goldman Sachs) all’interno del cappello di riforme dell’abenomics, (Abe + economics), la serie di azioni finanziarie, fiscali e strutturali volute dall’ormai ex premier Shinzō Abe a partire dal 2014 per il rilancio della stagnante economia nipponica.

La womenomics, in particolare, fa parte della cosiddetta “terza freccia” dell’abenomics, ovvero le riforme strutturali. Sulla carta, la womenomics avrebbe dovuto rappresentare il caposaldo della proposta di Abe di creare una società dove tutte le donne potessero “brillare”. La womenomics si proponeva di incrementare il tasso di partecipazione del lavoro femminile; di favorire il ritorno delle donne con figli nel mercato del lavoro; di ridurre il divario salariale; di migliorare i termini del congedo di maternità; di aumentare la rappresentanza delle donne a livello manageriale e politico; e di offrire maggiore supporto per le madri lavoratrici (ad esempio asili nido).

Ma la maggiore integrazione e valorizzazione delle donne nel mercato del lavoro risponderebbe alla necessità di crescita del Pil del Giappone: nel 2019 si ipotizzava che portare il tasso di occupazione femminile allo stesso livello maschile avrebbe generato una crescita del 10%. In parole povere, la womenomics motiva l’esigenza di una maggiore integrazione delle donne non tanto sulla base di principi di equità di genere, ma di criteri di efficienza economica.

Da qui si evince che l’integrazione delle donne nel mondo del lavoro in Giappone non nasce da un desiderio di uguaglianza di genere o di sovvertimento delle norme socioculturali, ma deriva dall’utilizzo dell’occupazione femminile come strumento per raggiungere un obiettivo macro-economico.

Ma, alla fine, quali sono gli effettivi benefici sulle donne?

Nonostante le riforme annunciate a seguito della Womenomics, è ancora presente una forte disparità salariale: guardando al differenziale retributivo orario, le donne guadagnano in media il 25% in meno rispetto agli uomini, il gap più alto tra i paesi del G7 e il secondo più alto tra i paesi Ocse.

A dispetto dell’alto tasso di partecipazione, una disamina più attenta dei dati mostra che il 56% delle donne giapponesi è occupata part-time, e con contratti atipici. Le fortunate che possono vantare un lavoro stabile, a tempo pieno e indeterminato, sembrano godere di maggiori vantaggi solo in superficie.

Nonostante la normativa vigente vieti ogni tipo di discriminazione sul luogo di lavoro, di fatto donne e uomini sono inquadrati in un “sistema a doppia carriera”: gli uomini vengono tradizionalmente spinti a intraprendere il sōgōshoku, percorso che porta a posizioni manageriali ma che prevede anche dedizione estrema in termini di tempo (ore di straordinario), trasferimenti obbligati e sviluppo di competenze; le donne vengono invece inserite frequentemente nell’ippanshoku, percorso lavorativo generalista che richiede meno dedizione e competenze ma non permette avanzamenti di carriera, formazione professionale a lungo termine e incrementi retributivi. Il risultato è una gerarchia organizzativa basata su pregiudizi di genere, in cui molte donne vengono spinte al percorso generalista in tacita previsione della maternità e del matrimonio, e dove si ha limitato accesso a opportunità di carriera.

Inoltre, se e quando una donna cerca di rientrare nel mondo del lavoro dopo un congedo di maternità – solo il 53% lo fa – il sistema la “punisce” offrendole accesso a un impiego meno retribuito e meno dignitoso rispetto al precedente.

Quindi a dispetto degli obiettivi stabiliti dalla womenomics e dei suoi risultati, largamente pubblicizzati come positivi, le donne giapponesi continuano a ricoprire un ruolo marginale nell’economia e nel mercato del lavoro: stando al World Economic Forum’s Global Gender Gap Report 2020, il Giappone è risultato occupare la 121esima posizione su 153 per la parità di genere.

Un record di cui non andare fieri.

Come se non bastasse, l’emergenza Covid19 ha reso evidenti altre problematiche relative all’occupazione femminile: le donne sono infatti risultate essere le prime a subire il taglio dei posti di lavoro. È evidente che per molti imprenditori la forza lavoro femminile rappresenta soltanto un supporto allo stipendio dell’uomo, visto come il vero lavoratore e pilastro dell’economia familiare.

Una donna può restare disoccupata, tanto c’è un uomo a guadagnare per lei. (Leggetelo pure in tono sarcastico perché è così declamerei questa stupida frase)

Purtroppo i dati non sono incoraggianti, e le donne giapponesi sembrano ancora soggette a una visione stereotipata della femminilità e del modo di essere donna, insieme a un’ideologia, molto più contemporanea e neoliberista, che le vede solo come strumento politico atto a colmare lacune nella forza lavoro ed evitare potenziali rischi di recessione: lavoratrici usa e getta in un’economia zoppicante, che non riesce a sfruttare il vero potenziale che le donne potrebbero offrire.

Il risultato è un incancrenirsi di disuguaglianze strutturali per le quali la donna rimane un agente economico determinato dalle costrizioni del mercato del lavoro e dagli impegni familiari.

In   conclusione, nonostante un incremento di quasi 10 punti percentuali del tasso di occupazione femminile (63,2% nel 2010 e 72,6% nel 2019, secondo i dati Ocse) e l’impegno sbandierato dal governo, di fatto non si è assistito a nessun significativo miglioramento della posizione delle donne nella società e nel mercato del lavoro giapponesi. 

Shinzō Abe ha annunciato le sue dimissioni lo scorso 28 agosto.

La fine del suo mandato potrebbe coincidere con la fine dell’abenomics, e dunque della fallimentare womenomics. Il suo successore, Yoshihide Suga, sarà in grado di proporre un’alterativa più valida e meno influenzata da stereotipi di genere obsoleti?

Considerati i commenti citati in apertura, le premesse non sono delle migliori.

Giappone Nihon

Ittekimasu vs itterasshai

Uchi 内 (Interno) e Soto 外 (Esterno), rappresentano i due poli di uno dei concetti più importanti della cultura giapponese (insieme a “Honne/Tatemae” e al “Wa” https://bakayasashii.wordpress.com/2018/04/16/honne-%e6%9c%ac%e9%9f%b3-e-tatemae-%e5%bb%ba%e5%89%8d/). Uchi si riferisce alle persone all’interno di una determinata cerchia sociale (come una famiglia, una squadra, un’azienda), mentre Soto si riferisce alle persone all’esterno di quel gruppo.

Come forse saprai, la cultura giapponese è molto improntata sull’armonia sociale e sul “noi” (diversa dalle culture occidentali imperniate sull’individualismo e sulla libertà personale): fare parte di un gruppo, e rispettarne gli standard, è una componente fondamentale per potersi definire parte integrante di una comunità.
Uchi e Soto si riflettono in tutte le dinamiche sociali, politiche ed economiche del paese, in un sistema di cerchi concentrici: essere “dentro” o “fuori” in una determinata iterazione sociale dipende dal contesto.

Pur non essendo legata direttamente al keigo 敬語, letteralmente “lingua di rispetto”(linguaggio onorifico giapponese https://bakayasashii.wordpress.com/2017/11/18/il-linguaggio-onorifico-giapponese-complessita-4-0-%f0%9f%a4%af/), ittekimasu (いってきます) è una formula richiesta dal galateo giapponese: formata dalla coniugazione dei verbi iku, “andare”, e kuru, “venire”, si usa per avvisare che stai uscendo di casa e che sarai presto di ritorno.
La persona che rimane a casa risponderà con itterasshai (いってらっしゃい), che si potrebbe tradurre letteralmente con “va’ e torna sano e salvo”; la forma onorifica irassharu assume quindi una velata nota di augurio a cui si può aggiungere ki wo tsukete, “fa’ attenzione!”, per rafforzarne il concetto.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

ただいま e おかえり(なさい)・tadaima e okaeri (nasai) –

Mi è sempre piaciuto “tornare a casa”, qualunque posto chiamassi casa in quel determinato momento.

Non ho viaggiato molto ma ho fatto 11 traslochi tutti entro i 30km, quindi non mi sono mai affezionata ossessivamente ad una casa in particolare ma, la maggior parte delle volte, mi affezionavo al momento che stavo vivendo…

Noi siamo abituati a chiedere permesso quando entriamo in qualche casa.

In Giappone, invece, si annuncia di essere ritornati…

Una volta a casa si annuncia il proprio ritorno con la frase tadaima (ただいま), si può tradurre con un semplice “sono a casa” ed è la versione abbreviata dell’originale frase “Tadaima kaerimashita”,

La traduzione letterale di Tadaima dal giapponese all’inglese è in realtà “solo ora “. Quindi possiamo tradurla con “sono appena tornato a casa”

La risposta al saluto sarà okaerinasai (おかえりなさい), forma onorifica che corrisponde a “bentornato!” ma si può usare anche la forma abbreviata okaeri, più informale.

Tadaima e Okaeri sono due dei saluti giapponesi più comuni. L’ordine in cui si dicono non è importante.

Penso che “casa” non sia necessariamente un luogo fisico di mattoni e legno ma bensì le persone che ci fanno sentire vivi, benaccetti, sicuri e sereni con cui scegliamo di condividere le nostre emozioni e le nostre paure, quelle persone di cui ne vediamo l’essenza e che riescono a vedere la nostra andando al di là dell’apparenza.

Per questo ho sempre desiderato abbracciare qualcuno dicendo “tadaima” appoggiando la testa sul petto per sentirne il cuore e sentire rispondere “okaeri”…

Giappone Nihon

Una potente formula scintoista per l’esorcismo e la purificazione: Oo Harai Kotoba (おおはらいことば・大祓詞)

Il volgere al termine di un anno e l’incominciare di un altro si legano profondamente, è dove tutto inizia eppure è dove tutto finisce, è l’alfa e l’omega, è la consapevolezza della continuità nella novità.

Questo è il momento perfetto per purificarsi, per esorcizzare i sentimenti negativi e cercare di ripartire con rinnovata forza.

大祓(Oo Harae) è la più importante cerimonia di purificazione, si pratica due volte all’anno: il 30 Giugno ( chiamato Misoka – 晦日) ed il 31 Dicembre (detto l’Oo Misoka – 大晦日).

Queste cerimonie hanno luogo sia nel santuario del palazzo imperiale che nei tanti templi scintoisti fin dai tempi più remoti per purificare tutta la popolazione.

In alcune circostanze, questo rituale viene eseguito anche dopo catastrofi naturali.

Nel “Oo Harai Kotoba(大祓詞)” , un sacerdote legge parole sacre che si dice abbiano più di 1.300 anni di storia.

Il testo sacro si divide in due.

All’inizio si racconta dell’origine del Giappone.

Si dice che attraverso la lettura della formula – o assistendo alla cerimonia – sia possibile purificare i “Kegare, けがれ, 穢れ” (colpa / peccato / odio / bugia / rabbia / invidia / gelosia, etc.) e che questi siano cancellati.

La parola “Kegare”, invece, deriva dalla parola “sentimento (Ke, 気)” e “morire o avvizzire (Kare-ru, 枯れる)”.

La possiamo tradurre con “impurità”.

A volte, durante la vita, inconsapevolmente sviluppiamo vari “Kegare” nel cuore e proviamo “dolore”. Se i sentimenti negativi si accumulano nel cuore, anche il corpo si ammala.

Invece, se si purifica Kegare e si ravviva il “Ke (sentimento)” che è morto, allora ritorna il vigore nella vita e con la purificazione il sentimento torna incontaminato.

Questa è una definizione della “Oo Harae”, forse la più mistica.

Giappone Nihon

ITADAKIMASU いただきます

Itadakimasu e gochisōsama deshita sono le due espressioni che fanno parte del galateo giapponese a tavola. Anche se spesso viene tradotto con “Buon appetito!”, il significato di itadakimasu (いただきます) è molto più ampio: è la coniugazione del verbo itadaku, che a sua volta è la forma umile del verbo morau, cioè “ricevere”.

Itadakimasu è in effetti un modo umile di dire “(io) ricevo (qualcosa)”, quindi nel tipico contesto in cui lo vediamo usare, prima di mangiare, va a significare qualcosa tipo “ricevo (con gratitudine) questo cibo”.

Rispetto al nostro “Buon appetito” ,che è una sorta di augurio rivolto a chi mangia insieme a noi, “itadakimasu” può essere detto anche se si è da soli

In poche parole, è un’espressione con cui si accetta qualcosa con gratitudine e viene usata quando si riceve qualcosa in dono o più frequentemente prima dei pasti: un ringraziamento verso chi ci ha procurato il cibo, ma anche verso le piante e gli animali che hanno dato la vita per sfamarci e di cui onoreremo il sacrificio non sprecando nemmeno un chicco di riso. Ecco perché non va detto se non si ha intenzione di mangiare.

Un tempo era un’espressione di ringraziamento agli dei per il cibo ricevuto, agli animali e alle verdure di cui ricevevamo la vita, a chi aveva catturato o allevato l’animale, a chi aveva preparato il pasto… O meglio, ancor più che un ringraziamento, possiamo dire che fosse una sorta di professione di umiltà di fronte a chi aveva fatto tanto per noi.

Tutto ciò si riflette in questo termine e appare ovvio se guardiamo alla sua etimologia. Itadakimasu è infatti sì, un verbo che significa “ricevere”, ma è scritto con il kanji 頂 (con il kanji scrivo infatti 頂きます). Questo kanji è composto da due parti, 丁 chou, che si trova nel kanji solo per attribuire il giusto suono al kanji, per ricordarne la pronuncia, diciamo. L’altra parte viene da 頁 cui ora attribuiamo un altro significato, ma in origine significava solo “testa”, e dunque capo, cima, parte alta… Non a caso 頂き itadaki significa “apice” o “cima”.

Dunque dicendo che “ricevo qualcosa” con il verbo itadakimasu, trasmetto anche l’idea che questo qualcosa viene dall’alto, cioè da qualcuno più importante di me.

Oggi ovviamente l’espressione itadakimasu, detta prima di un pasto, è poco più di una semplice frase fatta, è un grazie a chi ha preparato il cibo per noi; anche un giapponese però potrebbe risponderci che non ha mai riflettuto sull’origine di “itadakimasu” (mi riferisco al perché abbia il kanji di “apice”, “cima”).

Ad ogni modo, per la sua natura di “ringraziamento” è bene usarlo sempre, prima di un pasto, perché non è un semplice “augurio” come il nostro “Buon appetito” …e quindi non va usato allo stesso modo (per augurare agli altri un buon appetito), va usato per ringraziare chi si è dato da fare per noi, per prepararlo …o, nel caso di chi lo usa anche se pranza da solo, per ringraziare tutti quelli che hanno faticato perché il cibo fosse disponibile per noi, perlomeno, ma anche l’animale, le verdure, ciò che in un certo senso ha dato la vita perché noi potessimo vivere.

A pasto ultimato si usa dire Gochisōsama deshita (ごちそうさまでした), dove gochisō significa “banchetto”; in questo caso si tratta di un ringraziamento diretto alle persone che hanno preparato il cibo e che l’hanno servito. Sembra che l’origine della parola sia nascosta nei kanji che la compongono: chisō (馳走) non significa soltanto “pranzo di lusso”, bensì anche “correre in giro”; si dice che si riferisca all’antica usanza di sellare il cavallo per cercare gli ingredienti necessari alla preparazione del banchetto per gli ospiti. L’aggiunta degli onorifici go e sama accentua il senso di rispetto racchiuso nella parola.

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La caducità dell’uomo

Di lui si sa molto poco.

Nagato Iwasaki è uno sculture, pittore e illustratore giapponese.

L’artista, noto sopratutto per le sue statue in legno a grandezza naturale immerse principalmente in un contesto naturale, preferisce far parlare le sue opere e, sinceramente, visto il risultato, credo sia più che giusto.

Tutto ciò che crea è realizzato con materiale del tutto naturale, legno soprattutto.

I soggetti, spesso incompleti e monchi, sono umanoidi dall’aspetto talvolta inquietante, qualcuno li paragona ad alieni, altri a teschi e scheletri con gli organi visibili. Questi esseri sembrano abitare con nonchalance i boschi, anzi sembrano essersi composti autonomamente utilizzandone e risorse.

Le sue sculture sono create senza l’uso di chiodi o sostanze adesive, Nagato non piega o leviga il legno prima di assemblare il tutto.

Così, senza particolari supporti a tenere saldi i pezzi l’uno con l’altro se non dei paletti sempre di legno, le sue sculture saranno un giorno destinate a perdere la loro integrità, così come il corpo umano è destinato a deperire col tempo.

Nagato dice che raccoglie il suo materiale presso la Suruga Bay che si trova vicino al suo studio, nella prefettura di Yamanashi, e che il momento ideale per farlo è subito dopo un tifone perché il materiale è già stato lavato dalle intemperie.

Tutte le sue opere ritraenti questi “uomini di legno” fanno parte di un’unica galleria chiamata “Torso”.

Sito dell’artista:

http://nagato-iwasaki.com