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Mono no aware 物の哀れ o della gioia imperfetta.

In bicicletta, andando a lavorare, con nelle orecchie i Nomadi, la voce di Danilo che canta “Tutto a posto” e io penso a questo strano sentimento che mi attanaglia lo stomaco.

E da settimane che mi sento così…

Non so cosa farci…

Sento che qualcosa è iniziato eppure è anche appena finito – mi sento sempre in attesa di qualcosa o di qualcuno…

Sono felice ma è una felicità dolce e amara.

In giapponese si dice Mono no aware ed è lo stupore delle cose, il sentore della caduta dietro ad ogni ascesa, l’ombra della fine che ogni inizio custodisce in sè; è il seme della morte che, piantato nel ventre della terra, si sviluppa insieme al germoglio della vita.

Mono no aware sarebbe il godere e l’accettare l’effimero, amare il finito proprio perchè finito. Dovrebbe essere quel misto di gioia e tristezza che si avverte nell’essere consapevoli della provvisorietà e della mutevolezza del mondo.

Dico sarebbe e dovrebbe perchè mi rendo conto che è un controsenso il pensare che questa “cosa” , qualunque cosa sia, possa finire. Non può farlo semplicemente perchè non è mai iniziata, o meglio, ricominciata…non si può chiudere una porta mai aperta, giusto?

Lo chiedo anche a voi, si può provare tristezza e malinconia per qualcosa che non si è mai vissuto?

Non è come Natsukashii…è qualcosa di più, è quella stretta al cuore nell’incontro inteso come principio di un inesorabile separazione, il cominciare come avvio della conclusione.

È la gioia imperfetta che riempie di commozione…

Kenkō Hōshi scriveva: “Incomparabile è la bellezza della luna d’autunno. È da commiserare colui che, incapace di coglierne le sfumature, pensa che la luna sia sempre la stessa in tutte le stagioni.”

Così come l’essere umano non è lo stesso in tutte le sue stagioni…

Stasera c’è una luna meravigliosa, non è piena ma è grande, brillante e vicina, è una luna che abbaglia, che ipnotizza, è una di quelle lune che influisce sui sentimenti come sulla marea…

Non c’è modo a volte di allontanarsi dai pensieri…e ce ne sono certi che quando prendono il sopravvento occupano tutto il nostro essere.

Mi rendo conto di essere confusa e felice, ansiosamente felice…

E mi ritrovo a cantare:

“Tutto è a posto oramai, anche se ho capito che, il mio posto nel suo mondo più non c’è”

Qualcosa di me

En 穢 o dei fili che ci legano l’anima

Quest’anno mi sembra l’anno della rinascita, della riscoperta, dell’avvicinamento…

Sento che è un anno di profondi cambiamenti, di quelli che non si riscontrano nella fisicità ma che puoi vedere scrutando negli occhi di una persona e perdendoti tragicomicamente nella sua anima…

Io credo profondamente che nulla accada mai veramente per caso in questa vita…tutto arriva esattamente quando deve arrivare, quando il nostro cuore e la nostra mente sono pronti a ricevere questo dono o questa prova o quando noi possiamo essere utili a quella persona, a quel progetto, a quel luogo…

Perché siamo tutti profondamente connessi, come dice un proverbio giapponese “sode furiau mo tashō no en 袖振り合うも他生の縁” che spiega letteralmente come anche lo sfiorarsi delle maniche del kimono sia qualcosa di preordinato, come, in virtù di quella volontà superiore che ci ha messo in contatto, sia importante attribuire la massima importanza ad ogni incontro.

Ogni vita contiene infinite possibilità, sia di essere vissuta, sia di fare del bene o del male. Tutte queste infinite possibilità formano un credito o un debito nei confronti di noi stessi e delle persone che sfiorando le nostre maniche hanno goduto o sofferto delle nostre azioni…come sempre, il conto ci verrà presentato e sarà sistemato in questa vita o nell’altra.

Tutto questo vivere, decidere, lasciarsi andare, sorridere, toccare, guardare, sfiorarsi, cercarsi e ritrovarsi, tutto questo sono i legami, in giapponese En 穢, i rapporti, le relazioni, i vincoli, le parentele, questa indistricabile matassa di fili che ci unisce e ci divide, che ci tiene stretti e che ci allontana tenendoci vicini.

Negli ultimi anni mi sono sempre più resa conto che “ogni incontro è l’inizio di una separazione au wa wakare no hajime 会うは別れの始め”…e che soffermandomi su questo pensiero sia arrivata a vedere in maniera diversa la solitudine, che non prende più in accezione negativa ma diventa l’unione di tutti quei momenti tra un incontro ed un’altro in cui ci prendiamo il tempo per capire cosa abbiamo dato, cosa abbiamo ricevuto ed eventualmente come ci ha cambiato.

Quest’anno ho ritrovato persone che credevo d’aver perduto, o meglio, quest’anno il rapporto ha subito una svolta, diventando più intenso, più inclusivo e per certi versi più incisivo…

Mi ricordo una frase di un libro che dovrebbe essere “Un pallido orizzonte di colline” la quale diceva: “Non bisogna mai avere fretta di dimenticare le vecchie amicizie. E ogni tanto fa bene darsi un’occhiata indietro, aiuta a mantenere le cose nella giusta prospettiva.”

E, sinceramente, così è stato, perché col senno di poi mi rendo conto che mi stavo perdendo, stavo perdendo la mia spontaneità, la mia genuinità, stavo praticamente perdendo me stessa. Mi sentivo e mi sento ancora un po’ l’ombra di ciò che ero e che dovrei essere, consapevole di tutte le sfumature che ci sono nel mezzo.

Comunque, nel mio avanzare incerto ho ritrovato colei che ha ascoltato i mille moti dei miei pensieri tenendomi per mano, senza giudicare, ponendo quelle domande che io non riuscivo ad esprimere ad alta voce, facendo ragionare questa mia testolina buffa e riuscendo ogni tanto a placarmi il cuore.

Un legame che parte dalla fermata di un bus nella piazzetta di un piccolo paesello che ci aveva adottate entrambe e che si srotola lungo la via della vita annodandosi di tanto in tanto nei ricordi che portava entrambe a cercare un contatto, che si univa in quelle coincidenze che poi tanto coincidenze non erano (il nome di sua figlia è il mio perché è un nome sia Cristiano che Musulmano e perché nel momento di indecisione si è trovata tra le mani una mia foto), perche quella matassa si stava avvolgendo, riscaldando i nostri sentimenti e i nostri ricordi.

La vita ovviamente ci ha posto su strade diverse ma è sempre piena di incroci e intersezioni, così non siamo mai state veramente lontane, stavamo solo aspettando il momento in cui ognuna di noi avrebbe avuto bisogno dell’altra…così i fili si sono annodati più vicini e noi ci siamo trovate, ci siamo riavvicinate, e ringrazio il cielo per questo. Mai gioia fu più grande nel riabbracciarla.

Adesso rimango così, sulla riva di questo ipotetico torrente a guardare i fili che si dipanano e si allungano, fanno giri immensi e poi ritornano (come dice la canzone) arrivando a toccare chi mi è vicino e chi mi è lontano.

Questa connessione inizialmente l’ho trovata disarmante perché lei è una delle due persone che quando mi guardano mi fanno sentire che non vedono cosa o come sono ma vedono chi sono…e non puoi mentire a chi percepisce il tuo essere!

Attendiamo buone nuove aprendoci al cambiamento con un occhio al passato.

Qualcosa di me

Shiawase 幸せ, del prendere le redini e ricercare la felicità

Vi siete mai chiesti quando è stato il momento esatto in cui avete preso in mano la vostra vita?

Il momento esatto in cui, per la prima volta siete stati artefici del vostro futuro, nel bene o nel male?

Io me lo ricordo come se fosse ieri, è da una vita che a ondate mi mangio le mani ma, shiyōganai 仕様がない – non c’è modo ormai di cambiare le cose-

Comunque, era un caldo pomeriggio d’estate, l’estate che mi separava dall’inizio del liceo, l’estate che faceva da spartiacque tra l’essere bambina e il diventare una giovane donna… o almeno per le mie amiche era così!

Per me?! Per me quel passaggio non è mai stato così rimarcato, forse perché vissuto anni prima quando, alla separazione dei miei genitori, sono diventata la parte pragmatica della coppia che eravamo io e mia madre…

Quell’anno fu per me un uragano di emozioni, il prepararsi a gli esami occupò la quasi totalità dei miei pensieri almeno nella prima parte dell’anno accademico e poi…

L’amore…quelle prime farfalle nello stomaco, il sentire i battiti mancare al solo pronunciarne il nome, quell’avvampare cose se si stesse bruciando. Il sorridere senza averne un motivo apparente, quel senso di euforia che smorzava qualsiasi negatività potesse circondarmi…

Quella luce accecante nell’ombra più buia…

La gioia di sapermi corrisposta pur coi suoi modi pacati e concreti, senza slanci ma presente…sempre.

Di contro va detto che nello stesso frangente anche mia madre si era innamorata…

Avrei dovuto esserne felice, avrei dovuto sostenerla ma, come è compito dei nostri genitori guidarci nei meandri di questa vita, dovrebbe essere altresì per loro doveroso ascoltare i figli, ascoltare coloro che li conoscono anche meglio di loro stessi, che li hanno visti ridere e piangere, che li hanno visti compiere imprese straordinarie e fallire miseramente, coloro che ancora li vedono come supereroi…

Ma mia madre non mi ascoltò e io mi trovai a convivere con un uomo che non sapeva neanche come tenere in mano un libro ma sapeva fin troppo bene come aprire una birra o stappare una bottiglia di vino, un uomo per cui le donne erano buone solo a stare in casa a far da mangiare e a mettere al mondo figli.

Un uomo che si lamentava del fatto che io volessi andare al liceo a “sprecare tempo”, un uomo che voleva lo chiamassi “papà” ma io non avrei mai fatto un torto del genere a mio padre in primis e a me stessa.

Quell’uomo era la sintesi di tutto quello che più mi spaventava e che odiavo e mia madre se ne sarebbe accorta anni dopo nel modo peggiore.

Le ombre di un futuro di ristrettezze mentali e economiche incombevano sulla mia testa e nel mio cuore, per il momento protetto dalla luce di quel sentimento che mi legava all’unica persona che credeva nelle mie capacità incondizionatamente.

Ma, avevo passato anni ad essere pragmatica, a considerare i pro e i contro, a valutare le possibilità e a mettere in atto le soluzioni più pratiche…

Così, qualche tempo dopo gli esami, mentre ero da mio padre, ho passato alcune notti insonni, non sapevo cosa fare, non sapevo se dare retta al cuore o alla testa…

Alla fine è stata forse una delle poche se non l’unica volta in cui sono stata altruisticamente egoista, prendendo la decisione di allontanare (senza spiegazioni) quella persona, quella luce, dalla mia vita, per non farla sprofondare nel baratro di cui io già avevo le avvisaglie, per non complicargli la vita come sapevo che stava per succedere alla mia.

Non potevo permettermi di trascinarlo in quel casino -mi avrebbe odiato- e io non me lo sarei mai perdonato.

Ecco, questo è stato uno dei tanti bivi della mia vita, probabilmente il più importante, quello da cui tutto poteva cambiare, ed è cambiato!

Ma sappiamo che la felicità non è qualcosa che si trova, che non ha niente di dovuto anzi, è qualcosa che si crea come il tempo.

È un progetto, custodito, cullato, fatto di impegni presi con se stessi e con gli altri, fatto di promesse.

La felicità richiede capacità è un esercizio costante.

Felicità è saper avere pazienza nel ritrovarsi e piano piano ristabilire il contatto che porta alla luce.

Felicità è saper chiedere perdono, soprattutto a se stessi.

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Il suono del cuore

Sono giorni che non sto bene, cioè di salute sto bene, ma la mia mente ed il mio cuore non riesco proprio a placarli…stare in me è come essere in mezzo ad una folla dove tutti parlano sottovoce e le orecchie percepiscono un brusio infinito…più cerchi di concentrarti per non sentirlo e più sembra che il volume cresca, come fosse pareti pronte a schiacciarti.

In queste bellissime giornate di sole, ultime giornate d’estate, i miei occhi vedono l’aggregarsi di nuvole nere ad est ed i miei passi vacillano come pronti ad incontrare il baratro che inevitabilmente ci farà cadere…

Il mio cuore, il mio cuore lo sente…

È stata un estate tumultuosa per lui, per me e sul finire lo è per tutti!

Ma il mio cuore questa estate ha imparato a parlare, ha iniziato, o meglio ricominciato, ad esprimersi, non potendo più tacere ha dato libero sfogo al suo linguaggio, ha dato libero sfogo a quello che, a quanto pare, è la mia divampante anima. E la mia mente, poverina, non ce la fa a corrergli dietro, la mia parte pragmatica si è trovata spiazzata da tutto questo ardore.

Voi vi siete mai chiesti che suono fa il cuore?

Vi siete mai chiesti come “parla”il cuore?

Io si!

Per rispondere alle mie domande, mi è venuta in aiuto la cultura giapponese (ovviamente) e ho così scoperto che nella loro ricchissima onomatopea, DOKI DOKI racconta del cuore l’emozione, il suo agitarsi nel petto; TOKU TOKU è quando il cuore fa un piccolissimo rumore, come se pulsasse sottovoce; BOKU BOKU invece ne spiega l’ansia, quell’accelerazione che quasi destabilizza e che a volte ti rende più lucido… poi ci sono io che a volte perdo un battito e c’è chi sicuramente nel cuore ha un soffio…

Certo è che al cuore bisogna lasciare il suo spazio e soprattutto i suoi segreti…

C’è un espressione che spiega bene l’importanza della manutenzione del cuore e di quanto il segreto sia altrettanto importante, è YUTORI GA ARU dove YUTORI è lo spazio, il tempo, la libertà e l’agio nella gestione di entrambi e GA ARU significa avere, esserci, possedere.

Perchè ognuno di noi ha un dritto e un rovescio con cui presentarsi al mondo e quindi ha necessità di serbare informazioni di cui non mettere altri a conoscenza.

YUTORI GA ARU è allora lo stare larghi nel sentire, lasciarsi da qualche parte piccoli ritagli di tempo, scampoli di spazio da sfruttare quando si arriva al limite…

Dovrebbe esserci anche un luogo cui affidare il cuore (KOKORO NI TANOMU TOKORO) ma, se quel luogo fosse dentro a qualcun altro? E fosse lontano? Fuori dalla portata di un abbraccio?

Il nostro cuore sarebbe sempre in uno stato di DOKI DOKI SURU…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

愛 Ai o del sussurro infinito dell’amore.

Ai 愛 in Giapponese significa Amore, con questo suo suono dolce e accondiscendente, il suono sublime del dare e dell’avere, perchè l’amore nell’immaginario collettivo è proprio quello, uno scambio reciproco…anche se spesso i sentimenti non sono così unanimi.

Il professor Shirakawa leggeva nel kanji di “amore” l’atto di una persona che si allontana e il cui cuore viene trattenuto alle spalle. Come lasciarsi indietro il proprio cuore, è il cuore che restando un po’ più in là che fa esitare il passo di chi si allontana.

Il linguaggio dell’amore in giapponese è molto più discreto che in occidente. Credono che sia un sentimento che non si comunichi a parole, non soltanto, ma che si dimostri coi fatti.

La dolcezza, l’attenzione e il rispetto non necessitano per forza di verbalizzazioni, è invece il rapporto, la condivisione, il non detto ancor più del dichiarato a determinare la solidità e a influenzare la qualità.

I Giapponesi hanno una sorta di istintivo sospetto verso quanto si mostra. L’essenza va al di là di quanto l’altro promette.

Sono talmente protettivi rispetto al loro sentire che per dire “Ti Amo” usano un’espressione che noi tradurremmo con un “Mi Piaci” 好き Suki, pronunciata Ski, ci sono coppie che pur amandosi da anni, pur essendo magari sposate, non si sono mai dette nulla di più di Suki…

C’è un parola, però, che usano raramente e che significa letteralmente “Ti Amo” ed è Ai Shiteru 愛してる, viene usato soprattutto nei film che del privato svelano i retroscena o tendono ad amplificare il sentire, snaturandolo in parte.

Il pubblico e il privato sono in Giappone due sfere assai distanti. In pubblico capiterà raramente di vedere coppie baciarsi, al massimo si opta per un più casto (e per me emozionale) tenersi per mano, si preferisce resistere, puntare sulla tensione del corpo che si sfiora soltanto, resistere alla tentazione e cibarsi di sguardi.

Il “Non Detto” resta anche in questo ambito il tramite privilegiato per comunicare molto più di quanto potrebbe fare la parola (iwanu ga hana, ne ho scritto in precedenza).

Come scriveva Jean de La Bruyère in “I caratteri o i costumi di questo secolo”:

<<Essere con persone che si ama, basta questo; sognare, conversare con loro, non conversare affatto, pensare a loro, pensare a cose più indifferenti ma al loro fianco, non fa differenza>>

In Giapponese la parola amore si spezza in numerosi termini, con cui si definiscono varie sfumature di amore, o meglio i vari “gradi” dell’amore:

恋 (koi) indica quella passione che si prova soprattutto all’inizio di una relazione. D’altro canto, 愛 (ai) indica un amore profondo, costruito nel tempo. A metà tra ‘ai’ e ‘koi’, abbiamo 恋愛 (renai) che può fare riferimento ad un sentimento amoroso idealizzato, indica anche il passaggio da semplice passione 恋 (koi) ad amore profondo 愛 (ai).

Trovo che sia bello riflettere sull’amore, su quello appena accennato, che viene solo mormorato per paura di esporlo e farlo bruciare, su quello passionale che viene tuttavia celato agli occhi altrui per conservarlo felice e puro.

E poi c’è quell’amore profondo, radicato, che vive anche dell’assenza, l’amore di chi guardandoti non vede come sei ma Chi Sei…di chi mentre ti parla o ti ascolta non guarda il tuo corpo vedendo i kg in più o in meno, non guarda i tuoi tatuaggi volendoti chiedere quanti ne hai e perchè… No, ti guarda negli occhi e continua a farlo anche se stai dicendo un infinità di cose stupide, anche se state ridendo o se non state capendo niente, perchè quando due occhi ti guardano così è facile che la mente vada in confusione…perchè non ne siamo abituati…

L’uso giapponese ci spiega che ci sono tanti modi di amare ed essere amati, di come nel nome si può nascondere il segreto della nostra intimità. Mentre la leggenda del filo rosso (Akai Ito) ci suggerisce che, se il grande amore ancora non lo abbiamo conosciuto, non ci dobbiamo dare per vinti, quanto ci appartiene prima o poi verrà o tornerà a noi, perchè all’estremo del nostro filo rosso c’è qualcun altro che attende…

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Forse non sai…o dell’Iki e della cadenza della raffinatezza spirituale.

Tu forse non sai che ti ho lasciato andare quando ti avrei voluto disperatamente trattenere.

Forse non sai che resterò lo stesso al tuo fianco, quasi invisibile.

E nel momento in cui, per l’ennesima caduta, faticherai ad alzarti, vorrei tanto fosse la mia mano ad aiutarti.

Perchè forse non sai che lo farei senza chiedere in quale notte o in quale luogo lontano da me ti sarai ferito.

Ho le spalle forti e le braccia aperte e forse non sai che anche se vorrei che tu potessi restare con me, quando vorrai fuggire, non te lo impedirò e su un bacio rinnegherò ogni tuo addio sperando sempre in un tuo ritorno.

Non sempre si ottiene ciò che si vuole…e a volte si rinuncia a qualcosa per un bene più grande o per non incasinare la vita ad un altra persona…

C’è un concetto Giapponese che esplica molto bene questa che per me è una sensazione molto forte, come un attaccamento ma senza contatto, l’amore platonico che tutto sublima e niente rovina…

Il filosofo Kuki Shūzō poneva al centro della sua ricerca il concetto di Iki come “assolutizzazione della possibilità in quanto possibilità”, Kuki studiò in Europa e al suo ritorno in Giappone si concentrò sul concetto di Iki nella cultura del periodo Edo e sulla nozione di accidentale legata al senso di meraviglia dell’uomo.

Iki è una decisa presa di distanza dalla materializzazione dell’amore, che fa della rinuncia, del suo fermarsi all’ingresso della passione, il momento più alto del sentimento…Iki è, per me, l’elevarsi oltre la massa, spiccando per indulgenza, per clemenza, è tutta l’eccezionalità che tuttavia, chi se ne rende protagonista, non avverte la necessità di manifestare.

Iki è un particolare tipo di tensione erotica tra uomo e donna, o tra due persone, che mai si concretizza ed è anzi costantemente rimandata nella sua realizzazione. Si basa sul posporre costantemente la soddisfazione, ed è contrapposto all’amore come semplice necessità e mero scambio fisico e sentimentale. È piuttosto la rinuncia, il fermarsi un momento prima del godimento, a far scaturire quell’energia sensuale che è Iki.

Avevo letto in uno dei miei mille libri che è più difficile dimenticare qualcuno che ci è entrato nella testa oltre che nel cuore, e ho sempre pensato che fosse vero, ma sono arrivata a pensare che è assai più difficile dimenticare o far uscire dalla testa e dal cuore, chi ci guarda vedendoci, chi guardando vede ciò che siamo, la nostra essenza…

Iki è anche qui, nelle piccole cose di ogni vita, è nel dettaglio che cura il cuore.

#poesia · Qualcosa di me

Prendere la felicità

Vi racconto la storia di due persone e un cuore, di un amore agognato, desiderato, vissuto brevemente e diviso.

Di un uomo e una donna che si sono incontrati e trovati, di un destino che li ha divisi e di una vita che li ha uniti.

Vi racconto una storia tra due continenti, una storia di passione, struggimento e depressione.

Alla fine l’uomo prese il volo e li mi incontrò, mi raccontò di questo suo amore durato due giorni, sognato per anni e bramato da mesi.

Mi raccontò di lei, dolce e piccola, del segreto che le dava speranza, della decisione di scegliere l’amore.

E quando la vide alla fine del viaggio, per salutarmi disse soltanto: “Vado a prendere la mia felicità” .

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Kintsugi 金継ぎ o della Resilienza

Piangere di notte, lacrime soffocate dal cuscino. Il tempo che parea lungo, diventa inesistente. Piangere di notte, l’ultimo triste saluto.

C’è chi si lamenta per ogni piccola cavolata e chi lotta per anni cercando di non disturbare troppo, cercando sempre di rivolgere un sorriso a chi le prestava quelle cure che la facevano solo stare male, rivolgendo sempre una parola gentile a chi la stava accompagnando in quel viaggio che nemmeno credeva potesse essere l’ultimo…

Non si può andar contro la vita, così come non si può andar contro alla Nera Mietitrice…

Così, in certi casi, non importa quanto tu possa essere un combattente, se ti cammina al fianco, prima o poi la segui, prima poi il tuo corpo cede anche se il tuo cuore agogna più battiti…

E chi rimane a guardare queste mani vuote, cosa può fare?

Perchè è il dopo a far paura, sentire la vergogna del difetto, del non aver fatto abbastanza, il pensare che quella ferita attirerà pietà, compassione e attenzioni che non vogliamo, perchè noi stiamo bene, perchè noi, in fin dei conti, siamo ancora vivi. Perchè questa tristezza ci fa pensare a tutto quello che c’è di sbagliato in noi, ci sbatte in faccia i nostri limiti, ci fa credere di non essere abbastanza. Eppure gli unici occhi che guardano con una severità che nulla perdona, sono quelli dello specchio, sono i nostri!

Esiste in Giappone un’ arte che fa della fine un inizio, dell’errore un’opportunità, dell’irreparabile, bellezza.

Il Kintsugi, ovvero l’oro che si fa colare in una saldatura, è una tecnica nata per l’appunto in Giappone e nella definizione del termine, in questa lingua si racconta l’attesa trepidante e gioiosa del vedere cosa verrà fuori dalla riparazione.

Così, riempiendo d’oro le ferite, facendone pezzi unici, fregiandoci di ciò che ci distingue, accettando gli squarci che si aprono naturalmente nella vita, iniziamo il percorso di guarigione, perchè cadere fa parte del viaggio, fa parte del camminare, non sempre siamo accompagnati durante il viaggio, spesso qualcuno ci sta accanto per un breve tratto poi se ne va, molto spesso qualcuno ci segue da lontano e si congiungerà a noi solo verso la fine…

Non ci è dato sapere come sarà questo viaggio, possiamo solo sperare per il meglio preparandoci al peggio.

La filosofia che sta dietro a Kintsugi insegna come l’irreparabile non esista e come ci sia invece compensazione anche per ciò che crediamo incompensabile. Funge da ispirazione per camminare a testa alta, per procedere sicuri sulla via di ogni fallimento o dipartita che di sicuro arriverà.

Una regola non scritta dice che si ama “ciò che fu”. Eppure raramente ci si innamora di ciò che fu sbagliato. Oppure no?

In loving memory of Paola.

#poesia · Qualcosa di me

Due rette non si uniscono (emozionandosi)

Aprire la finestra per far entrare i ricordi

Come l’aria fresca della notte

Abbracciano il cuore.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Per strada a testa alta

Sapendo chi sono oggi e chi ero ieri

Come sole che brucia

questa mia pelle bianca.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Due rette non si uniscono

Ma percorrono la stessa via

Anche se lontani

Non c’è modo per me

Di stare senza te

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Azzurra è l’immagine che ho di te

Tu che sei parte della mia anima

Tu che ovunque sei, sei con me.

Non c’è distanza che divide

Non c’è abbraccio che costringe

Non c’è emozione senza ricordi

Non ci sono io senza te.

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Si può morire di troppo lavoro?

Sono state giornate da delirio, in perpetua agitazione, senza un attimo di respiro, la notte che non portava ne sonno ne tantomeno consiglio e mi risvegliavo, madida di sudore, più stanca di come ero andata a letto, consapevole di dover affrontare un’altra dura giornata di lavoro nella quale ci sarebbero stati rappresentanti da mattino a sera per improntare il natale, con un carico psicologico non indifferente, clienti che sembra fiutino la stanchezza e l’ansia e quindi arrivano con richieste assurde e idee anche peggio…

In queste settimane non sono proprio riuscita a placare la mente, non è facile per me convivere con la responsabilità di coadiuvare la mia Boss durante gli ordini, cercando di dare la mia opinione senza spingere troppo dato che abbiamo idee e gusti praticamente a gli antipodi…

E per non farci mancare niente, non riuscivo nemmeno a placare il cuore, in attesa di una risposta che è meglio non sapere…perchè se ci si dovrà parlare, si parlerà…ma questo sarà fonte di un altro articolo.

Ma ora finalmente sono qui, sdraiata sul mio letto, e finalmente posso godere del mio tempo, sarò a casa per 5 giorni, in teoria sarebbero delle ferie ma le vedo più come giornate di meritato riposo dopo che dal 6 (giorno della mia prima dose di vaccino) a ieri 28 luglio ho lavorato manco fosse Natale, saltando pause pranzo, lunedì di riposo e domeniche, il tutto per prepararci al famigerato Natale -e che Dio ce la mandi buona-

Non fraintendetemi, ringrazio il cielo di avere un lavoro, questo lavoro che mi piace e che faccio con passione, anche se, concedetemelo, il contatto con il pubblico a volte è stressante e tu devi sorridere e essere gentile e condiscendente senza farti mettere i piedi in testa, sfoderando le tue poche nozioni di marketing rimanendo però empatica…

Adesso che posso concedermi due minuti per ascoltarmi, per lasciare che il mio corpo si rigeneri eliminando lo stress, per placare la mente sovraffollata di pensieri e di voci che continuano a tenermi in agitazione perenne, mi chiedo come si possa restare a questi livelli e a questo ritmo sempre. Come si possa resistere così sempre, senza soccombere…

Per noi Italiani questo è fortunatamente un problema marginale, ma in Giappone (per esempio) è una vera e propria piaga…

Karoshi 過労死 significa letteralmente “morte da lavoro eccessivo” e indica un fenomeno che registra purtroppo numeri elevati, la morte legata a quelle patologie derivate dallo stress connesso ad una vita lavorativa eccessivamente estenuante, come infarto, ictus, emorragia cerebrale, insufficienza cardiaca, etc…

Il numero complessivo dei decessi legati a malattie cardiovascolari o cerebrovascolari nella fascia di età che va dai 20 ai 60 anni si attesta sui 35000 casi all’anno e si stima che un terzo di questi decessi siano da ricondurre al Karoshi.

Karoshi non coinvolge solo la morte per malattie cardiovascolari, ma può includere anche altre tipologie di decessi più o meno improvvisi, come quelli connessi a mancate cure mediche a causa della mancanza di tempo libero per recarsi dal medico, o ancora ai suicidi. Ad esempio, alcune vittime di Karoshi sono morte a causa di coma diabetico, malfunzionamento del fegato. ulcera peptica, asma bronchiale, e così via.

Sia che si tratti di suicidio, sia che la morte derivi da una malattia come infarto o ictus, quando si verifica una morte da troppo lavoro, alla famiglia in genere viene riconosciuto un indennizzo, a patto che si possa dimostrare con assoluta certezza che il decesso sia legato allo stress da lavoro, un aspetto che si traduce quasi sempre in anni di iter giudiziario che in qualche caso non porta nemmeno all’indennizzo richiesto (in Italia si parlerebbe di decenni per poi non avere nulla). In altri casi, invece, i tribunali Giapponesi hanno infine dato ragione ai parenti delle vittime di Karoshi.

Dal momento che, in Giappone, trovare una nuova occupazione quando si è deciso di licenziarsi volutamente dalla precedente è praticamente impossibile, molti lavoratori preferiscono sottostare a condizioni di lavoro durissime, pur di non andare incontro allo spettro della disoccupazione.

Il problema degli straordinari non retribuiti è spesso legato al fatto che il lavoro straordinario semplicemente non viene registrato: per non violare le normative che impongono dei limiti alle ore di straordinario, molte aziende suggeriscono ai dipendenti di non registrare tali ore. In Giappone il lavoro straordinario è qualcosa che viene accettato come parte del lavoro stesso, ed è raro che si verifichino casi di proteste o insubordinazione, anche perchè ciò porterebbe ad essere mal visti non solo dal datore di lavoro ma anche dai colleghi.

Trovo incomprensibile una politica del genere, dove sono i diritti umani? Dove sono i diritti dei lavoratori? Dove la ricerca di una vita equilibrata? I sindacati hanno ricominciato a muoversi solo qualche hanno fa, grazie anche ai movimenti femminili che parlando di equalità di genere hanno scoperchiato il vaso di Pandora.

Sapete benissimo quanto io ammiri la cultura e le usanze Giapponesi, quanto io ami la loro natura in alcune parti ancora selvaggia, quanto potrei perdermi nei templi in montagna o in riva al mare come nei quartieri di una sovraffollata Tokyo… ma ogni medaglia ha due lati e questo lato non mi piace per niente!