Qualcosa di me

Sei la mia persona…愛

Tu credi che io possa amarti di meno?
Credi che se anche non sarò corrisposta, io possa amarti di meno?
È un amore che va al di là della fisicità, è un amore sopra le righe.

Penso tu sia la mia persona ma questo non vuol dire che si debba essere amanti…


Io penso tu sia la mia persona ed è per questo che aspetterò il momento in cui seduti una di fianco all’altro guarderemo il domani raccontandoci la vita vissuta…

#poesia · Qualcosa di me

あけましておめでとう Akemashite Omedetō

Un altro anno è passato, un nuovo inizio ci aspetta, ma quale inizio? Quanto ci hanno cambiato questi ultimi due anni? O meglio, questo ultimo anno? Perché questo è stato l’anno della comprensione… Comprensione che non tutto tornerà mai come prima, comprensione che molti di noi avranno per sempre una nuova paura, la paura di avvicinarsi, di cercarsi, la paura a volte di volersi bene…
Io mi/ci  auguro che il prossimo anno sia quello della speranza, speranza di imparare questa nuova “normalità”, speranza che torneremo a stringerci le mani, abbracciarci, ad appoggiarci per non sentire la lontananza che in questi due anni si è formata tutto intorno a noi e a volte anche dentro di noi…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

Yasashisa – il coraggio che ci vuole ad essere gentili-

Yasashisa è in giapponese “la gentilezza”, la dolcezza.

Nel suo kanji 優しさ è la persona che si preoccupa di un’altra, partecipando alla sua vicenda.

La gentilezza è questo, crucciarsi per un altro individuo rendendo imperfetta la gioia del singolo a fronte di una tristezza plurale, perché gentilezza è preoccuparsi del benessere altrui prendendoci carico del peso che sta trasportando il suo animo, condividendolo, dividendolo e così facendo alleggerendolo…

È vero, magari saremo un pochino più tristi, non saremo pienamente felici, ma non lo saremmo comunque stati, preoccupati per il malessere di chi ci sta vicino…

…o almeno per quanto mi riguarda funzionerebbe così…

C’è troppa poca gentilezza in questo mondo!

Gandhi diceva “Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”

La gentilezza va seminata senza attendersi nulla in cambio, se è nel mondo che la si pianta, nel mondo crescerà…

Così potremmo avere una società dove basterà sussurrare per sentirci, perché se tutti abbasseremo la voce, anche la più flebile richiesta di aiuto potrà essere sentita ed ascoltata.

Ma penso che non tutti siano portati per la gentilezza, c’è chi proprio non ce l’ha di indole, senza essere cattivo, proprio non sente l’altro…

Così per tutti gli altri ci vuole resilienza e coraggio, dobbiamo insistere nel garbo anche quando tutto intorno non ce nè.

Dobbiamo accettare che non ci sia mai un esatta corrispondenza tra quanto diamo e quanto ci viene dato, perché non esiste un equazione perfetta.

Come diceva K.Vonnegut “Rimani gentile…Non lasciare che il mondo ti renda insensibile, non lasciare che la sofferenza ti lasci odiare, non lasciare che l’amarezza rubi la tua dolcezza.”

Bisogna metterla in circolo questa gentilezza, a priori, e di contro, essere pronti a riceverne da gente a cui magari non abbiamo dato niente e che magari neppure conosciamo.

Non si può vivere di sola gentilezza ma si può migliorare la vita di qualcuno anche solo sorridendogli… e non è questo un atto di estrema gentilezza? Un raggio di sole nella giornata più buia?

Qualcosa di me

Parliamone in tutte le lingue del mondo

告白 [する] (kokuhaku [suru]): confessiamo il nostro amore…

Quanto ci si può assuefare all’amore?

La maggior parte di noi nasce, cresce e vive nella consapevolezza dell’amore, quella dei genitori, fratelli, amici, amanti…

Ne siamo circondati, avvolti, le persone che ci amano sono pronte a proteggerci anche dall’amore stesso…perché può far male, può deludere, può essere ciò che ci aspettavamo senza essere ciò che fa per noi, e noi siamo pronti a fare altrettanto per loro, senza guardare quello che ci chiedono, senza vedere quanto, a volte, l’infelicità serva per essere felici, senza capire che abbiamo tutti bisogno di sbattere la testa, di abbandonare e di essere abbandonati.

Ma quanto ne siamo effettivamente consapevoli dell’amore che ci circonda?

Di quello sguardo che continua e continuerà sempre a vegliare su di noi, di quel pensiero che da lontano ci accarezza, di quella mano invisibile che è sempre pronta ad aiutarci… (perché non importa dove sarai e in quale notte buia sarai caduto, la mia mano ti aiuterà sempre a rialzarti senza chiederti dove sei stato, felice di averti qui).

E come è possibile darlo così per scontato?

Credere che possa essere a senso unico, un ricevere senza dare?

Come si può essere così egoisti da prendere tutto ciò che ci viene dato senza dare nulla in cambio? Un sorriso, un abbraccio, un “ti voglio bene” o un “troveremo il modo”…come si può rimanere indifferenti davanti all’amore ricevuto? A volte con slancio ma più spesso timidamente quasi a voler entrare in punta di piedi per poter dar modo di capire, di accettare senza sentirsi obbligati…

Quante persone si possono amare in una vita? Quante sfumature di amore ci possono essere? Perché io sono sicura di amare più di una persona e di amarle in maniera diversa…

Ma alla fine, siamo ancora in grado di dare amore? L’amore quello incondizionato, quello che non chiede nulla in cambio e che non rinfaccerà mai il sacrificio fatto…

Perché amare è sacrificarsi, è sacrificare una parte di se per l’altro, a volte è anche sacrificare l’amore stesso…

Amare è guardare la luna sparire nel cielo

e sapere che è sempre lì a guardarci

Amare è la gioia che si pone nelle cose che si fanno

Amare è sorridere di un nome anche solo pensandolo

Amare è condividere i pensieri, le parole e le emozioni credendo di fare cosa gradita

Amore è l’attesa di qualcosa e la speranza che accada…

Il calore del contatto umano, di una mano che accarezza la guancia guardando in occhi che mirano lontano

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Un Daruma nel cuore

Ohayo tomodachi,

Scusate questa mia lontananza ma ho avuto bisogno di pensare, di respirare, di chiudere gli occhi e lasciare andare sperando che il mio io si quietasse un po’…

Sono stata sulle rollercoaster, ho avuto una paura fottuta, passando 10 giorni in attesa di una risposta che poi fortunatamente è risultata negativa, mi sono preoccupata, non ho dormito la notte, col pensiero di poter essere di peso a chi mi sta vicino…

Ma la speranza era dietro l’angolo, un angolo difficile da vedere, quasi impercettibile ma presente…e così mi sono fatta coraggio e ho fatto quel che si doveva, come un innocente alla gogna mi sono presentata in ambulatorio per l’esame e poi, stoicamente ho atteso, fredda, impassibile, con un vulcano che mi esplodeva nel cuore ogni qualvolta che rimanevo da sola…

I 10 giorni più brutti della mai vita, fino ad ora, mi hanno però riavvicinato alle persone, ai ricordi che avevo di loro, a quel bene metafisico che si può avere solo per coloro che sono legati al nostro destino anche solo per un sorriso….

E capisci quanto può essere meravigliosa la vita, qualunque cosa accada, qualunque ostacolo si debba superare, qualsiasi malattia si debba contrastare, e ringrazi il cielo,la terra, Dio, la Dea, per quelle prove ormai superate che ti hanno inesorabilmente preparato a questa…

La speranza nasce e risiede nel cuore, come un piccolo Daruma a cui disegniamo il primo occhio esprimendo il desiderio che allontana le paure, che viene cullato dalla nostra stessa essenza e che in un modo o nell’altro lo ritroviamo con l’altro occhio disegnato perchè non c’è vita senza speranza.

In questo marasma di sentimenti contrastanti, ieri notte ho inviato al mio editore le poesie per il nuovo libro, di cui non riesco a decidere un titolo, mi aiutate?

L’indecisione è tra questi due: 1) Versi nella nebbia 2) Cuore di nebbia

Un altro libro è in cantiere, non saprei come definirlo, non è un racconto, non è un romanzo, è più introspettivo, fatico a scriverlo (ma adoro farlo) perchè mi pongo delle domande che mai ad alta voce avrei pensato di fare, ne tanto meno di condividerle, invece vorrei far riflettere anche voi lettori.

Mi sento propositiva, stranamente piena di vita, come se il mio cuore fosse tornato indietro nel tempo e ne avesse tratto nuova fonte di ispirazione…

Detto questo vi auguro un Buon Samhain, che possiate guardare dentro voi stessi per la conoscenza del se e lo spirito che ci sostengono nelle prove della vita, che possiate trascorrere un po’ di tempo alla ricerca dei vostri sogni per non limitarsi a sopravvivere, accompagnati dal silenzio che è una delle chiavi di ricerca della verità, perchè non si possono ascoltare le risposte in mezzo a questo mondo rumoroso.

Vi saluto con questa frase:

” E voi che pensate di cercarmi,
sappiate che il vostro ricercare e
anelare non vi porterà alcun vantaggio
se ignorate il mistero:
che se ciò che cercate non riuscite
a trovarlo dentro di voi,
non lo troverete mai fuori da voi”

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Mono no aware 物の哀れ o della gioia imperfetta.

In bicicletta, andando a lavorare, con nelle orecchie i Nomadi, la voce di Danilo che canta “Tutto a posto” e io penso a questo strano sentimento che mi attanaglia lo stomaco.

E da settimane che mi sento così…

Non so cosa farci…

Sento che qualcosa è iniziato eppure è anche appena finito – mi sento sempre in attesa di qualcosa o di qualcuno…

Sono felice ma è una felicità dolce e amara.

In giapponese si dice Mono no aware ed è lo stupore delle cose, il sentore della caduta dietro ad ogni ascesa, l’ombra della fine che ogni inizio custodisce in sè; è il seme della morte che, piantato nel ventre della terra, si sviluppa insieme al germoglio della vita.

Mono no aware sarebbe il godere e l’accettare l’effimero, amare il finito proprio perchè finito. Dovrebbe essere quel misto di gioia e tristezza che si avverte nell’essere consapevoli della provvisorietà e della mutevolezza del mondo.

Dico sarebbe e dovrebbe perchè mi rendo conto che è un controsenso il pensare che questa “cosa” , qualunque cosa sia, possa finire. Non può farlo semplicemente perchè non è mai iniziata, o meglio, ricominciata…non si può chiudere una porta mai aperta, giusto?

Lo chiedo anche a voi, si può provare tristezza e malinconia per qualcosa che non si è mai vissuto?

Non è come Natsukashii…è qualcosa di più, è quella stretta al cuore nell’incontro inteso come principio di un inesorabile separazione, il cominciare come avvio della conclusione.

È la gioia imperfetta che riempie di commozione…

Kenkō Hōshi scriveva: “Incomparabile è la bellezza della luna d’autunno. È da commiserare colui che, incapace di coglierne le sfumature, pensa che la luna sia sempre la stessa in tutte le stagioni.”

Così come l’essere umano non è lo stesso in tutte le sue stagioni…

Stasera c’è una luna meravigliosa, non è piena ma è grande, brillante e vicina, è una luna che abbaglia, che ipnotizza, è una di quelle lune che influisce sui sentimenti come sulla marea…

Non c’è modo a volte di allontanarsi dai pensieri…e ce ne sono certi che quando prendono il sopravvento occupano tutto il nostro essere.

Mi rendo conto di essere confusa e felice, ansiosamente felice…

E mi ritrovo a cantare:

“Tutto è a posto oramai, anche se ho capito che, il mio posto nel suo mondo più non c’è”

Qualcosa di me

En 穢 o dei fili che ci legano l’anima

Quest’anno mi sembra l’anno della rinascita, della riscoperta, dell’avvicinamento…

Sento che è un anno di profondi cambiamenti, di quelli che non si riscontrano nella fisicità ma che puoi vedere scrutando negli occhi di una persona e perdendoti tragicomicamente nella sua anima…

Io credo profondamente che nulla accada mai veramente per caso in questa vita…tutto arriva esattamente quando deve arrivare, quando il nostro cuore e la nostra mente sono pronti a ricevere questo dono o questa prova o quando noi possiamo essere utili a quella persona, a quel progetto, a quel luogo…

Perché siamo tutti profondamente connessi, come dice un proverbio giapponese “sode furiau mo tashō no en 袖振り合うも他生の縁” che spiega letteralmente come anche lo sfiorarsi delle maniche del kimono sia qualcosa di preordinato, come, in virtù di quella volontà superiore che ci ha messo in contatto, sia importante attribuire la massima importanza ad ogni incontro.

Ogni vita contiene infinite possibilità, sia di essere vissuta, sia di fare del bene o del male. Tutte queste infinite possibilità formano un credito o un debito nei confronti di noi stessi e delle persone che sfiorando le nostre maniche hanno goduto o sofferto delle nostre azioni…come sempre, il conto ci verrà presentato e sarà sistemato in questa vita o nell’altra.

Tutto questo vivere, decidere, lasciarsi andare, sorridere, toccare, guardare, sfiorarsi, cercarsi e ritrovarsi, tutto questo sono i legami, in giapponese En 穢, i rapporti, le relazioni, i vincoli, le parentele, questa indistricabile matassa di fili che ci unisce e ci divide, che ci tiene stretti e che ci allontana tenendoci vicini.

Negli ultimi anni mi sono sempre più resa conto che “ogni incontro è l’inizio di una separazione au wa wakare no hajime 会うは別れの始め”…e che soffermandomi su questo pensiero sia arrivata a vedere in maniera diversa la solitudine, che non prende più in accezione negativa ma diventa l’unione di tutti quei momenti tra un incontro ed un’altro in cui ci prendiamo il tempo per capire cosa abbiamo dato, cosa abbiamo ricevuto ed eventualmente come ci ha cambiato.

Quest’anno ho ritrovato persone che credevo d’aver perduto, o meglio, quest’anno il rapporto ha subito una svolta, diventando più intenso, più inclusivo e per certi versi più incisivo…

Mi ricordo una frase di un libro che dovrebbe essere “Un pallido orizzonte di colline” la quale diceva: “Non bisogna mai avere fretta di dimenticare le vecchie amicizie. E ogni tanto fa bene darsi un’occhiata indietro, aiuta a mantenere le cose nella giusta prospettiva.”

E, sinceramente, così è stato, perché col senno di poi mi rendo conto che mi stavo perdendo, stavo perdendo la mia spontaneità, la mia genuinità, stavo praticamente perdendo me stessa. Mi sentivo e mi sento ancora un po’ l’ombra di ciò che ero e che dovrei essere, consapevole di tutte le sfumature che ci sono nel mezzo.

Comunque, nel mio avanzare incerto ho ritrovato colei che ha ascoltato i mille moti dei miei pensieri tenendomi per mano, senza giudicare, ponendo quelle domande che io non riuscivo ad esprimere ad alta voce, facendo ragionare questa mia testolina buffa e riuscendo ogni tanto a placarmi il cuore.

Un legame che parte dalla fermata di un bus nella piazzetta di un piccolo paesello che ci aveva adottate entrambe e che si srotola lungo la via della vita annodandosi di tanto in tanto nei ricordi che portava entrambe a cercare un contatto, che si univa in quelle coincidenze che poi tanto coincidenze non erano (il nome di sua figlia è il mio perché è un nome sia Cristiano che Musulmano e perché nel momento di indecisione si è trovata tra le mani una mia foto), perche quella matassa si stava avvolgendo, riscaldando i nostri sentimenti e i nostri ricordi.

La vita ovviamente ci ha posto su strade diverse ma è sempre piena di incroci e intersezioni, così non siamo mai state veramente lontane, stavamo solo aspettando il momento in cui ognuna di noi avrebbe avuto bisogno dell’altra…così i fili si sono annodati più vicini e noi ci siamo trovate, ci siamo riavvicinate, e ringrazio il cielo per questo. Mai gioia fu più grande nel riabbracciarla.

Adesso rimango così, sulla riva di questo ipotetico torrente a guardare i fili che si dipanano e si allungano, fanno giri immensi e poi ritornano (come dice la canzone) arrivando a toccare chi mi è vicino e chi mi è lontano.

Questa connessione inizialmente l’ho trovata disarmante perché lei è una delle due persone che quando mi guardano mi fanno sentire che non vedono cosa o come sono ma vedono chi sono…e non puoi mentire a chi percepisce il tuo essere!

Attendiamo buone nuove aprendoci al cambiamento con un occhio al passato.

Qualcosa di me

Shiawase 幸せ, del prendere le redini e ricercare la felicità

Vi siete mai chiesti quando è stato il momento esatto in cui avete preso in mano la vostra vita?

Il momento esatto in cui, per la prima volta siete stati artefici del vostro futuro, nel bene o nel male?

Io me lo ricordo come se fosse ieri, è da una vita che a ondate mi mangio le mani ma, shiyōganai 仕様がない – non c’è modo ormai di cambiare le cose-

Comunque, era un caldo pomeriggio d’estate, l’estate che mi separava dall’inizio del liceo, l’estate che faceva da spartiacque tra l’essere bambina e il diventare una giovane donna… o almeno per le mie amiche era così!

Per me?! Per me quel passaggio non è mai stato così rimarcato, forse perché vissuto anni prima quando, alla separazione dei miei genitori, sono diventata la parte pragmatica della coppia che eravamo io e mia madre…

Quell’anno fu per me un uragano di emozioni, il prepararsi a gli esami occupò la quasi totalità dei miei pensieri almeno nella prima parte dell’anno accademico e poi…

L’amore…quelle prime farfalle nello stomaco, il sentire i battiti mancare al solo pronunciarne il nome, quell’avvampare cose se si stesse bruciando. Il sorridere senza averne un motivo apparente, quel senso di euforia che smorzava qualsiasi negatività potesse circondarmi…

Quella luce accecante nell’ombra più buia…

La gioia di sapermi corrisposta pur coi suoi modi pacati e concreti, senza slanci ma presente…sempre.

Di contro va detto che nello stesso frangente anche mia madre si era innamorata…

Avrei dovuto esserne felice, avrei dovuto sostenerla ma, come è compito dei nostri genitori guidarci nei meandri di questa vita, dovrebbe essere altresì per loro doveroso ascoltare i figli, ascoltare coloro che li conoscono anche meglio di loro stessi, che li hanno visti ridere e piangere, che li hanno visti compiere imprese straordinarie e fallire miseramente, coloro che ancora li vedono come supereroi…

Ma mia madre non mi ascoltò e io mi trovai a convivere con un uomo che non sapeva neanche come tenere in mano un libro ma sapeva fin troppo bene come aprire una birra o stappare una bottiglia di vino, un uomo per cui le donne erano buone solo a stare in casa a far da mangiare e a mettere al mondo figli.

Un uomo che si lamentava del fatto che io volessi andare al liceo a “sprecare tempo”, un uomo che voleva lo chiamassi “papà” ma io non avrei mai fatto un torto del genere a mio padre in primis e a me stessa.

Quell’uomo era la sintesi di tutto quello che più mi spaventava e che odiavo e mia madre se ne sarebbe accorta anni dopo nel modo peggiore.

Le ombre di un futuro di ristrettezze mentali e economiche incombevano sulla mia testa e nel mio cuore, per il momento protetto dalla luce di quel sentimento che mi legava all’unica persona che credeva nelle mie capacità incondizionatamente.

Ma, avevo passato anni ad essere pragmatica, a considerare i pro e i contro, a valutare le possibilità e a mettere in atto le soluzioni più pratiche…

Così, qualche tempo dopo gli esami, mentre ero da mio padre, ho passato alcune notti insonni, non sapevo cosa fare, non sapevo se dare retta al cuore o alla testa…

Alla fine è stata forse una delle poche se non l’unica volta in cui sono stata altruisticamente egoista, prendendo la decisione di allontanare (senza spiegazioni) quella persona, quella luce, dalla mia vita, per non farla sprofondare nel baratro di cui io già avevo le avvisaglie, per non complicargli la vita come sapevo che stava per succedere alla mia.

Non potevo permettermi di trascinarlo in quel casino -mi avrebbe odiato- e io non me lo sarei mai perdonato.

Ecco, questo è stato uno dei tanti bivi della mia vita, probabilmente il più importante, quello da cui tutto poteva cambiare, ed è cambiato!

Ma sappiamo che la felicità non è qualcosa che si trova, che non ha niente di dovuto anzi, è qualcosa che si crea come il tempo.

È un progetto, custodito, cullato, fatto di impegni presi con se stessi e con gli altri, fatto di promesse.

La felicità richiede capacità è un esercizio costante.

Felicità è saper avere pazienza nel ritrovarsi e piano piano ristabilire il contatto che porta alla luce.

Felicità è saper chiedere perdono, soprattutto a se stessi.

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Il suono del cuore

Sono giorni che non sto bene, cioè di salute sto bene, ma la mia mente ed il mio cuore non riesco proprio a placarli…stare in me è come essere in mezzo ad una folla dove tutti parlano sottovoce e le orecchie percepiscono un brusio infinito…più cerchi di concentrarti per non sentirlo e più sembra che il volume cresca, come fosse pareti pronte a schiacciarti.

In queste bellissime giornate di sole, ultime giornate d’estate, i miei occhi vedono l’aggregarsi di nuvole nere ad est ed i miei passi vacillano come pronti ad incontrare il baratro che inevitabilmente ci farà cadere…

Il mio cuore, il mio cuore lo sente…

È stata un estate tumultuosa per lui, per me e sul finire lo è per tutti!

Ma il mio cuore questa estate ha imparato a parlare, ha iniziato, o meglio ricominciato, ad esprimersi, non potendo più tacere ha dato libero sfogo al suo linguaggio, ha dato libero sfogo a quello che, a quanto pare, è la mia divampante anima. E la mia mente, poverina, non ce la fa a corrergli dietro, la mia parte pragmatica si è trovata spiazzata da tutto questo ardore.

Voi vi siete mai chiesti che suono fa il cuore?

Vi siete mai chiesti come “parla”il cuore?

Io si!

Per rispondere alle mie domande, mi è venuta in aiuto la cultura giapponese (ovviamente) e ho così scoperto che nella loro ricchissima onomatopea, DOKI DOKI racconta del cuore l’emozione, il suo agitarsi nel petto; TOKU TOKU è quando il cuore fa un piccolissimo rumore, come se pulsasse sottovoce; BOKU BOKU invece ne spiega l’ansia, quell’accelerazione che quasi destabilizza e che a volte ti rende più lucido… poi ci sono io che a volte perdo un battito e c’è chi sicuramente nel cuore ha un soffio…

Certo è che al cuore bisogna lasciare il suo spazio e soprattutto i suoi segreti…

C’è un espressione che spiega bene l’importanza della manutenzione del cuore e di quanto il segreto sia altrettanto importante, è YUTORI GA ARU dove YUTORI è lo spazio, il tempo, la libertà e l’agio nella gestione di entrambi e GA ARU significa avere, esserci, possedere.

Perchè ognuno di noi ha un dritto e un rovescio con cui presentarsi al mondo e quindi ha necessità di serbare informazioni di cui non mettere altri a conoscenza.

YUTORI GA ARU è allora lo stare larghi nel sentire, lasciarsi da qualche parte piccoli ritagli di tempo, scampoli di spazio da sfruttare quando si arriva al limite…

Dovrebbe esserci anche un luogo cui affidare il cuore (KOKORO NI TANOMU TOKORO) ma, se quel luogo fosse dentro a qualcun altro? E fosse lontano? Fuori dalla portata di un abbraccio?

Il nostro cuore sarebbe sempre in uno stato di DOKI DOKI SURU…

Giappone Nihon · Qualcosa di me

愛 Ai o del sussurro infinito dell’amore.

Ai 愛 in Giapponese significa Amore, con questo suo suono dolce e accondiscendente, il suono sublime del dare e dell’avere, perchè l’amore nell’immaginario collettivo è proprio quello, uno scambio reciproco…anche se spesso i sentimenti non sono così unanimi.

Il professor Shirakawa leggeva nel kanji di “amore” l’atto di una persona che si allontana e il cui cuore viene trattenuto alle spalle. Come lasciarsi indietro il proprio cuore, è il cuore che restando un po’ più in là che fa esitare il passo di chi si allontana.

Il linguaggio dell’amore in giapponese è molto più discreto che in occidente. Credono che sia un sentimento che non si comunichi a parole, non soltanto, ma che si dimostri coi fatti.

La dolcezza, l’attenzione e il rispetto non necessitano per forza di verbalizzazioni, è invece il rapporto, la condivisione, il non detto ancor più del dichiarato a determinare la solidità e a influenzare la qualità.

I Giapponesi hanno una sorta di istintivo sospetto verso quanto si mostra. L’essenza va al di là di quanto l’altro promette.

Sono talmente protettivi rispetto al loro sentire che per dire “Ti Amo” usano un’espressione che noi tradurremmo con un “Mi Piaci” 好き Suki, pronunciata Ski, ci sono coppie che pur amandosi da anni, pur essendo magari sposate, non si sono mai dette nulla di più di Suki…

C’è un parola, però, che usano raramente e che significa letteralmente “Ti Amo” ed è Ai Shiteru 愛してる, viene usato soprattutto nei film che del privato svelano i retroscena o tendono ad amplificare il sentire, snaturandolo in parte.

Il pubblico e il privato sono in Giappone due sfere assai distanti. In pubblico capiterà raramente di vedere coppie baciarsi, al massimo si opta per un più casto (e per me emozionale) tenersi per mano, si preferisce resistere, puntare sulla tensione del corpo che si sfiora soltanto, resistere alla tentazione e cibarsi di sguardi.

Il “Non Detto” resta anche in questo ambito il tramite privilegiato per comunicare molto più di quanto potrebbe fare la parola (iwanu ga hana, ne ho scritto in precedenza).

Come scriveva Jean de La Bruyère in “I caratteri o i costumi di questo secolo”:

<<Essere con persone che si ama, basta questo; sognare, conversare con loro, non conversare affatto, pensare a loro, pensare a cose più indifferenti ma al loro fianco, non fa differenza>>

In Giapponese la parola amore si spezza in numerosi termini, con cui si definiscono varie sfumature di amore, o meglio i vari “gradi” dell’amore:

恋 (koi) indica quella passione che si prova soprattutto all’inizio di una relazione. D’altro canto, 愛 (ai) indica un amore profondo, costruito nel tempo. A metà tra ‘ai’ e ‘koi’, abbiamo 恋愛 (renai) che può fare riferimento ad un sentimento amoroso idealizzato, indica anche il passaggio da semplice passione 恋 (koi) ad amore profondo 愛 (ai).

Trovo che sia bello riflettere sull’amore, su quello appena accennato, che viene solo mormorato per paura di esporlo e farlo bruciare, su quello passionale che viene tuttavia celato agli occhi altrui per conservarlo felice e puro.

E poi c’è quell’amore profondo, radicato, che vive anche dell’assenza, l’amore di chi guardandoti non vede come sei ma Chi Sei…di chi mentre ti parla o ti ascolta non guarda il tuo corpo vedendo i kg in più o in meno, non guarda i tuoi tatuaggi volendoti chiedere quanti ne hai e perchè… No, ti guarda negli occhi e continua a farlo anche se stai dicendo un infinità di cose stupide, anche se state ridendo o se non state capendo niente, perchè quando due occhi ti guardano così è facile che la mente vada in confusione…perchè non ne siamo abituati…

L’uso giapponese ci spiega che ci sono tanti modi di amare ed essere amati, di come nel nome si può nascondere il segreto della nostra intimità. Mentre la leggenda del filo rosso (Akai Ito) ci suggerisce che, se il grande amore ancora non lo abbiamo conosciuto, non ci dobbiamo dare per vinti, quanto ci appartiene prima o poi verrà o tornerà a noi, perchè all’estremo del nostro filo rosso c’è qualcun altro che attende…